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Carlo Mazzone, un mister, un padre, un nonno

Per le statistiche è il decano degli allenatori italiani, con 797 panchine ufficiali. Ma per chi lo ha conosciuto, e per i tifosi delle squadre che ha allenato, Carletto Mazzone è stato molto molto di più
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Carlo Mazzone - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Sai già chi è. Anche se ti ritrovi in tribuna bendato, di spalle rispetto al campo, senza che nessuno ti abbia mai detto che partita ti ha portato a vedere, sai già perfettamente chi è l’allenatore della squadra che stai guardando.

Basta sentire il calore, di un pubblico orgoglioso di vedere i propri beniamini in campo combattere, come se ogni pallone fosse l’ultimo. Bastano le voci dal campo, con numeri detti apparentemente a caso, e che invece identificano specifiche zone del terreno di gioco dove mandare il pallone, per far male agli avversari.

E poi, nei momenti concitati, basterebbe un urlo. Secco, deciso, a volte quasi primitivo:

“AOOOOOOOOOOOOOO”

Non ci sono dubbi. Quella squadra è allenata da Carlo Mazzone. Per tutti Sor Carletto, o Sor Magara, proprio per quella romanità mai celata, e anzi, orgogliosamente difesa.

Il decano di tutti gli allenatori italiani, dall’alto delle sue 797 panchine ufficiali.

Ma che in realtà, per chi ha avuto la fortuna di averlo come allenatore, o semplicemente di lavorarci assieme, è stato molto di più di quanto i numeri possano dire.

È stato un mister. Un padre. Un nonno.

Un Mister d’altri tempi

Romano de Roma, e romanista fino al midollo, Carlo Mazzone è un personaggio che pare uscito da un’altra epoca del nostro calcio. Del tipo “cose che non sai come ci facciano lì”, e il meme ideale sarebbe la faccia di Carletto, quando gli mostrano una marachella social di uno, magari, dei suoi giocatori, oppure mentre gli illustrano quei moderni algoritmi che spingono una società a comprare quel giocatore piuttosto che quello.

La verità è che Mazzone proviene, realmente, da un’altra epoca del nostro calcio. Quella in cui le favole paiono tutte più belle, e che forse ha visto la sua ultima alba all’inizio degli anni ’90, dopo Maradona al Napoli e lo scudetto della Sampdoria, prima di lasciare spazio a un football più moderno, e sempre più distaccato dal calore della gente.

La sua prima panchina ufficiale, pensate, risale alla stagione calcistica 1968-1969. Ad Ascoli, quando il presidente Costantino Rozzi gli affida, inizialmente ad interim, la panchina della squadra bianconera.

Di quegli anni Carletto ha sempre portato con se la magia e la semplicità di un mestiere molto difficile e stressante, come quello dell’allenatore.

Ha sempre trattato tutti i giocatori come i propri figli. Ha sempre interloquito con i propri collaboratori, e i presidenti che gli davano lavoro, come fossero persone qualunque, senza troppa captatio benevolentiae e senza troppi giri di parole. Ha sempre risposto ai giornalisti, o a chiunque fosse pronto a seminare odio in seno al suo gruppo, con lo stesso vigore che in borgata si suole usare di fronte a chi millanta una fesseria.

Ma chi ha lavorato con lui, a qualunque titolo, vi parlerà anche di come ha saputo rendere moderno il proprio football, adattandolo ai tempi che corrono. Dote che altrimenti non gli avrebbe permesso di potersi qualificare come “allenatore di calcio” fino alla stagione calcistica 2005/2006, quando per l’ultima volta si siede sulla panchina del Livorno.

Tante imprese, tutte in provincia

Non è bastata una serie, intitolata “Come un padre” ed uscita sui teleschermi a fine 2022, a raccontare le sue gesta da allenatore. Probabilmente non basterebbe una vita, per raccontare nel dettaglio chi è stato Carletto Mazzone, e che imprese ha compiuto in così tanti anni di carriera.

Un percorso professionale passato per la maggior parte del tempo nella provincia italiana, poco importa se più a nord o più a sud. Quasi mai alla guida di squadre destinate a palcoscenici di un certo livello (eccezion fatta per la sua Roma, che merita un capitolo a parte).

Quasi sempre dedito a conquistare la salvezza, piuttosto che a centrare la promozione in serie A. I trionfi del Carlo Mazzone allenatore non si misurano in oggetti di metallo vario, comunemente chiamati “coppe”, posti in sperdute bacheche, spesso a prendere polvere. Si misura in felicità regalata alle persone, ai tifosi e non solo loro.

Non c’è una piazza, in cui Mazzone ha allenato, dove il mister non venga ricordato con immutato affetto. E anche laddove non è riuscito a centrare l’obiettivo (poche volte, a dire la verità), gli viene comunque riconosciuto di aver fatto tutto il possibile.

Da Ascoli, dove ha iniziato, e dove tuttora è considerato una sorta di divinità, tanto che una delle tribune dello stadio Cino e Lillo Del Duca porta il suo nome, nonostante Mazzone goda ancora di discreta salute, nonostante le 86 primavere.

Fino a Brescia, ultima grande, e speciale, tappa di un viaggio indimenticabile. Fino a regalarsi un nipote acquisito, come Roberto Baggio, il Divin Codino, unico in grado di mandarlo ancora in estasi, con le sue giocate, e unico, forse nell’intero pacchetto-giocatori allenati da Mazzone, con la licenza di poter trasgredire qualunque tipo di schema o pre-concetto.

“Daje la palla a Robbè, che qualche cosa succede sicuro”

In mezzo c’è pero tanto altro: la Coppa Italo-inglese vinta ad Upton Park con la Fiorentina, le storiche salvezze in massima serie del Catanzaro, la promozione a Lecce, la zona Uefa raggiunta guidando il Cagliari.

E poi Roma, la sua Roma.

La Roma dei romani

Ha sempre sognato, fin da bambino, di salire quei gradini che ancora oggi conducono, dagli spogliatoi dello Stadio Olimpico, al campo, potendo fregiarsi del vanto di essere l’allenatore della Roma (o della Maggica, come dalle sue parti si è sempre usato dire).

Ci riesce la prima volta il 5 settembre 1993, in un Roma-Juventus valevole come seconda giornata di campionato (e vinto dai giallorossi per 2-1).

È il primo anno di Franco Sensi come presidente giallorosso, presidente mai dimenticato, che regalerà a quella parte di capitale pure lo storico scudetto del 2001. Sensi decide senza dubbio di affidarsi a un allenatore “romano e romanista” come Mazzone. Perché quella è una Roma spettacolare.

Non tanto perché costruita per vincere, per lottare per i traguardi più prestigiosi. No. È una squadra comunque in ricostruzione, dopo i fasti dell’era Pruzzo, Falcao e Bruno Conti.

Quella Roma è una delle squadre più nostalgiche che il nostro calcio conosca, composta per la maggior parte da giocatori romani.

Amedeo Carboni, Gabriele Grossi, Daniele Berretta, Antonino Bernardini, Massimiliano Cappioli, il capitano Giuseppe Giannini, Alessio Scarchilli, Roberto Muzzi.

A questi 8 Mazzone ne aggiungerà un nono, pescato proprio dalle giovanili. Lo aggregherà alla prima squadra in pianta stabile, dopo che Boskov l’anno prima lo aveva fatto esordire, mettendolo fisso in camera in ritiro con il suo idolo, il Principe Giannini, e dandogli degli insegnamenti che quel ragazzo mai più si scorderà.

Non ha vinto, a Roma, Carlo Mazzone. Ma ha regalato alla propria squadra del cuore uno dei diamanti più puri che il calcio italiano abbia mai visto: Francesco Totti.

Non ha vinto la Roma di Mazzone. Ma, come confermano tutti coloro che ne facevano parte: “quanto se semo divertiti, oh”.

Il testamento di Brescia

Gli anni a Brescia sono il miglior testamento che Mazzone abbia lasciato al nostro calcio.

Gli ultimi, in serie A, non solo di Sor Carletto, ma pure di un certo Roberto Baggio. Secondo molti, il calciatore italiano più forte di tutti i tempi (se solo avesse avuto due ginocchia intere).

Hanno deciso, senza dirselo, di chiudere insieme. Di salutare un calcio che, in quegli anni, si affaccia incuriosito alla modernità incalzante.

Una fine meravigliosa, condita da salvezze e momenti di picchi straordinari.

Ma anche di giorni cupi: come quel pomeriggio in cui la squadra, già in campo a Lecce per il riscaldamento pre-partita di Coppa Italia, viene raggiunta dalla notizia che Vittorio Mero non c’è più.

È servita tutta la saggezza e la bontà d’animo di un mister come Mazzone, diventato a quel punto per tutti come un nonno, per far uscire i ragazzi da quel terribile momento.

Oppure anche come è uscito “il gemello cattivo” di Carletto, in quel Brescia-Atalanta allo stadio Rigamonti, dopo i tanti, troppi insulti ricevuti dal settore ospiti orobico, ricacciati al mittente da una corsa scellerata fin là sotto, con le dita racchiuse, come a dire: “ma che volete da me?”.

Perché nel frattempo, come al solito, ci aveva pensato Roberto Baggio, praticamente da solo, a pareggiarla 3-3.

Un comportamento inadeguato, che se lo avesse fatto chiunque altro dei suoi colleghi sarebbe stato etichettato come “indecente”, e forse mai più riproposto, in puro stile “don’t try this at home”.

Invece quel pomeriggio quasi nessuno si è indignato. Anzi, a molti è scappato quasi un sorriso. A vedere il vice Menichini e il dirigente Piovani rincorrerlo disperatamente.

Perché i tutti alberga la consapevolezza che Carletto è così, prendere o lasciare. Ed è proprio quella sua spontaneità che l’ha portato ad essere quello che è diventato, nel bene e nel male.

Un mister, il più longevo di tutti. Un padre, per tutti i suoi giocatori. Un nonno, a cui aggrapparsi nei momenti difficili.

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