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Massimo Palanca, il "piedino" di Loreto

Massimo Palanca è stato la quintessenza del calcio di provincia tra gli anni Settanta e Ottanta, un giocatore che a Catanzaro ha scritto la storia e dove è diventato una sorta di “zio” con i suoi baffi folti, i capelli ricchi e quel piede sinistro numero 37 che lo ha fatto competere con i grandi del nostro calcio del tempo.
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Massimo Palanca - Illustrazione Tacchetti di Provincia

“Loreto”, recita Wikipedia, “è un comune italiano di 12.870 abitanti della provincia di Ancona nelle Marche”. Questa cittadina è nota nel Mondo per la basilica della Santa Casa, uno dei più famosi e visitati centri di culto mariano. Oggi Loreto, calcisticamente, è nota per aver dato i natali a Walid Cheddira, attaccante del Frosinone e lo scorso anno impegnato in Qatar con la Nazionale di origine dei suoi genitori, il Marocco. Ma il cittadino loretano più famoso di tutti è un giocatore che si è ritirato oltre trent’anni fa. Un attaccante brevilineo, iconico, mancino e ricordato per i suoi folti baffi, i capelli ricci ed il petto villoso, una cosa normale per i calciatori della sua epoca: Massimo Palanca.

Quinto degli otto figli di Renato e Liliana, Massimo Palanca è cresciuto a pochi chilometri di distanza da Loreto, nel paese noto per aver dato i natali a Giacomo Leopardi: Porto Recanati, terra del colle dell’Infinito, di Silvia, del passero solitario e dove il sabato era il preambolo della domenica di festa nel villaggio. Palanca è stato il classico bomber di provincia fatto di sudore, fatica, gol a raffica, polvere e beniamino di quelle piazze che fanno del calcio la propria ragion d’essere. Ed infatti l’attaccante marchigiano, con il suo piede sinistro misura 37, è diventato ciò che è diventato giocando lontano dalla sua terra: per emergere nel calcio non puoi essere propheta in patria ma devi muoverti, anche lontano dalla tua famiglia e dalle tue radici.

Da Camerino a Catanzaro via Frosinone: Massimo Palanca fa sul serio

Il 17enne Massimo si spostò da Camerino a Frosinone nel 1973, in Serie C. Al “Matusa” rimase una sola stagione: 18 gol e la consapevolezza che tra i professionisti questo ragazzo ci poteva stare, eccome. Non si era sbagliato l’ex tecnico del Camerino, Gabriele Guizzo, a convincere la dirigenza frusinate a scommettere sul ragazzo che aveva allenato pochi anni prima. Il dado era tratto: Massimo Palanca nato a Loreto e cresciuto dove c’era il colle dell’Infinito, da grande avrebbe fatto ciò che sognava da piccolo, il giocatore professionista.

Nell’estate 1974, dopo una stagione top in Ciociaria, Palanca era destinato alla Reggina, ma gli amaranto retrocedettero in Serie C e lui non andò nella città dello Stretto ma si spostò, sempre in Calabria, di 160 chilometri verso nord-est, firmando con il Catanzaro del presidente Nicola Ceravolo e mister Gianni di Marzio.

Il Catanzaro. nato nel 1927, prima dell’arrivo di Palanca contava una stagione in Serie A, diciassette in Serie B, una finale di Coppa Italia persa il 19 maggio 1966 contro la Fiorentina e la vittoria della Coppa delle Alpi nel 1960 (insieme ad altre sette squadre). Ceravolo aveva grandi progetti per la sua squadra, voleva ridare la Serie A al suo popolo e per farlo nuovamente (dopo l’unica stagione datata 1971/1972) allestì una squadra competitiva che ebbe in Palanca, numero 11 sulla schiena, l’attaccante di riferimento insieme a Piccinetti, Spelta e Improta.

Il primo anno fu top, con il Catanzaro quarto in classifica ma sconfitto nello spareggio promozione per la Serie A contro il Verona. L’anno dopo i giallorossi tornarono in Serie A con Palanca goleador: il figlio di Renato e Liliana ce l’aveva fatta. Ora il Catanzaro, prima squadra calabrese a giocare in Serie A, poteva risfidare ancora le grandi squadre del Nord e della Capitale.

Il baffuto Palanca debuttò in massima serie il 3 ottobre 1976 a Catanzaro contro il Napoli e la prima rete arrivò a febbraio contro l’Inter: segnò in tutto 5 reti, top scorer della squadra che però retrocesse in cadetteria. Palanca si fece notare e si capì che aveva nelle corde la possibilità di riportare ancora una volte l’”aquila” in Serie A.

Gli anni tra il 1978 ed il 1981 videro il miglior Palanca: quel ragazzo nato a Loreto ed esploso a Frosinone, nella città di San Vitaliano divenne un idolo. Idolo di una piazza passionale ed espressione di quella provincia che ebbe grandi soddisfazioni da questo ragazzo con la maglia numero 11 sulle spalle, i baffi importanti, i capelli ricci ed un numero di piede piccolo. E proprio quel piccolo piede ha fatto la sua fortuna: non sarà stato un brasiliano, ma il suo tocco mancino fece innamorare i tifosi del Catanzaro e quelli che sognavano ad occhi aperti. Non vuol dire che se giochi in provincia non sei forte: sei forte in maniera diversa, sei l’idolo di piazze che sognano. Sognare non costa nulla, ma c’era gente che la domenica alle 14:30 mollava le difficoltà della settimana per assiepare gli spalti di uno stadio (il “Militare” di Catanzaro) che aveva un pino marittimo attaccato alla curva e che si lasciava trascinare dalla squadra in un turbine di gioie e passioni. E come seconda punta, Massimo Palanca.

I "gol olimpici" e Catanzaro sulla mappa del calcio italiano

La carriera di Massimo Palanca è stata caratterizzata dall’aver segnato diversi “gol olimpici”. Cos’è un “gol olimpico”? E’ il gol segnato direttamente dal calcio d’angolo. Un gol nato, ufficialmente, il 2 ottobre 1924 per mano (anzi, per piede) del misconosciuto attaccante argentino Cesáreo Onzari che lo segnò contro l’Uruguay e che è stato “usato” tante volte da molti giocatori per cercare la via del gol: molti ci sono riusciti, altri no. Massimo Palanca di questi gol ne ha segnati ben tredici, di cui uno contro la Roma. Era il 4 marzo 1979 e quella domenica il piccolo attaccante baffuto di Loreto siglò il gol del vantaggio contro i giallorossi direttamente dalla bandiera e nei 90 minuti di gioco ne siglò altre due di reti (non dal corner però), con il suo nome scritto per tre volte sul tabellone dell’”Olimpico”: prima tripletta di un giocatore del Catanzaro in massima serie, prima tripletta di Massimo Palanca in Serie A. Un sogno per chi dieci anni prima voleva diventare una “figu” Panini giocando nei campi della provincia marchigiana. Anche con i “gol olimpici”. Massimo Palanca ha messo sulla mappa del calcio italiano il Catanzaro, emblema della provincia calcistica bella.

Nell’estate 1981 però Palanca volle fare il salto di qualità, passando dalla provincia alla metropoli: firmò un contratto con il Napoli, terzo nella stagione precedente. Aveva 28 anni, la stagione precedente aveva segnato tredici reti, classificandosi al secondo posto nella classifica marcatori dietro a Roberto Pruzzo: era ora di svoltare.

Alle falde del Vesuvio, Palanca avrebbe giocato con gente del calibro di “giaguaro” Castellini, “pal 'e fierr’” Bruscolotti, il terzino del calcio totale olandese Krol, “rampin” Ferrario e bomber Claudio Pellegrini. Con i soldi incassati dalla cessione di Palanca, il presidente Merlo rifece la squadra che quella stagione si classificò settima, sua best position di sempre.

A Napoli, Massimo Palanca però giocò una stagione anonima rispetto agli anni catanzaresi, compiendo diversi passi indietro sotto tutti i punti di vista: un solo gol segnato e nulla più. Il Napoli lo cedette allora al Como in Serie B, ma anche lì il giocatore non sembrò più lui, visto che i gol saranno solo due. Tornò sotto il Vesuvio ancora una volta e segnò un solo gol. Quattro gol in tre stagioni sono una media da stopper, non da uno che chiamavano “O’Rey”. Dov’era finito il vero Massimo Palanca?

Il calcio da, il calcio toglie soprattutto se non si gioca su alti standard ed il numero 11 marchigiano nell’estate 1984, quella dell’arrivo di Maradona a Napoli, scese di ben tre categorie, tornando in provincia: firmò con il Foligno, in Serie C2, e allo stadio “Blasone”, per due stagioni, si videro ancora sprazzi di Palanca (diciotto gol totali), ma il meglio c’era già stato.

Palanca nel 1986 aveva 33 anni, sapeva che in massima serie non sarebbe più tornato, qualcuno si era già dimenticato di lui e lui ormai iniziava a vivere di ricordi. Eppure qualcuno si ricordò ancora di lui: il “suo” Catanzaro, retrocesso quell’anno in Serie C1. Palanca ed il club giallorosso erano come due innamorati che si erano lasciati e che ora tornavano insieme nel momento più difficile, scordandosi il passato e pronti a scrivere altre pagine di calcio.

1986-1990, il “Massimo Palanca bis”, “O’Rey” a tutto tondo

C’era da risalire ed il Catanzaro aveva deciso di richiamare il suo iconico numero 11. Ce l’avrebbe fatta l’”O’Rey di Loreto” a tornare grande con la squadra che lo aveva reso grande? Certo che sì, visto che la squadra tornò subito in cadetteria e vi rimase consecutivamente fino al 1990, con la Serie A sfumata per un punto nella stagione 1987/1988. Il “Palanca bis” a Catanzaro fu incredibile: quattro stagioni, “Militare-Ceravolo” straripante di gioia e felicità per il ritorno del suo “figliol prodigo”. Ma a 37 anni la fantastica vita da calciatore di Palanca terminava e terminava anche la Serie B anche per il Catanzaro.

L’ultima partita di Massimo Palanca con il Catanzaro è datata 3 giugno 1990, quando l’allora tecnico giallorosso Fausto Silipo (ex compagno di Palanca nei suoi primi tre anni catanzaresi) lo tolse dal campo e lo stadio, oggi intitolato a Nicola Ceravolo, gli tributò una standing ovation da brividi. E peccato se il Catanzaro non tornò più in Serie B fino al 2004.

Si chiudeva dopo venti anni esatti la carriera del bomber di provincia più iconico di sempre, il top scorer del Catanzaro in Serie A con 37 gol, autore di 137 gol totali con i calabresi e di 210 gol totali in 597 partite totali giocate tra Marche, Lazio, Calabria, Campania, Lombardia e Umbria. Quel giorno Massimo Palanca entrò negli spogliatoi e non uscì più.

Massimo Palanca, vero simbolo della provincia calcistica italiana

Da quando Massimo Palanca ha giocato la sua ultima partita con il Catanzaro, tanto è cambiato nella cittadina calabrese, in Calabria, in Italia, in Europa, nel Mondo. Anche lo stesso Palanca è cambiato: il capello riccio ed il baffo si sono “imbiancati”, ma il suo ricordo nella città di San Vitaliano sarà sempre indelebile. Il motivo? Il 23 agosto scorso il consiglio comunale di Catanzaro ha deciso di rendere immortale quel ragazzo partito dai dilettanti marchigiani che ha portato il Catanzaro in massima serie e lo ha reso famoso: da quel giorno, Massimo Palanca è cittadino onorario di Catanzaro w, inoltre, dal 2020, la sua maglia numero 11 è stata ritirata.

Massimo Palanca è stato il simbolo della provincia calcistica più viscerale e passionale: per lui Catanzaro era una metropoli come Parigi sia quando tornava a casa la sera dopo l’allenamento o dopo una partita, in casa quanto in trasferta. Un uomo semplice ed umile che ha scritto una grande pagina di calcio lontana dai lustrini e dalle coppe alzate al cielo e che sarà ricordato per sempre.

Molto è cambiato a Catanzaro da quel 3 giugno 1990, soprattutto una cosa: non c’è più il pino marittimo accanto lo stadio, tagliato per motivi di sicurezza. Quella pianta ha accompagnato il Catanzaro per decenni e ha visto il club giocare sette anni in massima serie, mentre il mito di Massimo Palanca, nato a Loreto e quinto figlio di Renato e Liliana e diventato una divinità a Catanzaro, non sarà mai tagliato. E soprattutto mai dimenticato

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