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Gabor Kiraly, in tuta alla meta

Gabor Kiraly per tutti era semplicemente “il portiere in pigiama”, per via del suo look distante dalle passerelle di moda. In realtà è stato un portiere pratico e scaltro, leggenda del calcio ungherese. È un precursore di stile, all’insegna della praticità.
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Passeggiando per le vie di Budapest, appena fuori dal centro storico della città, vi potreste imbattere in alcuni negozi di articoli sportivi.

In vetrina, di fianco ai costumi e alle cuffie da pallanuoto, vero sport nazionale dei magiari, mischiati in mezzo alle maglie dei club storici del calcio ungherese, come l’Honved o il Ferencvaros, notereste sicuramente dei banalissimi pantaloni della tuta di color grigio chiaro.

Il prezzo varia in base allo store, ma mediamente si aggira sui 25 euro.

Per averli e indossarli bisogna però conoscere due regole, semplici ma fondamentali: vanno obbligatoriamente acquistati di almeno una taglia in più, affinchè siano larghi e comodi; e la parte inferiore va necessariamente inserita dentro i calzettoni, meglio se bianchi e lunghi.

Perché? Che cos’hanno di speciale quei pantaloni della tuta?

Semplice. Sono il look-Kiraly. Ovvero il modo con cui uno dei migliori portieri del calcio ungherese, Gabor Kiraly, verrà per sempre ricordato in tutto il mondo sportivo.

Tanto che, per molti, è e rimarrà il “portiere in pigiama”.

Comodità e scaramanzia

Il motivo per il quale Gabor Kiraly, per l’intera durata della propria carriera, ha indossato questi pantaloni della tuta leggermente oversize è il più banale di tutti: questione di comodità.

Gabor infatti di mestiere fa il portiere (e non d’albergo). Nell’Ungheria degli anni ’80 c’è, per così dire, carenza di campi in erba, o quantomeno in condizioni anche solo discrete.

A un estremo difensore, quindi, tocca lanciarsi su terreni a volte duri come il marmo, magari pure mezzi ghiacciati, e altre in campi fangosissimi, magari proprio nella zona dell’area di rigore.

Fin da piccolo, quindi, Kiraly ha sempre preferito indossare pantaloni della tuta neri, lievemente imbottiti, per evitare botte o abrasioni ai proprio arti inferiori.

Ma c’è ovviamente spazio anche per un briciolo di scaramanzia.

Siamo nel 1996, e Gabor gioca con la maglia dell’Haladas, la squadre di Szombatheyi, sua città natale.

Al momento di vestirsi per entrare in campo scopre, con rammarico, che i suoi consueti pantaloni neri si trovano ancora in pulitura dall’ultimo match.

Corsa disperata, quindi, in un negozio limitrofo, per acquistarne deli altri. Ma ce ne sono solo di grigi, e di una taglia più della sua. Non importa, vanno bene lo stesso.

Da quella partita in poi l’Haladas conquista ben 8 vittorie consecutive. E Gabor capisce che d’ora in poi, in qualunque club andrà a giocare, indipendentemente dai colori sociali, lui utilizzerà quel tipo di pantaloni, e di quel colore. Senza curarsi troppo di essere considerato fuori moda.

Tra Bundesliga e Premier League. Fino all'Europeo.

La sua carriera si sviluppa prevalentemente in Germania, dove difende per molti anni, e con un certo profitto, la porta dell’ Hertha Berlino, per poi spostarsi a Leverkusen, senza scendere di fatto mai in campo, e quindi a Monaco, sponda 1860.

Nel 2004 non resiste, tuttavia, al richiamo della Premier League, e vola così a Londra per giocare nel Crystal Palace. Altre stagioni oltremanica lo vedranno impegnato a difendere la porta del Burnley e del Fulham.

Prima di tornare a casa, e chiudere nel suo Haladas, là dove tutto era effettivamente cominciato.

Portiere di grande carisma e personalità, capace di guidare da dietro la linea difensiva. Buona struttura fisica (191 centimetri per 92 chilogrammi), con uno stile di gioco che va di pari passo rispetto al suo abbigliamento.

Parola d’ordine: essenzialità.

Niente parate per i fotografi, niente avventurose costruzioni dal basso. Pane al pane, vino al vino. Che piaccia oppure no.

Nel 1998 l’esordio (con tanto di rigore parato all’Austria) con la Nazionale, di cui diventerà recordman di presenze (108, battuto solo, in tempi più recenti, dal funambolo Dzsudzsak), e con la quale parteciperà pure al Campionato Europeo organizzato in Francia nel 2016.

Qui diventerà il più anziano giocatore a disputare una fase finale, dall’alto dei suoi 40 anni oramai abbondantemente compiuti, con buona pace di Lothar Matthäus, arrivato solo fino ai 39.

Poche coppe, tanto onore

Il 22 maggio 2019 annuncia di voler appendere scarpini e guanti al chiodo, appoggiandoci sopra i suoi iconici pantaloni.

Il paese gli tributa tutti gli onori del caso. Standing ovation più che meritata.

Di titoli in bacheca ne ha collezionati pochini, giusto un paio: una serie B ungherese con l’Haladas e una coppa di Lega tedesca ai tempi dell’Herta Berlino, club che ha deciso, recentemente, di inserirlo di diritto nella propria hall-of-fame.

Ma rimane un esempio, per compagni, avversi e tifosi. Proprio per via della sua semplicità e della sua essenzialità.

Si dice che abbia riportato in auge la tuta come stila di vita, molti anni prima della rivoluzione sarriana a cui abbiamo assistito qui in Italia.

Probabilmente ha pure riscritto qualche teorema della fisica, per come è sempre riuscito a volare tra i pali, nonostante il fango che, una volta impregnatosi, ha reso i proverbiali pantaloni almeno un paio di chili più pesanti rispetto al momento in cui lì ha indossati.

Ma l’importante è arrivare alla meta. Sempre e comunque rigorosamente… in tuta!

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