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Cristian Ledesma, Patagonia Express

Un viaggio difficile, irto di ostacoli. Prima quello della famiglia Ledesma, diretti verso una nuova vita. Poi quello del figlio Cristina, partito con la palla al piede alla conquista di Roma.
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Cristian Ledesma – Illustrazione di Tacchetti di Provincia

1600 chilometri. Da Buenos Aires a Puerto Madryn, in piena Patagonia, dove pare che il signor Ledesma abbia trovato un terreno da coltivare. In viaggio ci sono sua moglie e i loro 8 figli, più la nonna e lo zio. Una comitiva ben nutrita.

Un percorso accidentato, fatto per lo più in pullman, verso quella che pare essere una nuova vita.

No, non è un romanzo di Luis Sepulveda. Anche se ci assomiglia, date le assonanze che si possono trovare con Patagonia Express, una delle opere massime dello scrittore cileno.

È storia vera. Un’avventura che insegnerà molto soprattutto a Cristian Ledesma, uno degli 8 figli che dalla capitale stanno viaggiando verso il profondo sud. Annoterà tutto, nella sua mente, nonostante i soli 4 anni d’età.

E capirà che non sempre la strada verso la propria realizzazione è sicura e segnata.

Gli servirà, tutto questo, nel percorso che lo porterà a diventare un campione nel gioco del calcio. E Patagonia Express sarà proprio il suo soprannome, dal suo arrivo a Roma in poi.

Pantaleo e Lecce

Chissà come deve aver salutato la sua nutrita famiglia, quando, nel 2001, parte per l’Europa per andare a giocare, in Svizzera, un torneo giovanile.

“Qualche settimana, e poi tornerò da voi”.

In realtà, almeno in pianta stabile, Cristian in Argentina non tornerà mai più.

Ha 19 anni, gioca nella squadra giovanile del Boca Juniors, col sogno, chissà magari un giorno, di esordire alla Bombonera.

Quel pomeriggio svizzero però, in tribuna, oltre a decine e decine di scout, pronti a piazzare sul tavolo i loro report, molti dei quali verranno pressoché ignorati dai signori del calcio, c’è un vecchio lupo di mare di nome Pantaleo Corvino.

A Lecce, dove lavora come direttore sportivo, il presidente Semeraro gli ha praticamente dato carta bianca: “Mi fido di lei, signor Corvino. Vada e trovi dei giovani promettenti da lanciare in serie A e che possano portare qualche euro nelle nostre casse”.

Ad attirare l’attenzione del lungimirante Corvino sono proprio le qualità di Cristian. Lo intercetta a fine partita e gli propone di seguirlo in Salento.

“Vieni con me ragazzo. Inizierai dalla Primavera, ti daremo il tempo di crescere. Poi esordirai in prima squadra. Siamo un gruppo giovane, ti troverai bene. E poi Lecce è veramente un bel posto. Non sarà Buenos Aires, ma starai bene”.

Cristian convince la sua famiglia a lasciarlo andare, a farlo provare.

E Lecce, effettivamente, si rivela il posto giusto in cui iniziare il proprio viaggio.

Vince una coppa Italia con la primavera salentina. Poi, a marzo, l’esordio in serie A, giocando 90 minuti contro l’Atalanta. La successiva retrocessione dei giallorossi, per quanto amara, gli dà se non altro la possibilità di giocare, l’anno dopo, con continuità, prendendosi le chiavi del centrocampo. Non le lascerà più fino al giorno del suo addio.

È il Lecce di Mirko Vucinic, di Valeri Bojinov, Ernesto Chevanton, Guillermo Giacomazzi e Marco Cassetti. Tutti gioielli figli della visione di Corvino. Ed è il Lecce, soprattutto, di Delio Rossi. Una figura fondamentale per la crescita di Cristian, delle cui qualità rimane letteralmente folgorato.

A Roma con Delio

A luglio 2006 lo sbarco a Roma, sponda biancoceleste. L’ennesima retrocessione del Lecce lo costringono a fare le valigie.

“Vieni con me” gli dice Delio Rossi. E così Ledesma segue il mister riminese nella nuova avventura capitolina.

I primi mesi sono davvero difficili. La Lazio ha appena dovuto salutare il proprio capitano e faro del centrocampo, Fabio Liverani, passato alla Fiorentina ha seguito di insanabili dissidi con il presidente Lotito. I tifosi, in perenne contestazione col patron, non gradiscono.

La squadra, poi, non ingrana. Gli 11 punti di penalizzazione, conseguenti a Calciopoli, oltretutto, pesano come un macigno.

In rosa Cristian è titolare in una linea mediana dove trovano posto anche Mutarelli e Mudingayi. A Stefano Mauri, trequartista, il compito di azionare la coppia offensiva formata da Pandev e Rocchi.

Il 10 dicembre arriva il derby di Roma. E, come al solito, la capitale si ferma.

I giallorossi di Spalletti viaggiano in pompa magna alla rincorsa della capolista Inter. Sulla carta sembra una partita dall’esito scontato.

Ma, come sempre, ci pensa poi il calcio a convincerci del contrario.

Il derby della speranza

Siamo al tramonto del primo tempo. Partita bloccata.

La palla giunge in zona trequarti proprio a Cristian Ledesma, dopo che i vari tentativi degli avanti biancocelesti di penetrare in area avversaria non hanno avuto buon fine.

A quel punto il 24 decide di inventarsi un fendente mancino dai 25 metri che sorprende tutti, compreso l’estremo difensore giallorosso, il brasiliano Doni.

La palla muore all’incrocio dei pali. 1 a 0.

Inizia praticamente qui la storia d’amore tra Cristian e la maglia biancoceleste. Segnare in un derby ti concede un credito, non infinito, ma quasi nei confronti dei tifosi.

Massimo Oddo, su rigore, e l’altro Massimo, Mutarelli, fisseranno poi il risultato sul 3 a 0. Il che consente non solo alla Lazio di vincere quel campionato a parte che da sempre è il derby, ma anche di rilanciare le proprie ambizioni in campionato.

E alla fine sarà terzo posto, con le porte del sogno Champions League che finalmente si aprono davanti ai suoi occhi.

L’amore litigarello

Come tutti i grandi amori, essi non sarebbero tali se non riuscissero a superare le crepe che inevitabilmente si creano in un rapporto.

All’inizio della stagione 2009-10 Cristian Ledesma, che nel frattempo della Lazio è diventato vice-capitano e che insieme a Tommaso Rocchi ha alzato al cielo una storica Coppa Italia vinta ai rigori all’Olimpico contro la Sampdoria, risulta ufficialmente “fuori-rosa”. Non convocato per la finale di Supercoppa Italiana, non inserito nella lista dei 21 giocatori per l’Europa League.

Il contratto a breve scadrà, e il giocatore non ha trovato un accordo per il rinnovo con il presidente Lotito. Che usa il pugno duro e lo esclude dalle attività.

Cristian ha in mano una proposta dell’Inter, dove si è appena trasferito il compagno e amico Goran Pandev, la quale però vorrebbe prenderlo a zero, senza dover sborsare quattrini.

Il centrocampista argentino si rivolge così addirittura al collegio arbitrale del CONI, per chiedere la rescissione. La sentenza bolla come “inammissibile” il suo appello. Costringendolo così a vivere per mesi da separato in casa.

Il salvagente di Edi

Il 10 febbraio del 2010, la svolta. Davide Ballardini viene esonerato, al suo posto quel vecchio volpone di Edi Reja.

La prima richiesta del tecnico friulano alla società prevede proprio la reintegrazione in rosa di Cristian Ledesma. “Ho bisogno di lui”.

Vinta l’iniziale reticenza del club, 4 giorni dopo il giocatore è tra gli 11 titolari nel match vinto contro il Parma al Tardini.

Non uscirà più dal campo, fino al termine di quella travagliatissima stagione, chiusa dai capitolini al 12esimo posto.

La stagione successiva Reja viene confermato, e con lui anche Ledesma al centro del campo, in cabina di regia.

Il 18 settembre, alla terza di campionato, all’Artemio Franchi di Firenze, pareggia, con un destro affilato, l’iniziale vantaggio di Adem Ljajic, ed esulta mimando il gesto dell’aquila. Firmando, così, la riconciliazione con tutto il popolo biancoceleste.

Le sue prestazioni, quell’anno, sono talmente buone da valergli pure la convocazione di Cesare Prandelli con la nazionale Italiana, paese che ormai lo ha adottato in tutto e per tutto.

Fatevi da parte, signori. Patagonia Express è tornato.

L’ultima in biancoceleste, e più in generale in serie A, è datata 31 maggio 2015. Cristian arriva da un’altra stagione difficile, che spesso lo ha visto escluso dai titolari.

Quella sera, però, mister Pioli al minuto 65 decide di buttarlo dentro, dopo che il Pipita Higuain ha rimontato, con una doppietta, le iniziali reti di Parolo e Candreva.

Risultato: assist per il nigeriano Onazi all’85esimo e 3 a 2 per la Lazio; assist per Miro Klose in pieno recupero, e 4 a 2.

Il giusto epilogo, il giusto modo per dirsi poi, definitivamente, addio.

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