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I fratelli Maradona

Diego Armando Maradona è riconosciuto come il più forte calciatore della storia. Quinto di otto fratelli, altri due hanno giocato a calcio ed uno di questi ha militato in Italia tra le file dell’Ascoli, Hugo Hernan. Diego Armando è diventato un mito, Hugo Hernan uno dei tanti. Eppure anche lui ha una bella storia da raccontare.
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Fratelli Maradona - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Villa Fiorito è una delle periferie più disagiate di Buenos Aires. Diego Maradona (detto “Chitorro”) e Dalma Franco (detta “dona Tota”) faticano ad arrivare alla fine del mese, ma ai loro otto figli (tre maschi e cinque femmine) volevano sempre dare il meglio e regalare a loro la felicità. La vita in quello spaccato di Argentina era difficile, faticosa e soprattutto povera, ma i coniugi Maradona ci riuscirono. Dei loro otto figli, tre di questi sognavano di fare i calciatori: sognava Diego Armando, sognava Raul Alfredo, sognava Hugo Hernan. Di questi, due sono riusciti a fare strada (Diego Armando e Hugo Hernan) e sono venuti a giocare in Europa, in Italia. Avranno carriere diverse, Diego Armando e Hugo, e noi qua ve le raccontiamo.

Diego Armando Maradona, il “barrilete cosmico”

Per definire l’impatto di Diego Armando Maradona con il calcio, si possono tranquillamente usare le parole che urlò il 22 giugno 1986 allo stadio “Azteca” di Città del Messico il telecronista Victor Hugo Morales nel raccontare l’azione del gol del 2-0 del capitano della Nazionale argentina al minuto 55 del quarto di finale di contro l’Inghilterra. I 14 secondi più iconici della storia del calcio, iniziati con Maradona che prende palla a centrocampo su passaggio di Héctor Enrique e che con tredici tocchi scartò cinque avversari (portiere compreso) e segnò:

“…la tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga…sempre Maradona….genio, genio, genio…c’è c’è c’è…goooool…voglio piangere…Dio santo, viva il calcio…golaaaaazooo…Diegooooool…Maradona…c’è da piangere, scusatemi…Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi…aquilone cosmico…da che pianeta sei venuto per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina…Argentina 2 Inghilterra 0…Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona….Grazie Dio per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 Inghilterra 0…”.

Lo hanno chiamato in tanti modi: Pelusa, Pibe de oro, el mas grande de todos, el Diez, D10s, il più umano degli dei, Divino scorfano e Victor Morasles, in lacrime, lo definì “barrilete cosmico”, “aquilone cosmico”. Questi sono stati i soprannomi di Diego Armando Maradona, uno che dalla periferia di Baires è diventato il giocatore di calcio eterno, quello che non passerà mai di moda, il più forte, il più amato (e detestato), quello che ha fatto grande Napoli e il Napoli. Quello che a 16 anni debuttò nel campionato argentino (e restando fino al 7 luglio 2003 il giocatore più giovane a debuttare in massima serie argentina, superato dal futuro cognato Sergio Aguero) e che a 16 anni e 120 anni debuttò in Nazionale in amichevole nello stadio che per primo lo vedrà diventare un mito (la “Bombonera”, stadio del Boca Juniors, squadra per cui tutti i Maradona tifavano). Quello che in tre anni consecutivi (1978-1979-1980) vinse tre classifiche marcatori consecutive nel “metropolitano”, due classifiche marcatori nel campionato nazionale, due volte vinse il titolo di miglior giocatore sudamericano (1979 e 1980), trascinando l’Argentina a vincere il Mondiale Under 20 in Giappone (ed ispirare Yōichi Takahashi nella creazione del manga “Captain Tsubasa”). E da buon argentino, nel fiore dei suoi anni, ha lasciato la massima serie argentina per approdare in Europa: firmò con il Barcellona, ma non fece bene tra un campionato duro, un infortunio gravissimo (alla caviglia il 24 settembre 1983 nel match contro l’Athletic Club con il fallaccio di Andoni Goikoetxea per cu si temette per il proseguo della carriera del giocatore) ed una vida che iniziava a diventare loca.

Poi è arrivato il 5 luglio 1984 e in uno stadio “San Paolo” gremito come mai lo era stato fino a quel momento, quel ragazzo di quasi 24 anni è uscito dal tunnel, ha stregato un intero popolo con pochi palleggi ed il suo saluto ai tifosi è apparso come un messaggio divino. Era stato strappato per 13 miliardi al Barcellona di Josep Lluís Núñez: un costo esorbitante, un prezzo folle per il tempo e per le casse della squadra allora presieduta dal presidente Ferlaino. Eppure erano lì in 70.000 solo per vederlo dal vivo anche se per pochi minuti.

Con Maradona, il Napoli raggiunse vette mai raggiunte prima: due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Uefa ed una Supercoppa italiana in sette anni. Con il numero 10 in campo, anche il Napoli poté dire la sua, spezzando il dominio delle squadre del Nord che fino ad allora si spartivano i campionati (con le parentesi delle romane e dell’Hellas Verona). Il Napoli vinse più nei sette anni maradoniani (1984-1991) rispetto a tutta la sua storia precedente, visto che fino a quel momento aveva vinto due Coppe Italia, due volte era arrivato secondo, cinque volte terzo e l’anno prima che arrivasse Maradona si era salvato per un punto.

Maradona a Napoli divenne un qualcosa di epico ed iconico: i tifosi gli intonarono cori (“Maradona è megl’e Pelé”) e a questi lui faceva battere “il corazon”. Scelse Napoli perché Napoli non aveva mai vinto nulla ed era una città che soffriva dell’ostracismo del resto d’Italia e lui la fece diventare grande.

Napoli che lo amò, idolatro e lo usò: negli anni sotto al Vesuvio, Maradona conobbe e frequentò gente da non frequentare, consumò droga e falsi amici lo usano. La droga, il grande problema: il 17 marzo 1991 fu trovato positivo al test antidoping ed il 1° aprile successivo fuggì dalla bellissima Posillipo per non tornare più in Italia. Tuttigli avevano voltato le spalle, non i veri tifosi del Napoli però.

Gli anni napoletani dell’”aquilone cosmico” lo hanno visto giocare due Campionati del Mondo, Mexico ’86 e Italia ’90. Due Mondiali diversi con Maradona protagonista: se in Messico si ebbe il miglior Maradona che da solo portò al trionfo l’Albiceleste stregando il Mondo con la “mano de Dios” ed il “gol del secolo” a distanza di quattro minuiti l’uno dall’altro (51’ e 55’), il Mondiale italiano è stata la sua nemesi. In ben due occasioni: la semifinale di Napoli contro l’Italia e la finale dell’”Olimpico”. Nel primo caso, tutto il “San Paolo” tifò Argentina (anche “aizzato” dallo stesso Maradona che invitava i napoletani a non tifare Italia visto che Napoli era sempre dimenticata di tutti) ed i sudamericani vinsero ai rigori, mentre l’8 luglio tutto lo stadio era contro Maradona e l’Argentina. Così contro da fischiare il loro inno (con Maradona che insultò tutti in mondovisione) e a festeggiare la vittoria tedesca.

Maradona giocò poi il Mondiale americano dopo la squalifica per doping e le parentesi a Siviglia e negli Newell’s Old Boys di Rosario. Il “pibe” andò ancora in gol (contro la Grecia), urlò la sua rabbia davanti alla telecamera e poi fu trovato positivo all’efedrina. Un’altra squalifica e poi l’ultima parentesi al Boca Juniors dove il 25 ottobre 1997, dopo aver giocato il SuperClasico contro il River Plate, annunciò il suo ritiro.

Una volta ritiratosi, Diego Armando Maradona è passato dal campo alla panchina, allenando il Textil Mandiy di Corrientes ed il Racing Avellaneda, per poi sedersi sulla panchina della Seleccion tra il 2008 ed il 2010, guidandola al Mondiale africano che vide la Albiceleste uscire ai quarti per mano della Germania. Poi allenò negli Emirati arabi, in Messico ed il Gimnasia La Plata. A partire dagli anni Duemila ebbe tantissimi problemi di salute ed in alcuni casi si temette anche per la sua vita.

Hugo Hernan Maradona, il fratello minore

Quando Diego Armando Maradona giocò la sua ultima partita, il fratello minore Hugo Hernan detto “el Turco” giocava in Giappone negli Hokkaido Consadole Sapporo, nella JFL (Japan Football Legue). Quella era la decima squadra che vedeva giocare il più giovane dei fratelli Maradona. E tra tutte le squadre in cui ha giocato, “el Turco” ha militato anche nella nostra Serie A nella stagione 1987/1988, vestendo la maglia dell’Ascoli. C’è da dire una cosa: Hugo non è mai stato come il fratello maggiore Diego Armando, una cosa molto difficile visto il livello tecnico del “Diez”. E come il fratello, anche Hugo si era fatto notare in un Mondiale di categoria (l’Under 16 in terra cinese). Allora militava nell’Argentinos Juniors, una delle squadre argentine dove c’è da sempre molta cura e attenzione verso il settore giovanile. Diego Armando era già al Napoli e faceva già il…Maradona mentre il piccolo di casa Maradona prometteva bene.

Nell’estate 1987, spinto anche dallo stesso Diego Armando, il Napoli tesserò in maglia azzurra Hugo Maradona. L’idea fu (nel complesso) geniale, ma c’era un problema: allora le squadre italiane potevano tesserare solo due giocatori stranieri ed il Napoli, con Diego Armando Maradona e Antonio Careca, era a posto. Il Napoli lo diede in prestito all’Ascoli di Ilario Castagner. L’Ascoli, presieduto dall’istrionico ed iconico presidente Costantino Rozzi, aveva ancora uno slot a disposizione per tesserare un giocatore straniero e, dopo il brasiliano Walter Casagrande, tesserò Hugo Maradona.

I fratelli Maradona si incontrarono come avversari la prima volta il 20 settembre 1987 al “San Paolo”: era la seconda giornata di campionato, il Napoli aveva il primo tricolore sul petto e si impose per 2-1. Il capitano del Napoli giocò tutta la partita, il fratello “ascolano” entrò nella ripresa e giocò poco più di mezzora. Nel match di ritorno, giocato al “Del Duca” il 31 gennaio 1988, il Napoli vinse 1-3 con il suo numero 10 che realizzò il gol del momentaneo pareggio mentre Hugo Maradona rimase tutto il tempo in panchina.

La stagione fu deludente per Hugo Maradona: tredici presenze (solo tre da titolare) su trenta partite e nessuna rete. Hugo ebbe molta difficoltà ad inserirsi nel contesto Ascoli, una squadra creata per salvarsi (si piazzò dodicesima) che aveva in rosa un giocatore troppo tecnico e che non si sacrificava per i compagni. Hugo però non fu lasciato solo dal fratello che in tante occasioni lo andò a trovare molto spesso per dimostrargli affetto ed un abbraccio che solo un fratello maggiore può riservare. Del resto quella era la prima volta che Hugo, 18 anni, lasciava il suo Paese e sentì la differenza tra il giocare in Argentina e giocare a 12mila chilometri di distanza. Per non parlare delle critiche e delle pressioni di giocare nello stesso campionato dove giocava il fratello Diego Armando, una celebrità e giocatore di valore assoluto.

Nell’estate 1988 Hugo Maradona lascò l’Italia con il titolo di “bidone” e iniziò il suo peregrinare nei campi calcistici tra Europa (Rayo Vallecano e Rapid Vienna), Venezuela (Deportivo Italia Caracas), Uruguay (Progreso Montevideo), Giappone (PJM Futures, Fukuoka Blux, Avispa Fukuoka, Consadole Sapporo), Canada (Toronto Italia) e Argentina (Almirante Brown). Nel Paese del Sol Levante, Hugo Maradona non si dimenticò come si giocava a calcio disputando stagioni importanti e segnando con una certa continuità. Allenò poi in Florida e dal 2011 si trasferì in Italia, dove allenò il Boys Quarto, guidò la scuola calcio "Mariano Keller" di Secondigliano ed il Real Parente, compagine dilettantistica casertana di Terza categoria. Si specializzò nell’allenare i ragazzini con lo scopo di tirarli fuori da situazioni di degrado e povertà, due cose che aveva conosciuto nella sua infanzia a Villa Fiorito.

Cosa rimane oggi di Diego Armando e Hugo Hernan Maradona

Diego Armando Maradona è morto a Tigre, nei pressi di Buenos Aires, il 25 novembre 2020: Aveva compiuto da tre settimane 60 anni. A ucciderlo, un arresto cardiocircolatorio. Hugo Hernan Maradona è morto a Monte di Procida, nel Napoletano, il 27 dicembre 2021: aveva solo 52 anni e, come il fratello, era morto per un arresto cardiocircolatorio ad un anno un mese e due giorni di distanza dal fratello maggiore.

La notizia della morte del “pibe de oro” fece subito il giro del Mondo e la città di Napoli fu travolta dalla notizia: la sera stessa l’amministrazione comunale decise di illuminare a giorno il “San Paolo”: “San Paolo” che dal 4 dicembre 2020 è intitolato alla sua memoria. Tutto il Mondo parlò della morte di Maradona e sui social network ci si dimenticò per un istante del Covid 19 e furono postati pensieri, ricordi ed immagini dell’ex capitano del Napoli. E sempre a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, dove c’è un celebre murales del giocatore, una folla oceanica si ritrovò per omaggiarlo.

Maradona era malato da tempo, tante volte sembrava morto e tante volte era “risorto” più forte che mai, ma quella notizia che nessuno voleva arrivasse era arrivata. Era morto Diego Armando Maradona, quello che a 12 anni intervistato sognava di giocare e vincere un Mondiale, quello che nel 1985 contro il parere del Napoli giocò una partita di beneficienza ad Acerra in un campo impraticabile per aiutare un giovane tifoso del Napoli malato, quello che palleggiava a Monaco di Baviera con le scarpe slacciate sulle note di “Live is life”, quello che ha segnato una punizione incredibile contro la Juventus, quello che aveva segnato “el gol del siglo”, quello che palleggiava con la spalla sinistra prima del calcio d’inizio di Argentina-Camerun dell’8 giugno 1990. Un povero diventato grande e diventato idolo di tutte le classi sociali.

Anche la notizia della morte del “Turco” non passò inosservata, anche perché Hugo Hernan, anche se ebbe una carriera più lunga del fratello maggiore, ovunque è andato si è fatto sempre apprezzare tanto da abitare da oltre dieci anni in Italia, nell’hinterland napoletano dove il fratello ha scritto la storia. Il giorno della sua morte sui social è riapparsa la foto che i due fratelli Maradona fecero prima di quel Napoli-Ascoli.

Hernan Hugo Maradona, uno che si è rimboccato le maniche e ha cercato di dare il meglio di sé per aiutare i giovani ragazzi dando loro un futuro lontano dalla criminalità. Hugo Maradona non si vedrà mai intitolare stadi o nessuno ritirerà la sua maglia come per il fratello Diego Armando, ma rimarrà uno che ha fatto tanto con i pochi mezzi che aveva.

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