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Craig Bellamy, Fast and Furious

Un’inizio troppo precoce e una carriera da Bad Boy degna dei suoi illustri predecessori. Eppure per Craig Bellamy, da qualche mese, stiamo tutti facendo il tifo. Da quando ha deciso di smettere i panni del “pazzo con la mazza da golf” per rivelare al mondo le proprie fragilità.
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Craig Bellamy - Illustrazione di Tacchetti di Provincia

Ha iniziato presto, Craig Bellamy. A fare tutto.

A giocare a calcio, dal momento che il suo esordio tra i professionisti avviene quando il gallese ha appena 18 anni, e già da un paio è nel giro della prima squadra del Norwich City.

A bere. Qui non c’è una data di inizio. L’alcol è semplicemente un triste compagno di viaggio, che lo ha seguito, a volte perseguitato, lungo tutta la sua carriera.

A combinare danni. Ne ha fatte davvero di tutti i colori, tanto da poter essere di diritto inserito nella categoria dei bad boys del calcio inglese.

Ha iniziato presto, troppo presto. Ha vissuto una vita che ne vale 3 di quelle di una persona normale. 

Una precocità che gli ha comportato fama, successo, denaro. Ma anche tanti tanti problemi tuttora irrisolti.

La sua storia è quella di un ragazzo che per una vita è parso avercela col mondo. Fino a quando, almeno, non ha conosciuto il dolore reale, quello vero. Che lo ha trascinato in un abisso da cui ancora adesso fatica ad uscire.

Un curriculum da star

A guardare la carriera di questo ragazzo nativo di Cardiff, Galles, verrebbe da pensare che non abbia nulla di cui si possa lamentare.

Dal giorno del suo debutto, un pomeriggio di marzo del 1997, a quello in cui ha deciso di dire basta e di dedicarsi ad altro, ha militato con alcune tra le più importanti, prestigiose, e talvolta romantiche, squadre del campionato inglese.

Dagli inizi con il Norwich e il Coventry, finisce in quel Newcastle di Bobby Robson, che con gente come Shearer, Bowyer, Solano, Dyer prometteva di sovvertire le gerarchie delle big.

Poi il Celtic, con cui vince Old Firm e Coppa di Scozia.

Quindi il Liverpool, in cui gioca in due diversi momenti, cogliendo risultati altalenanti (malissimo con Benitez, con il quale il feeling non esplode davvero mai, molto meglio con Kenny Dalglish, che da “vecchio lupo di mare” sa leggere tra le crepe del carattere bizzoso del ragazzo).

Per chiudere poi al West Ham prima, dove la tradizione è tutto, e al Manchester City poi, club agli albori della superpotenza che attualmente è, da un punto di vista sia sportivo che finanziario.

Bellamy All-of-famer con il Galles

A livello di nazionale, Bellamy è senza dubbio uno dei giocatori più rappresentativi della storia del Galles.

78 presenze totali, molte delle quali da capitano, dopo il ritiro dell’eterno Ryan Giggs. Condite da 18 gol.

Alcune bellissime, altre semplicemente importanti.

Nella classifica all-time dei Dragoni si trova al settimo posto, sia per quel che riguarda le presenze sia per quello che concerne i gol segnati.

Una carriera che chiunque potrebbe definire florida e di successo, con una bacheca in cui trovano spazio, oltre alla già citata coppa di Scozia, anche un Community Shield, una Coppa di Lega (entrambe vinte col Liverpool) e una Football League Championship, conquistata con la squadra per la quale tifava il papà, il Cardiff City, al crepuscolo della carriera.

Too fast

Come può allora un atleta di questo profilo aver avuto tutti i problemi che Bellamy effettivamente ha avuto? Con la giustizia, non solo quella sportiva, con l’alcol, con gli allenatori. Per finire con sé stesso, complice una depressione che lo sta, a suo dire, divorando, e che ne sta compromettendo la carriera da allenatore che aveva deciso di intraprendere?

Il problema forse, almeno inizialmente, sta tutto in quel “troppo presto”.

Strappato precocemente dal “suo” Trowbridge, quartiere popolare e periferico di Cardiff, dove si trasferisce in tenera età insieme alla mamma, che fa le pulizie nelle case degli altri, e al papà, che si spacca la schiena in acciaieria.

A Norwich fatica ad addormentarsi, vessato dalla nostalgia di casa e dai calcioni che i compagni più anziani gli rifilano affinché si “faccia le ossa”, e che daranno inizio alla lunga sfilza di infortuni che lo accompagneranno da lì in avanti.

A Coventry sperimenta anche, sempre precocemente, il sapore amaro del fallimento. Gli Skyblues, infatti, dopo aver venduto all’Inter Robbie Keane, sborsano qualcosa come 7 milioni di sterline per portarlo ad Highfield Road. Salvo poi retrocedere ugualmente, nonostante le 6 reti in 34 presenze del folletto gallese.

A Newcastle trova, per la prima volta, un determinato grado di stabilità. Merito di Bobby Robson, altro “volpone” che non si spaventa di fronte alle bizze del suo carattere. Merito di un gruppo coeso, che lo accoglie come uno di famiglia e gli consente di crescere con calma. E di Gary Speed, compagno nei Toons e in Nazionale e che ritroveremo più avanti.

Non a caso, le cose cominciano a funzionare anche sul campo. Bellamy viene eletto “miglior giovane della Premier League” davanti a un certo Steven Gerrard, e con Shearer forma una coppia pressoché perfetta.

Devastante, in particolare, la sua prestazione in un match di Champions League, in cui abbatte da solo il Feyenoord con una doppietta.

Ma si tratta di un fuoco di paglia. Perché ben presto si ripresenta il lato oscuro di Craig Bellamy.

Too furious

La lista è davvero lunga.

Si inizia con un calcione a Materazzi che gli costa 3 turni di squalifica. Si prosegue con una sedia tirata al secondo allenatore John Carver. Infine una rissa con uno studente, che lo mette seduto su una sedia di fronte a un giudice.

Dopo Robson in panchina arriva Souness, e sono subito dolori. L’allenatore lo esclude da una partita con l’Arsenal parlando prima di un problema alla coscia, poi di una scarsa adattabilità con il ruolo di esterno. Bellamy gli risponde dandogli pubblicamente del bugiardo, e il club gli commina 80mila sterline di multa.

Prima del prestito al Celtic, i Magpies si accordano per cederlo al Birmingham. Lui, di tutta risposta, dice: “Io sono Craig Bellamy, e non firmo per squadre schifose”.

Una volta a Glasgow sfotte bellamente, via sms, sempre in preda ai deliri dell’alcol, Alan Shearer, dopo una sconfitta del Newcastle in semifinale di FA Cup. Il bomber chiederà udienza in società per informarli del fatto che “se me lo riportate qui gli rompo la faccia”.

Dopo essersi rilanciato al Blackburn, dove ritrova Mark Hughes, che già lo allenava quando era commissario tecnico del Galles, finisce, clamorosamente, al Liverpool. Voluto fortemente da Rafa Benitez, secondo il quale “Bellamy ha rapidità, velocità e tutto il talento di cui abbiamo bisogno”.

Inizio promettente. Poi, di nuovo, solo guai.

In un hotel in Portogallo, ubriaco marcio, aggredisce il compagno John Arne Riise con una mazza da golf. Un misericordioso Benitez accetterà poi le scuse dei due, che ci scherzeranno sopra dopo un gol al Barcellona, mimando proprio il gesto della mazza da golf (e da lì in poi Bellamy sarà, per tutti, “The Nutter with the Putter”).

Poi un accusa di stupro ai danni di due donne, da cui viene comunque assolto. Troppo comunque per il Liverpool, che decide di disfarsene e spedirlo al West Ham.

Bellamy, The Nutter with the putter

La follia di Craig si ripresenta, quindi, al momento del passaggio al Manchester City.

Ai Citizens lo vuole, di nuovo, il suo mentore Mark Hughes. Il quale però viene presto esonerato, per lasciare il posto all’italianissimo Roberto Mancini. Bellamy non perde occasione per definire “folle” quella decisione.

Inevitabile che i rapporti col tecnico di Jesi non decollino davvero mai. Leggenda narra che arrivino quasi alle mani, durante un allenamento, con Mancini che invita il gallese ad “andarsene e non tornarsene prima di 3 mesi”.

Nel frattempo, Craig rifila un pugno a un tifoso dello United che aveva ben pensato di invadere il campo durante il derby.

Quando torna a Cardiff, per riavvicinarsi a casa e cercare di ritrovare equilibrio, non si fa comunque mancare una rissa fuori da un pub, in cui cambia letteralmente i connotati a due giovani ragazzi di 20 e 26 anni.

Anche i bad boys crescono

Ma per quanto uno possa essere un bad boy, arriva un momento in cui si smette con un certo tipo di comportamenti. È capitato a tanti, da Roy Keane a Vinnie Jones. Altri, invece, sono sprofondati infiniti abissi. Uno su tutti: Paul Gascoigne.

Anche per Bellamy arriva il momento di “diventare grande”. Padre di 3 figli, decide di iniziare un percorso di apprendistato che lo possa portare a diventare uno di quegli allenatori che ha, da sempre, mal sopportato. E non disdegna qualche apparizione in tv, da commentatore di quel campionato che l’ha visto tante volte protagonista.

L’ultima notizia di un incarico ufficiale arriva il 20 giugno 2019, quando l’Anderlecht, guidato in panchina da Vincent Kompany, lo nomina head coach dell’under 21.

Ma in carica Bellamy ci rimane ben poco. Perché da parecchi anni si è ritrovato di nuovo a fare i conti con i propri demoni.

L’amico di una vita

Il turning point ha una data: 27 novembre 2011.

Bellamy fa ancora il calciatore, quando apprende la notizia che Gary Speed, commissario tecnico del Galles, si è tolto la vita nel proprio appartamento di Chester.

Speed, in quel momento, non è solo l’allenatore in Nazionale di Craig. È l’amico di una vita, conosciuto ai tempi del Newcastle. L’unico che, all’epoca, si era fermato un momento per provare a capire cosa stesse succedendo a questo giovane ragazzo strappato precocemente da casa.

Le loro due carriere si sono mescolate alle rispettive vite. Finché non si sono ritrovati a dover combattere insieme lo stesso nemico, stavolta però fuori da un campo di calcio: la depressione.

La notizia della morte sconquassa l’animo di Bellamy, che presto si separa anche dalla moglie Claire.

Affronta un lungo percorso di cure, dal quale però non riesce davvero mai a guarire completamente.

A maggio del 2020 ne parla apertamente, in un’intervista a Sky Sports Uk. Rivelando a tutti la propria fragilità, e facendo capire a tutti che, anche dietro ad un bad boy, c’è pur sempre un essere umano.

Il 13 settembre del 2021 abbandona il proprio incarico all’Anderlecht per continuare la propria lotta. Determinato, anche per dare un segnale e un esempio a chi con lo stesso problema convive ogni giorno.

Aspettiamo solo di vederlo tornare. E allora ci saremo dimenticati di tutte le marachelle, gravi e meno gravi combinate in carriera.

Facciamo il tifo per lui, il ragazzo Fast and Furious, affinché, con un colpo di mazza da golf, scacci via anche questo rognoso avversario.

Forza Craig!

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