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Mario Yepes, il maresciallo della difesa

Mario Yepes ha iniziato come attaccante. Poi da difensore si è preso prima il Sud America, e poi l’Europa. E quel trionfo con la Colombia…
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Mario Yepes - Illustrazione di Tacchetti di Provincia

Siamo nel 1994, in Colombia. Reinaldo Rueda, ex allenatore della selezione under 20 Colombiana, viene chiamato a guidare il Cortulua, club neopromosso nella Categoria Primera A, al posto del Tucho Umberto Ortiz.

Al suo arrivo a Tulua, nel valutare il materiale umano a disposizione, Rueda ha un’intuizione formidabile:

“E se quel ragazzotto là davanti, forte di testa e formidabile fisicamente, al posto di fargli fare l’attaccante provassimo a metterlo in difesa? Proviamo a proporglielo”

Rueda non sa due cose. 

La prima: troverà massima disponibilità nel ragazzo a cambiare ruolo, cosa non scontata visto che si tratta pur sempre di calcio professionistico.

La seconda: quel ragazzo, di nome Mario Yepes, diventerà un difensore da più di 100 presenze in Nazionale. Lo soprannomineranno El Pirada o El Mariscal. E per molti anni a venire la maggior parte degli attaccanti, del Sud America prima e dell’Europa poi, per passare dalle sue parti dovranno favorire i documenti.

Le migliori giocate di Mario Yepes

Il vuoto nella Tricolor

Inizia così, nella maniera più bizzarra, il percorso calcistico di uno dei più forti difensori che il calcio colombiano ricordi. 

Come detto, siamo nel 1994. Alla fine dei mondiali americani si è consumata la tragedia di Andres Escobar, difensore dei Cafeteros trucidato a colpi di mitra per un dannato autogol proprio nella rassegna iridata.

Quell’episodio ha aperto una voragine, non solo nei cuori dei tifosi colombiani (e, in realtà, di tutto il mondo); ma anche nel reparto difensivo della Tricolor, presentatasi ai Mondiali come possibile sorpresa del torneo, e che ora deve raccogliere i propri cocci, non solo calcistici.

Servono giovani, forze fresche. Soprattutto dietro. Sta crescendo bene un certo Ivan Ramiro Cordoba, e il ragazzo, lo sappiamo, si farà.

Ma sta venendo su bene anche il reinventato Mario Yepes.

Rueda ci aveva visto bene. La sua fisicità, le sue qualità nel gioco aereo sono perfette per giocare in difesa, da terzino prima e da centrale poi. Non solo. La sua personalità è tale che subito, calatosi nel nuovo ruolo, è lui stesso a guidare i compagni, a tenere la linea, a dire loro i movimenti da fare: quando alzarsi e quando scappare dietro, dove chiudere le diagonali, quando scalare le marcature.

Ben presto a Yepes il Cortulua inizia a stare stretto. Passa così prima al Deportivo Calì, una delle principali squadre del paese, dove arrivare a giocarsi una finale di Libertadores. Poi addirittura al River Plate. Qui vince due campionati ed esordisce in  Nazionale, in un amichevole contro la Germania. Nel 2001 è protagonista della straordinaria cavalcata dei Cafeteros di Maturana, che si aggiudicano la Copa America per la prima e unica volta della loro storia.

Dimostra che, oltre a saper difendere egregiamente, non ha perso il vizio del gol da vecchio attaccante. Quando c’è un calcio piazzato lo si vede sempre svettare in area di rigore, incocciare la palla di testa e creare grossi pensieri ai portieri avversari.

Ormai non ci sono più dubbi. Il ragazzo è pronto per l’Europa.

L’arrivo nel Vecchio Continente

L’Europa arriva, è ha i colori gialloverdi del Nantes. Due stagioni in riva all’Atlantico, con annesso esordio nella Champions League. E poi la chiamata da Parigi, a cercare di risollevare un Paris Saint-Germain ben distante dai fasti attuali.

A Parigi Yepes diventa un punto fermo, un baluardo, un’icona. Diventa capitano e aiuta la squadra a conquistare una Coppa di Francia e una Coppa di Lega (il resto arriverà con lo sceicco qualche anno dopo).

Ha 32 anni nel 2008, e qualcuno sostiene che abbia già fatto vedere il meglio della propria carriera.

Ma arriva un’opportunità inattesa, dall’Italia.

“Mario, hai presente quella bella favola di cui tutti parlano? Il Chievo, la squadra del quartiere di Verona. Che ne diresti di andare a giocare là”

L’età è solo un punto di vista

Qualcuno storce il naso al suo arrivo al Bentegodi. Sarà motivato, un difensore che ha sempre giocato per club prestigiosissimi, nel mettersi alla prova con una realtà così diversa?

La risposta, come sempre, El Mariscal la lascia al campo. Due stagioni bastano e avanzano per prendersi le chiavo della retroguardia gialloblu. Chiaro segno che non è ancora ora del tramonto.

Tanto che arriva un’altra, l’ennesima, possibilità inaspettata. Quella del Milan.

C’è bisogno di certezze, dietro i titolarissimi Nesta e Thiago Silva. Sokratis non convince appieno, Bonera ha qualche guaio fisico di troppo.

Tocca ancora a lui. Il Maresciallo sbarca a Milano.

Yepes, Il Maresciallo di Milano

A Milano arriva con l’umiltà di un ragazzino. Gioca poco, inizialmente, ma lavora in sala macchine, in attesa di dare il suo contributo effettivo.

Un pezzo dell’ultimo scudetto rossonero, quello del 2011, è anche suo.

Memorabile il gol con cui dà al Milan una vittoria insperata al Via del Mare di Lecce, dove il Diavolo era andato a bere il thè caldo sotto di tre gol, prima di vedere scatenarsi Boateng con una tripletta e, appunto, Marione Yepes con la zuccata finale.

Il gol di Mario Yepes nella rocambolesca vittoria del Milan sul Lecce

Rimarrà poi in Italia, giocando una stagione all’Atalanta, per poi chiudere la sua infinita carriera, al San Lorenzo, in Argentina.

Solo a fine carriera è tornato a casa, nella sua Colombia, acclamato come un eroe. Si sta cimentando come allenatore, e sta aspettando l’occasione giusta.

Da Maresciallo della difesa a Maresciallo dalla panchina. Inutile fare supposizioni su come andrà.

Perché lui, come sempre, farà parlare il campo.

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