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Roberto Baronio, il predestinato incompiuto

Quanto è difficile essere un ragazzo prodigio. Parliamo di Roberto Baronio, a suo tempo considerato uno dei più grandi talenti del calcio italiano, e di come talvolta nel calcio, come nella vita, non tutti riescano ad ottenere il posto che gli spetta.
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Roberto Baronio - Illustrazione Tacchetti di Provincia

I biondi capelli lunghi e il calzino arrotolato alla sommità, la misurata eleganza di chi non ha bisogno di strafare per mettere in luce le proprie qualità, lo sguardo fiero di chi sa di avere il controllo totale del rettangolo di gioco.

Sembra ancora di vederlo, il giovanissimo Roberto Baronio, il predestinato, uno dei più talentuosi centrocampisti della storia recente del nostro calcio, cresciuto con Andrea Pirlo e da molti ritenuto molto più promettente di quest’ultimo. Sembra ancora di vederlo, eppure oggi Roberto Baronio ha 45 anni e conosciamo perfettamente la conclusione del suo arco evolutivo.

La sua storia racconta che non sempre basta avere tutte le carte in regola per non disattendere le aspettative, specialmente quando la nostra strada è intralciata da eventi avversi, campioni che esplodono al momento meno opportuno e presidenti superstiziosi e capricciosi.

L'aquila e il maestro

Roberto Baronio nasce nel 1977 a Manerbio, in provincia di Brescia. La sua prima gara coi professionisti la gioca proprio in maglia biancoblu nel 1995, quando ha appena 17 anni. E proprio qui, a Brescia, il suo destino si incrocia con quello di un certo Andrea Pirlo, con il quale comincia a muovere i primi passi nel calcio dei professionisti e dà vita ad un connubio calcistico che illumina il centrocampo delle Rondinelle.

L’anno successivo, le grandi qualità di Roberto cominciano ad emergere con veemenza, complice un Torneo di Viareggio dominato dalla sua squadra, nel quale Baronio verrà eletto miglior giocatore dell’edizione ’96.

Il giovane Baronio è incredibilmente talentuoso, ordinato, elegante, preciso: è capace di pescare i compagni con lanci di 50 metri senza che questo apparentemente questo gli generi fatica.

Ci mette poco quindi la Lazio a mettere gli occhi sulle ordinate geometrie di questo interessante centrocampista: gli aquilotti lo acquistano per quasi 7 miliardi di lire, dando così inizio ad una serie di eventi che cambieranno per sempre, nel bene e nel male, il destino del predestinato - certo, è un controsenso, ma rende l’idea.

Per quanto promettente, il giovane Baronio viene giudicato ancora un po’ acerbo per essere aggregato alla prima squadra biancoceleste, e comincia così per lui la solita, infinita trafila di prestiti che interessa tante giovani promesse che approdano in grandi club ancora troppo giovani.

 

La stagione a Reggio Calabria sembra segnare l’inizio di una carriera spettacolare: il destino lo ha scelto, è lui il futuro.

Alle grandi imprese con la maglia del club si aggiunge il grande trionfo della Nazionale Under 21 di Tardelli agli Europei del 2000, dove ancora una volta Roberto e Andrea si trovano a dialogare a livello della linea di centrocampo, trascinando la squadra con le loro geometrie. Anche qui, il pur ottimo Pirlo viene visto come una versione forse un po’ appannata del talentuosissimo Roberto Baronio.

La Lazio, che forse all’inizio in quel ragazzo non ci credeva poi fino in fondo e che l’aveva ceduto in comproprietà agli Amaranto, si ricrede dopo appena una stagione e lo riscatta totalmente per ben 10 miliardi. 

I biancocelesti ora sono pronti per valorizzare l’investimento. O almeno, così potrebbe sembrare...

Un primo, trascurabile passaggio a Vicenza (dove non troverà spazio) e poi quella che probabilmente sarà la migliore esperienza della sua carriera calcistica: la Reggina di Pasquale Foti, allenata da mister Colomba. La squadra di Foti crede fortemente nelle potenzialità del ragazzo, tanto da aggiudicarsi metà del suo cartellino per 2,5 miliardi di lire.

In quello stesso anno indossano per la prima volta proprio l’amico Andrea Pirlo, che Roberto è felice di riabbracciare a più di 1200 chilometri da casa, e una nostra vecchia conoscenza, Ciccio Cozza, che di quella squadra diventerà una bandiera.

Pirlo e Baronio compongono il centrocampo della squadra calabrese, dimostrandosi dei giocatori già pronti al calcio dei grandi, ma allo stesso tempo lasciano entrambi intravedere enormi margini di miglioramento.

Tra i due, anche se con il senno di poi può sembrare difficile da credere, la piazza e gli esperti preferiscono forse il secondo. Baronio ha una straordinaria intelligenza tattica, il suo tocco di palla è delizioso, anche sui calci piazzati.

... e il Medioevo di Gaucci

…e infatti, a sorpresa, Baronio parte ancora in prestito, stavolta alla volta di Firenze: il centrocampista disputa una buona stagione, qualche ottimo sprazzo, una rete in ventuno partite. Purtroppo però la Viola retrocede in serie B e addirittura fallisce (cominciano così gli anni della Florentia Viola) ripartendo così dalle serie minori.

E qui diciamo che se il destino fosse stato meno beffardo con Baronio quest’ultimo avrebbe finalmente avuto la sua occasione di mostrare il proprio valore nella Capitale. Dopotutto, qualche centinaio di chilometri più a nord il suo amico Pirlo è approdato al Milan, dove diventerà il fuoriclasse che tutti abbiamo conosciuto, e anche Roberto scalpita e vorrebbe dimostrare di non essere da meno.

Al contrario, ancora una volta, il centrocampista bresciano viene ceduto in prestito, e si apre questa volta il periodo più complicato della sua carriera.

Nel 2002-2003 Baronio gioca a Perugia, squadra dell’eccentrico (diciamo così) presidente Luciano Gaucci. Più che per le performance in campo, tutti oggi ricordano quella stagione per la ridicola disputa che nasce tra il patron e il giocatore per la scelta del numero di maglia di quest’ultimo.

Gaucci, infatti, uomo estremamente scaramantico, in una storia che ha dell’incredibile arriva ad accusare Baronio di far perdere la squadra per via del suo numero di maglia sfortunato, il 13. La questione approda nelle tv nazionali, sfiorando vette tra il surreale e il trash.

Baronio le prova tutte per togliersi di dosso quello stigma e superare le ridicole polemiche che complicano ulteriormente un periodo della sua carriera già di per sé complicato, arriva addirittura a farsi aggiungere una “x” tra i due numeri, in modo da disputare le sue partite con un singolare “1x3” sull’esempio di Zamorano.

Per fortuna, a seguito di questa incredibile esperienza negativa, Roberto riesce a trovare continuità nei due anni col Chievo Verona di Delneri, in un inedito ruolo di regista difensivo. Roberto torna preciso ed ordinato, sembra quasi quello di un tempo, tanto che il CT Lippi lo convoca e lo fa esordire in Azzurro nell’amichevole del 2005 contro l’Ecuador.

Ahimé, questa resterà per sempre l’unica gara disputata dal centrocampista con la maglia della Nazionale. Il suo amico Pirlo, con il quale ormai il distacco si fa sempre più netto, l’anno dopo porterà a casa la Coppa del Mondo.

Finalmente Lazio

Il grande momento di forma e l’esordio in Nazionale non bastano ancora a convincere la Lazio a dare una chance a Baronio, che viene stavolta spedito in prestito ad Udine per una stagione.

Ma forse, finalmente, ora qualcosa si sta muovendo: si è liberato un posto a centrocampo da quando Liverani si è trasferito a Firenze, e mister Delio Rossi decide di guardarsi in casa invece di cercare il sostituto sul mercato.

E' l'occasione che Roberto attende da lungo tempo. Finalmente può dimostrare di essere il regista giusto per i biancocelesti!

Purtroppo, ancora una volta le cose non vanno come vorrebbe, ancora una volta per colpa di ostacoli esterni e coincidenze sfortunate: quello che può essere il suo grande anno viene di fatto oscurato dall’esplosione di un giovane talento chiamato Cristian Ledesma, che diventa subito un punto di riferimento per squadra e tifosi, e che in sole due stagioni diventerà il vice-capitano della bandiera Tommaso Rocchi.

Il povero Baronio finisce così a fare la riserva in biancoceleste per due stagioni, dopodiché arriva il suo ultimo prestito: è quello del grande ritorno a Brescia, la squadra delle sue terre, dove tutto è cominciato. Si torna sempre dove si è stati bene, giusto?

La stagione in Serie B con i biancoblu è ottima, Baronio non appartiene a quella categoria e non ci deve restare: trascina la squadra fino ai playoff, e la stagione successiva, torna alla Lazio.

Peraltro, è in corso quella che forse potrebbe essere la prima congiuntura fortunata della sua carriera: Ledesma è inaspettatamente finito fuori rosa per questioni contrattuali e mister Ballardini lo schiera titolare nella Supercoppa Italiana vinta inaspettatamente contro l’Inter di José Mourinho.

Che stia, finalmente, per cambiare qualcosa? Proprio quando Baronio, ormai trentaduenne, comincia ad appropinquarsi al termine della sua carriera?

L'ennesima sfortuna e la nuova speranza

La squadra di Ballardini è disastrosa, tanto che il tecnico viene esonerato e al suo posto viene chiamato Edy Reja. Si dà il caso che l’allenatore di Gorizia sia un grandissimo estimatore di Cristian Ledesma, e proprio Reja spingerà quindi per il reintegro in squadra dell’italo-argentino: a farne le spese sarà, ovviamente, ancora una volta Roberto Baronio.

Per Roberto, forse, il colpo è troppo grande e, dopo 13 anni, decide di dire addio alla squadra che non ha mai saputo dargli tutto l’amore e la fiducia di cui avrebbe avuto bisogno.

Una breve esperienza in C con l’Atletico Roma, terminata a causa del fallimento di quest’ultima (ennesima sfortuna di una carriera non facile) e Baronio decide di appendere gli scarpini al chiodo.

Negli anni successivi intraprende la carriera da allenatore e arriva addirittura sulla panchina della Juventus, riunendosi all’amico e rivale Andrea Pirlo come allenatore in seconda. L’esperienza, come sappiamo tutti, è finita dopo una stagione, ma ci auguriamo tutti che prima o poi il nostro Roberto Baronio possa trovare sulla panchina quello che non è mai riuscito a trovare sul manto erboso di un campo da calcio: un po’ di fortuna.

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