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Claudio Ranieri, il signore del calcio

Passerà alla storia come l’artefice del miracolo-Leicester. Ma quello che ci piace ricordare del mister romano è stato il modo in cui ha condotto la sua carriera. L’eleganza, lo stile, la simpatia e la spontaneità. Di un allenatore ancora in attività, ma che quasi quasi già ci manca
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Claudio Ranieri - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Quest’anno Claudio Ranieri compirà 72 anni. Ma allena ancora.

Potrebbe tranquillamente fare il nonno, godersi la meritata “pensione”. O ancora meglio andare a pontificare in questo o quel siparietto televisivo.

E invece è ancora lì. E il motivo è molto semplice. Ed è lui stesso a dirlo:

" Il pallone è ancora in grado di emozionarmi "

Ha sempre vissuto il calcio come uno sport, nella sua pura essenza, e il mestiere di allenatore, in particolare, non come una guerra, un “tutti contro uno”, ma come una possibilità di regalare gioia alla gente, come un veicolo di sentimenti positivi da trasmettere a chi già patisce abbastanza durante la settimana.

Claudio Ranieri è una delle figure più pure del nostro movimento sportivo. Il “nonno” che tutti vorrebbero avere. Che ti siedi sulle sue ginocchia, e non vedi l’ora di sentirgli raccontare una delle sue storie.

Claudio Ranieri è, soprattutto, un Signore. Il Signore del nostro calcio, che il mondo ci invidia

Stile ed eleganza

Per capire lo spirito con cui il mister affronta il suo mestiere, basta osservare le sue conferenze stampa.

Il suo atteggiamento nei confronti dei giornalisti, “i miei squali” come li chiamava in Inghilterra, non è mai quello del “so-tutto-io” che si siede, e pare chiedere alla platea: “che cazzo volete da me?”

No. Il suo è un: “buongiorno signori, di cosa volete parlare?”

Mai una parola fuori posto, mai una scortesia a un collega, mai una lamentela o un accusa al mondo arbitrale piuttosto che a un qualsivoglia avversario. Nulla.

La sua è un’analisi sempre lucida e molto corretta. Sportiva, come si suol dire.

Se perde, e la sua squadra ha fatto male, non ha problemi a complimentarsi con gli avversari, magari anche dicendo “potevamo comunque fare di più”.

Se vince sorride, esulta (e ci mancherebbe…) ma senza mai mancare di rispetto al “nemico” vinto. Sempre con onore. Perché saper perdere è facile, più difficile è imparare a vincere.

Lo chef Ranieri

Da un punto di vista più centrato sul campo, il Claudio Ranieri-allenatore è lo chef che ogni trattoria vorrebbe avere.

In qualsiasi squadra in cui ha allenato, Claudio ha aperto il frigo e osservato cosa c’era. Dopo di che ha cercato di fare il meglio possibile, con quanto aveva a disposizione.

Ha provato a vincere con le squadre che potevano farlo. Si è salvato, talvolta anche per il rotto della cuffia, se gli ingredienti disponibili erano pochini.

A volte la sua creazione è uscita male. Capita, solo chi non fa nulla, aspettando semplicemente l’arrivo del bonifico, non sbaglia mai. Altre volte ha saputo mettere in tavola dei veri e propri capolavori.

Da nessuna parte è mai arrivato dicendo: “Da oggi giocheremo un calcio spettacolare”. Ma sempre “fateci lavorare, sarete orgogliosi della mia squadra”.

I maligni dicono che la sua sia una bacheca piuttosto spoglia, fatta di pochi allori, soprattutto se commisurati al numero di panchine. Può darsi.

Certo, a queste malelingue andrebbe ricordato che il mister romano non ha mai allenato il Real Madrid di Di Stefano e Puskas, o il Milan degli olandesi. Ma la Vigor Lamezia, il Cagliari, la Fiorentina, il Valencia. Il Chelsea, ma quello appena prima che arrivassero i milioni di Abramovich. La Juventus, in piena e difficile ricostruzione post Calciopoli. L’Inter, ancora sconquassata dall’addio di Mourinho dopo il triplete.

Ma il tempo, si sa, è galantuomo. E il calcio lo è ancor di più: ti ritorna quello che tu gli dai. Basta avere il tempo di aspettarlo. Come una punta che non l’ha vista per 89 minuti, ma che sa che a un certo punto la palla buona da spingere in rete arriverà.

La favola più bella

Il suo nome, infatti, resterà inevitabilmente e in modo imperituro legato a quello di una delle più belle favole del calcio di tutti i tempi.

Anche tra tantissimi anni, infatti, si parlerà del suo Leicester, partito in Premier League con tutti gli sfavori del pronostico, con molti tabloid che lo davano per “esonerato” già dopo poche giornate.

Riuscito poi non solo a salvarsi, non solo a farlo tranquillamente, non solo ad arrivare alle Coppe Europee, non solo a qualificarsi per la Coppa dei Campioni. Ma arrivato addirittura a vincerla, quella Premier League!

Lo stesso Mourinho ha detto che quella vittoria “è e sarà la più speciale di sempre”.

D’altronde chi potrà mai dimenticare quella squadra? Il working class hero Jamie Vardy, il figlio d’arte Kasper Schmeichel, il tutto-fare Ngolo Kantè, i due buttafuori difensivi Morgan-Huth, il portaborracce Mark Albrighton e il mago algerino Riyad Mahrez? Impossibile.

Loro sono leggenda. Claudio Ranieri è leggenda.

Ci pare ancora di vederlo, a centrocampo, con gli occhi lucidi di fianco ad Andrea Bocelli. A festeggiare quell’impresa, ciliegina su una torta grande 30 anni di carriera. E a cantare “All’alba vincerò”.

Lacrime, non pioggia

Ma forse, se glielo chiedessimo, ciò che gli ha maggiormente riempito il cuore è stato quando è stato riconosciuto come Orgoglio Nostro dalla sua gente.

E per la sua gente intendiamo ovviamente il popolo di Roma e della Roma.

Quella fede congenita, profonda, mai nascosta e anzi, difesa a spada tratta. E, soprattutto, mai tradita. Perché d’altronde un vero cavaliere non tradisce mai la propria signora.

La Roma per Ranieri è sempre stata una questione di cuore. Un qualcosa che lo riporta agli anni di Testaccio, a guardare i propri idoli dagli spalti dell’Olimpico. Fino a guidarla da allenatore, pronto a trasmettere la propria passione a uno spogliatoio ricco di uomini in grado di parlare la sua stessa lingua. Da Francesco Totti a Daniele De Rossi.

Portandola poi a un passo dal Paradiso. Con quei dannati 80 punti della stagione 2009-2010. Tanti ma non abbastanza, per battere l’Inter Campione d’Italia.

Un richiamo, quello della sua gente, a cui non ha saputo dire di no nemmeno nel 2019. Proprio quando avrebbe tranquillamente potuto salutare tutti e dire basta, appagato dal trionfo finalmente arrivato.

E invece decide di tornare, chiamato a salvare il salvabile. O più semplicemente a ridare onore, a una squadra che lo sta lentamente perdendo.

Fino a ricevere il “grazie” di tutti i suoi fratelli romanisti, durante l’ultima partita giocata all’Olimpico contro il Parma. Pareva pioggia, ma erano lacrime le sue. Anche se il mister sostiene il contrario.

Sir Claudio

Troppo spesso, erroneamente, nella storia dell’uomo la nobiltà di una persona si è misurata in base ai successi e alle conquiste ottenute.

I Signori, per tanti anni, sono sempre stati i più ricchi, i più bravi, i più furbi, i più fortunati.

Nulla per cui sia mai valso la pena togliersi il cappello.

Noi di fronte a un vero Signore, come Claudio RanierI (Sir Claudio, come ormai lo chiamano ovunque Oltre Manica) il cappello ce lo leviamo sempre volentieri.

Riconoscendone eleganza, virtù, buona educazione e sportività. Merce rara nel calcio moderno.

Allena il Cagliari, oggi. A 72 anni. Allena ancora, per vivere ancora certe emozioni.

Ci perdoneranno le altre squadre di B, se nei prossimi mesi un po’ di voglia di tifare il rossoblù ci verrà.

Scopri un altro uomo dei miracoli. Scopri: Francesco Guidolin.

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