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Nella fine, il principio

Il vero inizio dell’epopea dello Special One Josè Mourinho. La Coppa dei Campioni vinta con il Porto, contro tutti i pronostici, dopo la Uefa dell’anno precedente. Il punto più alto di una generazione di campioni, quello di partenza per tanti giovani talenti.
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Porto di Mourinho Campione 2004 - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Inizia tutto a Gelsenkirchen, una sera del 26 maggio 2004. Con il Futebol Clube do Porto che alza al cielo l’ambitissima Coppa “dalle grandi orecchie”, che ormai da anni tutti chiamano Champions League. Perché se la vittoria degli stessi Dragoni, appena un anno prima, della Coppa Uefa poteva da qualcuno essere etichettata come una bella, insolita, casualità, quella sera no. Tutto il mondo si china ai piedi di un nuovo profeta, destinato a rivoluzionare il calcio dei massimi livelli. E si china ai piedi dei suoi ragazzi, un gruppo coeso e fortissimo capace di arrivare prima a toccare il cielo con un dito, e poi di arrivare ancora più su.

Inizia quella sera la vera epopea internazionale di Josè Mourinho, l’allenatore di quel Porto. Esattamente dove finisce la straordinaria epoca dorata del club portoghese, capace in soli due anni di vincere ciò che era riuscito a vincerne in 110.

Inizia la carriera di alcuni tra i più talentuosi giocatori che il Portogallo abbia mai conosciuto. Deco, Ricardo Carvalho, Bosingwa, Maniche. Capaci poche settimane dopo di sfiorare un’impresa, se possibile, ancora più grande, ossia quella di portare il primo grande titolo internazionale nella bacheca della Nazionale portoghese, affondati nell’Europeo giocato in casa solo al cospetto della Magna Grecia di Otto Rehagel. Inizia esattamente dove finisce, parimenti, il percorso di un’altra generazione di campioni, da anni nel giro del “calcio che conta”: da Vitor Baia a Sergio Conçeiçao, da Jorge Costa ad Alenichev, passando per Costinha. Tutti all’ultimo grande ruggito di una nobilissima carriera.

Nella fine di quel ciclo dorato dei Dragoni, il principio di una leggenda. Quella di una squadra capace di arrivare dove nessuno avrebbe immaginato, di vincere dove nessuno, o pochi, era fin lì stato in grado di vincere.

La Coppa dei Campioni vinta dal Porto nel 2004 è un episodio più unico che raro nella storia del calcio. In anni dove il football europeo è popolato dei più grandi campioni, dove i club milionari sgomitano per un posto al sole. Alla fine la spuntano i “ragazzacci” del profeta di Setubal. Da quel giorno davvero Special One.

Un nuovo profeta

Cresciuto come assistente e interprete di Bobby Robson, ai tempi in cui il manager inglese siede sulla panchina dello Sporting Lisbona, Josè Mourinho, ex giocatore di livello medio basso, nato a Setubal e figlio di Felix, ex portiere, oltre che del Vitoria, la squadra proprio di Setubal, anche del Belenenses, decide di seguire il proprio mentore anche nell’avventura a Barcellona.

Nel 2000 Eladio Parames, dirigente del Benfica e futuro portavoce personale di Josè, lo chiama sulla panchina del club per sostituire l’esonerato Jupp Heynckes. Nemmeno il tempo di contare fino a 10 le partite allenate che un “golpe” alla guida della società lo costringe a ritrovarsi a piedi e a ricominciare tutto da capo.

Nel 2001 sorprende tutti alla guida del Leiria, squadra che concluderà la stagione al settimo posto della Liga Portugal, quando tuttavia il proprio allenatore è già passato al Porto, anche lì per sostituire un collega esonerato, in questo caso Octavio Machado.

Coadiuvato fin da subito dai propri fedelissimi Villas Boas, Rui Faria e Silvino Louro, che lo seguiranno anche nelle successive vincenti avventure, arriva terzo il primo anno, grazie a un deciso cambio di rotta dal momento del suo approdo. La stagione successiva i Dragoes tornano campioni nazionali dopo due anni di astinenza. Alzano al cielo anche la Coppa di Portogallo, per un incredibile double casalingo

La vera impresa, però, i ragazzi di Mourinho la compiono nell’allora Coppa UEFA. Partiti dal secondo turno, i biancoblù mettono in riga, nell’ordine, Polonia Varsavia, Austria Vienna, Lens, Denizlispor, Panathinaikos e pure, in semifinale, la Lazio di un giovanissimo mister Roberto Mancini. In finale trascinano il rognoso Celtic Glasgow, impreziosito da un incontenibile Henrik Larsson, fino ai supplementari, quando un gol di Derlei fa impazzire il pubblico giunto allo stadio di Siviglia direttamente da Oporto, conquistando un successo che, già di per sé, equivale a una scritta nelle mura della storia

I ragazzacci di Josè

Quel Porto, confermato quasi in blocco nella stagione successiva, è una macchina perfettamente oliata, dotata di grandi qualità tecniche, ottima fisicità, soprattutto a livello di corsa, e grande organizzazione. Ma quello che balza più agli occhi, e che sarà una specie di marchio di fabbrica per Mourinho, anche nei seguenti successi, è la capacità di soffrire, di saper resistere sotto pressione anche per diversi minuti, senza mai sbracare o perdere il controllo, sempre con impressa nella mente, e nel cuore, la convinzione di farcela. La sensazione, più in generale, è quella di una squadra disposta a buttarsi nel fuoco per il proprio allenatore, e di farsi mutilare pur di aiutarsi a vicenda.

In porta c’è il grande vecchio Vitor Baia, una leggenda del club e una garanzia in termini di esperienza internazionale (80 presenze con la maglia del Portogallo) e affidabilità. In difesa le corsie vengono presidiate da Paulo Ferreira e Nuno Valente, tanto instancabili nel loro appoggio all’azione offensiva quanto concentrati al momento di chiudere con precisione la diagonale. Al centro due autentici baluardi come Ricardo Carvalho e Jorge Costa, quest’ultimo, capitano, richiamato l’anno prima dallo stesso Mourinho, dopo che il club lo aveva spedito addirittura in Inghilterra, e per la precisione al Charlton, in prestito.

Il centrocampo, disposto praticamente a rombo, vede nell’esperto Costinha il proprio motore principale. Giocatore completo, frangiflutti insuperabile bravo anche però nell’inserimento in area avversaria, nonché nel tiro da fuori. I suoi guardiani sono Maniche, probabilmente il giocatore più europeo di quella squadra, e il russo Alenichev, transitato anche per il nostro campionato, con le maglie di Roma e Perugia, prima di essere frettolosamente etichettato come flop, e spedito, senza troppi complimenti, in riva all’Atlantico.

Il vertice alto è un certo Anderson Luis de Souza che però tutti chiamano Deco. Un brasiliano dello stato di San Paolo mai convocato dalla Seleçao che nel 2003, una volta ottenuta la cittadinanza, sceglie di difendere i colori del Portogallo. È lui, probabilmente, il diamante grezzo più lucente scovato da Mourinho, che nella propria lista di talenti lusitani gli preferisce solo l’inarrivabile Figo. Più regista offensivo che trequartista, dotato di periferica visione di gioco e di una rara capacità di palleggio, oltre che di un efficace dribbling. Quando agita la bacchetta, sai che sta per succedere qualcosa. E tutte le azioni più pericolose dei Dragoni, inevitabilmente, transitano dai suoi piedi.

Davanti è confermatissimo il brasiliano Derlei, che diventerà una specie di “uomo del destino”. Al suo fianco si alternano il lituano Jankauskas e il sudafricano McCarthy, appena arrivato dal Celta Vigo. Sovente viene pure alzato Carlos Alberto, quando la partita richiede un maggiore trinceramento.

A impreziosire la rosa, a parametro zero dalla Lazio quell’estate torna pure Sergio Conçeiçao, che nonostante le poche apparizioni riuscirà comunque a dare il suo contributo in termini di esperienza.

Un girone non semplice

La cavalcata in Coppa dei Campioni inizia, in virtù del titolo dell’anno precedente, dalla fase a gironi. Bene ma non benissimo al sorteggio, con il Porto che, nell’urna, pesca l’onnipotente Real Madrid, il Marsiglia e il Partizan Belgrado. Sulla carta, probabilmente, solo contro i serbi i Dragoes godono dei favori del pronostico. Più in generale l’impressione è che, nonostante il successo dell’anno precedente in UEFA, il Porto abbia sì le carte in regola per superare il proprio raggruppamento, ma che sia destinato a fermarsi subito dopo, soprattutto ora che la formula della competizione è cambiata, e perciò non prevede più una seconda fase a gironi, ma bensì un immediato scontro diretto da dentro-o-fuori.

Il battesimo del fuoco avviene a Belgrado, dove le possibili difficoltà della squadra di Mourinho sembrano confermate. Al vantaggio di Costinha risponde il tap-in di Delibasic, per un 1-1 piuttosto deludente.

Alla seconda giornata il Porto si deve prostrare di fronte al Real Madrid, che all’Estadio das Antas si impone per 3 reti a 1 grazie ai timbri dei galacticos Ivan Helguera, Solari e Zidane, dopo che il solito Costinha aveva illuso, di testa dopo 7 minuti, i tifosi locali.

Alla terza gara i Dragoes già si trovano nella condizione di non poter sbagliare. E al Velodrome firmano, in effetti, il proprio primo capolavoro, rimontando lo svantaggio iniziale firmato da un giovane Didier Drogba grazie a Maniche, Derlei e Alenichev, rendendo così inutile anche il secondo gol francese di Marlet.

Inizia il ritorno, e la rete di McCarthy ad Oporto contro lo stesso OM si rivelerà decisiva non solo per piegare per la seconda volta i francesi in pochi giorni, ma anche per cementificare il passaggio del turno. Contro il Partizan è ancora McCarthy a travestirsi da supereroe, firmando una doppietta ed impedendo al solito Delibasic di rovinare la festa biancoblù.

L’ultima partita contro il Real Madrid diventa quasi una formalità. Sotto il diluvio le merengues vanno subito avanti con Solari, salvo venire raggiunti da un rigore di Derlei per un giusto 1-1 finale, che vale ai Dragoes il passaggio del turno come secondi classificati.

Battere i migliori

A questo punto della storia, per sperare di arrivare fino in fondo, a una squadra così di cuore servirebbe un accoppiamento, agli ottavi, piuttosto favorevole. Ma, come abbiamo spesso visto, il destino spesso si diverte a mettere i bastoni tra le ruote anche alle compagini più eroiche.

Porto-Manchester United.

Un sorteggio da brividi, per di più con la spada di Damocle di dover giocare il ritorno nel temibile Old Trafford, al cospetto di una delle squadre, quella di Sir Alex Ferguson, più forti e competitive del mondo.

Mourinho però ha predisposto tutti i trabocchetti del caso, e prepara la truppa alla cosiddetta “partita della vita”. I suoi non si scompongono nemmeno quando Quinton Fortune, dopo un quarto d’ora, porta avanti i Red Devils. Ci penserà infatti il solito McCarthy, connazionale dello stesso Fortune, a pareggiare i conti. A 11 dalla fine il sogno rischia di diventare realtà, quando ancora il sudafricano incorna, alle spalle di Tim Howard, un cross di Nuno Valente, dando la possibilità al Porto di andare in Inghilterra con a disposizione due risultati su tre.

Già, ma bisogna andare a giocare lì, contro quelli là. Mica semplice. Lo United, oltretutto, ha spesso dato dimostrazione di sapersi esaltare in partite così.

Ad Old Trafford il gol di Paul Scholes, nel primo tempo, suona come un oscuro presagio. Basterebbe quella rete per mandare avanti i Red Devils, che nella ripresa si fanno però prendere dall’ingordigia di provare a chiuderla. Ferguson inserisce anche Cristiano Ronaldo e il vecchio leone Solskjaer per provare a vincerla, ma in pieno recupero ancora Costinha, sempre lui, raccoglie per primo una farraginosa ribattuta dell’inadatto Howard su punizione di McCarthy, sempre lui, e mette dentro il gol dell’1-1.

Esplodono tutti, anche Mourinho, che corre impazzito sotto la Away End a esultare con i suoi. Perché sa che passare un turno del genere ti dà l’idea che tutto sia realmente possibile.

Nel proseguo del cammino il Porto sfrutta il fattore campo per mettere in riga prima il Lione (2-0 al Das Antas, firmato Deco e Carvalho, e 2-2 di resistenza in Francia), poi anche il Deportivo, capace nel turno precedente di eliminare i campioni in carica del Milan, per di più rimontando in maniera clamorosa il 4-1 subito a San Siro.

Contro la squadra di Irureta il Porto si accontenta dello 0-0 in casa, per andare poi a vincere, grazie al solito rigore di Derlei, al Riazor, conquistando così l’accesso alla finale.

Una improbabile finale

A leggere il tabellone della finale di Gelsenkirchen qualcuno deve aver strabuzzato gli occhi. In una delle Champions più pazze della storia sono uscite tutte le grandi favorite: Bayern Monaco, Real Madrid, Chelsea, Milan, Arsenal.

A contendere il titolo al Porto sarà il Monaco. Squadra del Principato allenata (bene) da Didier Deschamps che per la prima volta nella propria storia si affaccia da questo prestigioso balcone.

I monegaschi sono tuttavia una squadra molto interessante. Con l’italiano Marco Roma in porta, un giovanissimo Patrice Evra in difesa, il talento di Rothen sulla fascia e il know-how del Moro Morientes in attacco, uno dei più prolifici attaccanti europei degli ultimi anni. La vera stella, però, è Ludovic Giuly, esterno dal baricentro basso (164 cm), nato e cresciuto a Lione e ora capitano e leader maximo di quel manipolo di eroi.

La sera della finale sarà però la più sfortunata della sua vita, complice l’infortunio che lo costringe, al minuto 23, ad abbandonare il campo in favore del lungagnone croato Dado Prso. Il Monaco, persa la propria stella, entra in un impasse, quasi si blocca. Il Porto, come un serpente appostato sotto una pietra, butta la testa fuori e morde.

Al 39esimo Carlos Alberto realizza il gol del vantaggio, girando in rete alle spalle dell’impotente Roma un cross dalla destra di Ferreira. Nella ripresa Rothen e compagni ci provano, ma al 71 esimo Deco dà sfoggio del proprio talento, mandando l’intera difesa biancorossa al bar, prima di spedire all’angolino il gol del 2-0.

Deschamps non fa nemmeno in tempo a tentare il tutto per tutto, togliendo un difensore, Givet, per inserire un attaccante, Shabani Nonda, che Alenichev, a 15 dalla fine, distrugge la porta, spedendo i paradiso i Dragoes, anzi, ancora più su.

 

Al momento delle premiazioni passerà alla storia la non-esultanza di Mourinho, vessato, a suo dire, da continue minacce di morte indirizzate a sé e alla propria famiglia. Il profeta di Setubal volerà a Londra, per diventare definitivamente Special One alla guida del Chelsea.

Anche qui. Nella fine della sua esperienza al Porto, il principio, per l’inizio dell’eco di una leggenda. Che ancora oggi fa scendere qualche lacrima nel rivedere quei ragazzotti biancoblù arrivare in paradiso, e poi ancora più in alto

Racconto a cura di Fabio Megiorin

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