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Ezio Glerean, i "fioi" di Ezio

Ezio Glerean è uno degli allenatori più innovativi e visionari che il calcio italiano ha saputo proporre negli ultimi 25 anni.
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Ezio Glerean - Illustrazione Tacchetti di Provincia

1355 chilometri. Sono quelli che separano Amsterdam da San Donà di Piave, provincia di Venezia.

Ad Amsterdam, alla Johan Cruijff Arena (e prima del 1996 allo Stadion De Meer) gioca l’Ajax. A San Donà di Piave, all’impianto intitolato a Verino Zanutto, ex calciatore ed eroe della Resistenza, giocano i biancocelesti del Sandonà.

Se a una prima analisi queste due realtà sembrano così distanti, non solo da un punto di vista geografico, lo sono molto meno a leggere la storia di Ezio Glerean, uno degli allenatori più innovativi e visionari che il calcio italiano ha saputo proporre negli ultimi 25 anni.

Un uomo la cui carriera professionale è vissuta su due emisferi. Da calciatore, principalmente al Sud Italia, tra Brindisi e Cava dei Tirreni, passando per Taranto. Da allenatore, nel suo Veneto, culla perfetta per le sue idee e per il suo lavoro.

Ma se la prima carriera, da difensore, la si può considerare alla stregua di quella di tanti altri personaggi transitati nel mondo del nostro pallone, non altrettanto si può dire di quella da allenatore, unica nel suo genere per livello di avanguardia e di mentalità.

In Olanda per amore

Il tutto nasce, come detto, in Olanda, ad Amsterdam. Merito di una moglie olandese, venuta in Italia per studiare la lingua. L’occasione perfetta, per Ezio, di venire a contatto con il calcio totale dei Paesi Bassi, che negli anni 70 rivoluzionò il modo di intendere del gioco del pallone. E che se con Rinus Michels e con i lancieri dell’immenso Crujiff permettè a tutto il mondo di aprire la finestra su questo nuovo pianeta, con Louis Van Gaal, negli anni 90, trovò la sua sublimazione applicata alla modernità.

Dopo aver trascorso quei due mesi a studiare il mondo-Ajax, Glerean comincia, ispirato, il suo percorso da allenatore. Dal Veneto, ovviamente. Marostica, per la precisione. E poi a Caerano di San Marco. I risultati iniziano subito ad arrivare, ma al di là delle promozioni raggiunte, quello che stupisce delle sue squadre è il sistema di gioco.

Modulo: 3-3-4. O anche 3-3-1-3. Ingredienti: 3 difensori centrali intelligenti e coordinati, abili nell’uno contro uno. 3 centrocampisti dotati di almeno un paio di polmoni in più rispetto agli altri esseri umani, per coprire il campo in tutta la sua ampiezza e andare a caccia della seconda palla. 4 attaccanti dotati di tecnica che possano fraseggiare tra loro e in grado di iniziare altissimo il pressing sulla linea di difensiva avversaria.

Qualcosa che, forse, nel Belpaese, non si era mai visto. E mai più si rivedrà. Ma che ispirò molti altri allenatori dopo di lui. Si dice addirittura che Pep Guardiola abbia tratto molti spunti da questo sistema di gioco per creare la sua macchina da guerra perfetta, il Barcellona.

Calcio totale a Sandonà

Tutto questo Ezio comincia ad esternarlo all’ennesima potenza quando arriva ad allenare il Sandonà. Con la sua mentalità offensiva e il suo gioco (solo all’apparenza) spregiudicato, porta i biancocelesti al professionismo, in serie C2 (non succedeva dal ’52) fino alle soglie della C1. Poi, con il Cittadella, scrive probabilmente il suo capolavoro, la sua “Wonderwall”. Prende i granata in C2 trascinandoli alla serie B, fin quasi a sfiorare la serie A.

Gli interpreti delle sue squadre, i suoi “fioi”, non sono i nomi altisonanti che siamo abituati a sentire. Sono giocatori semplici, spesso del territorio, disponibili a seguire il suo credo in tutto e per tutto. E che di ritorno hanno guadagnato una ribalta che, altrimenti, difficilmente avrebbero guadagnato. Da Stefano Polesel (per Glerean un vero fenomeno, che fu vicino anche al Cagliari di Trapattoni) a Davide Zanon; da Andrea Caverzan e Giulio Giacomin fino a Stefano Ghirardello.

Il perché del mancato grande salto

Vi chiederete come mai un allenatore così visionario e preparato non abbia sfondato, fino ad arrivare in serie A. Ebbene, ad Ezio sono mancate alcune cose.

La fortuna, in primis, l’occasione giusta. Poteva averla quando Zamparini lo volle con sé per allenare il Venezia, salvo poi rilevare, nella stessa estate, il Palermo, trasferendo dalla Laguna alla Sicilia Ezio e tutta l’ossatura principale della squadra. Troppo ambizioso il progetto (e di conseguenza poca pazienza nel lasciar lavorare il mister), troppo vulcanico il presidente. Dopo 10 giornate fu esonero.

Mancò, a Glerean, una capacità fondamentale per un allenatore moderno. Quella di subentrare a stagione in corso. Non lo può fare. Lui non può scrivere le parole su una musica già composta. È un cantautore, abituato a comporre ogni centimetro del pentagramma della sua opera.

Oltre a ciò, Ezio allena un club a 360 gradi. È abituato a conoscere tutto, dal direttore sportivo al magazziniere, dal massaggiatore al custode del campo. Vive la sua squadra come una grande famiglia, impossibile chiedergli di essere inserito in un contesto estraneo.

Ritorno al futuro

Ma forse, alla fine, è stato meglio così. Tenere confinata la sua magia nella realtà di provincia. Sia per non rendere stereotipate e cacofoniche le sue idee, al cospetto di un calcio moderno che, di quella magia, ha perso tutto (per non fare la fine di un altro maestro come Zeman, per intenderci). E sia perchè, alla fine, la provincia si pone come scrigno ideale di questa favola, rendendola semplice, direttamente fruibile a tutti, e, per questo, ancora più speciale.

Ora Glerean è ripartito dalle sue origini, da quella Marosticense dove tutto ebbe inizio, per tornare quindi ad allenare il Bassano. Un posto tranquillo, su misura, dove possa continuare a predicare il suo credo calcistico per trasmetterlo alle nuove generazioni.

Un credo fatto di:

  • Educazione (quando era al Citta faceva cambiare, a turno, una squadra delle giovanili insieme alla prima squadra, per far respirare ai ragazzini il clima del grande calcio e per sensibilizzare i suoi giocatori sul loro “essere un modello per gli altri”. Per questo faceva anche giocare le giovanili con le maglie con i nomi dei giocatori della prima squadra).
  • Libertà (spesse volte lascia ai suoi giocatori l’autogestione. Si fanno le squadre tra di loro e si gestiscono la partitella; lui si accomoda in tribuna)
  • Senso di appartenenza (predilige i ragazzi nati e cresciuti nel territorio, perché “ i pullmini sono la rovina del calcio giovanile”. Sceglie personalmente i propri uomini di fiducia, per poterne misurare e condividere il pensiero)
  • Divertimento (“troppi ragazzi con talento smettono di giocare a 13 anni perché non si divertono”)

In provincia, dove tutto è iniziato, fiorito e proseguito. E dove tutto è più romantico.

Perché, alla fine, se Cenerentola fosse vissuta in una metropoli, sai a quante altre sarebbe calzata alla perfezione quella scarpetta di cristallo?

Scopri un altro allenatore partito dal basso. Scopri Maurizio Sarri, il valore del tempo

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