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Fernando Redondo, aristocrazia e rivoluzione

Fernando Redondo è stato tra i più eleganti interpreti del centrocampo. Un maestro di tango che ha rappresentato contemporaneamente l’anima più pura del calcio argentino e il pragmatismo del calcio europeo.
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Fernando Redondo - Illustrazione Tacchetti di Provincia

In Argentina si dice in maniera orgogliosa che il fùtbol sia uno sport argentino praticato per la prima volta in Inghilterra. È una battuta che rappresenta totalmente la passione per il gioco del calcio sviluppatasi nei pressi del Rio de la Plata. È qui che il “kick and rush” inglese viene stravolto e il gioco diventa spettacolo: la gambeta, il dribbling, diventa il solo ed unico credo.

E dove, se non qui, poteva nascere un calciatore il cui nome è diventato, praticamente, un ruolo? Siamo agli inizi del Novecento quando con “jugar de volante”, in onore di Carlos Volante, si inizia ad indicare un ruolo ben preciso in un campo da calcio: il regista, il numero 5. Ora, se pensiamo ai migliori registi degli ultimi anni le risposte sono, senza dubbio alcuno, Pirlo, Xavi, Busquets, Kroos, Modric e guardandoli giocare ci sembra che il regista, in fin dei conti, sia sempre stato così.

In realtà, negli anni ‘70, con la rivoluzione Orange di Michels e Cruijff, il ruolo del regista diventa marginale: nasce una visione europea del centrocampo fatta da giocatori duttili, muscolari, più completi e meno specialisti.

L’evoluzione del gioco porta, quindi, ad una spaccatura tra Europa e Sudamerica dove, il volante, resta perno indiscusso del gioco. In questo mescolarsi di idee, rivoluzioni ed ortodossia, c’è un giocatore che riesce a fare da sintesi e ad aprire le porte al regista “moderno”.

Il suo nome è Fernando Carlos Redondo Neri.

El Principe

Redondo nasce nel 1969 ed inizia la sua formazione calcistica da giovanissimo nel Club Social y deportivo de Rafael Calzada. In pochi anni passa dai campi di calcio a cinque del Talleres alle giovanili dell’Argentinos Jr dove, a soli 16 anni, debutta in prima squadra. Dotato di una tecnica fuori dal comune, di una visione di gioco illuminante e di una maturità rara per un giovane.

Fernando ha carattere, impone la sua personalità ed ha le idee chiare sul suo futuro. Nell’estate del 1990 si ha subito un saggio della personalità straripante del regista: Bilardo, il commissario tecnico della Selección, lo convoca per i Mondiali di Italia ‘90; lui rifiuta la convocazione per dedicarsi agli esami di Economia e commercio, scelta che non viene ben vista dai tifosi argentini. Tuttavia, i suoi cinque anni nel calcio professionistico argentino sono un importante curriculum per i club europei che, alla prima occasione possibile, sfruttando un errore burocratico della società argentina, bussano alla porta di Fernando.

È così che Redondo si trasferisce in Spagna, al Tenerife. In Spagna è chiaro fin da subito che il talento di Redondo è esponenzialmente superiore a quello dei suoi compagni di squadra. Diventa fulcro, guida la squadra gestendone la maggior parte dei possessi, imposta, dribbla, lancia con una classe ed un’eleganza rara.

È proprio l’eleganza a far impazzire giornalisti, esperti del settore e tifosi che, proprio per la sua regalità in campo, lo battezzano “El principe”. Fernando è insolitamente alto per un regista ma, nonostante i suoi 1.86 cm, addomestica la palla con la leggerezza di un’arpista. Con la sua lunga chioma sempre ordinata mentre disorienta gli avversari è esteticamente bellissimo da osservare. Nel suo incedere in campo c’è così tanta bellezza da sembrare supremazia: una superiorità che molti, anche a causa delle origini borghesi di Fernando, definiscono aristocratica. “Il principe” non è figlio dei barrios, non viene dalla povertà, è cresciuto nei circoli sportivi della Buenos Aires che conta, studia, legge Borges e Garcia Marquez, ama la letteratura.

Nell’estate del 1993 fa pace con la sua Argentina guidando il centrocampo albiceleste alla conquista della Copa America e nel 1994 partecipa alla spedizione mondiale che si chiude amaramente con la sconfitta contro la Romania agli ottavi dopo la squalifica per doping di Maradona.

“Fintare vuol dire ingannare con eleganza; si dà al marcatore un'informazione sbagliata e la riuscita del gesto dipende da come e quanto lui se la beve. Il resto consiste nel mettersi d'accordo col pallone per fuggire insieme” dice Valdano sul dribbling. Valdano è una pedina chiave nella storia calcistica di Redondo. Dal 1992 al 1994, infatti, diventa allenatore del Tenerife, si innamora delle qualità del Principe e ne fa perno assoluto della sua idea di centrocampo. Insieme conquistano una storica qualificazione in Coppa UEFA e, per ben due stagioni consecutive, fermano il Real Madrid nell’ultima giornata di campionato consegnando il titolo al Barca in quelle che passano alla storia come “Las Ligas de Tenerife”.

Ironia della sorte, nell’estate del 1994, Valdano diventa l’allenatore dei Blancos e il suo primo colpo di mercato è proprio Fernando Redondo. Le Merengues, guidate dal duo argentino, tornano a vincere, dopo quattro anni di vittorie blaugrana, la Liga Spagnola. Redondo ne vince anche un’altra, quella 96-97 sotto la guida di Capello. Il principe diventa un re a Madrid.

Redondocentrismo

L’eliocentrismo è la teoria astronomica che pone il Sole al centro del sistema solare, con i pianeti che gli girano intorno. Quello che succede al Real, quando Fernando è in campo, si può definire “Redondocentrismo”.

Redondo è assoluto punto di riferimento: i compagni gli girano intorno e lui smista palloni con la precisione di un chirurgo e il ritmo di un jazzista. È un metronomo che dirige il tango offensivo e recupera palloni. Quando dribbla sembra sempre sul punto di perdere il pallone per poi spostarlo, all’ultimo secondo, con una leggerezza inaspettata per il suo fisico.

Uno dei suoi marchi di fabbrica è, infatti, “la elastica inversa” puntando all’interno ma dribblando esternamente. Quando difende, poi, è assolutamente magnetico: calamita la palla arrivando così in anticipo che sembra davvero prevedere il futuro. È un 5 che gioca da 10 e viceversa. Il suo modo di interpretare il ruolo di regista, anche nel calcio europeo, è una totale novità. Redondo riesce ad essere un volante sudamericano puro e un centrocampista moderno allo stesso tempo.

È la sua cifra stilistica più autentica: una commistione perfetta tra ortodossia e rivoluzione. Un binomio solo apparentemente impossibile come il Fernet e cola (drink tipico argentino) che in Argentina viene chiamato proprio Fernandito. 

La stagione ‘97-‘98 è quella della consacrazione europea. Il suo Real, squadra modesta, molto lontana dallo spessore con cui siamo abituati ad immaginare le Merengues, vince la Champions League sconfiggendo una fortissima Juventus alla terza finale consecutiva. Redondo diventa, a furor di popolo, il miglior regista al mondo e l’Argentina sogna di poter tornare a vincere un Mondiale, complice una generazione di talenti da far invidia a mezzo mondo.

Fernando, però, non dimentichiamolo, è un rivoluzionario: non vede di buon occhio la ferrea guida tecnica di Passarella e, all’obbligo di tagliarsi i capelli per far parte della Seleccion, il Principe rompe ogni tipo di legame col ct. Fuori dagli schemi ma, anche, fuori dalla nazionale: Passarella lo esclude dai convocati per la spedizione mondiale del ‘98. Da qui in poi saranno poche le presenze con la maglia albiceleste.

La descrizione di un attimo

Cercando Fernando Redondo su qualsiasi motore di ricerca è impossibile non trovare, come primo risultato, la parola Taconazo. Nella storia del calcio tanti sono i giocatori che sono stati associati a delle giocate calcistiche: l’elastico di Ronaldinho, il doppio passo di Ronaldo, la “Crujiff turn”, la roulette di Zidane. Pochi sono, però, quelli che vengono associati ad una singola giocata, un unicum inciso nella storia. “Un momento di ispirazione” come dirà poi lo stesso Redondo.

È il 19 Aprile del 2000, il Principe indossa la fascia di capitano e il suo Real si gioca l’accesso alle semifinali di Champions League. L’Old Trafford di Manchester è ammutolito: lo United è sotto di due reti. Al minuto ‘52, Redondo riceve palla sulla fascia sinistra. Si allarga, cosa molto poco frequente nelle sue geometrie. Davanti ha Berg che gli chiude qualsiasi possibilità di puntare verso il centro. I due entrano a contatto spalla contro spalla; Redondo accelera, poi, rallenta, ha un attimo di esitazione prima dell’epifania: colpisce la palla col tacco sinistro. La palla passa sotto le gambe del difensore senza dargli la benchè minima possibilità di intervenire. Berg confida nella “lentezza” del Principe, battezzando la palla come lunga. Redondo, però, con la sua andatura ciondolante, regale, controlla il pallone sulla linea di fondo, due passi in area, lo sguardo alto. Inutile dire che il passaggio ad un arrembante Raul, sul limitare dell’area piccola, sia coi giri giusti: goal, 3-0.

Quel momento di ispirazione divina, di pura intuizione e genio viene consegnato alla storia come Taconazo e passa alla storia molto di più della vittoria finale in Champions League di quel Real Madrid. Redondo viene eletto miglior giocatore della competizione e chiude, come meglio non poteva, la sua esperienza madrilena. La Milano, sponda rossonera, si è innamorata di lui: il Milan, per 35 miliardi di Lire, acquista Redondo.

Testimone forzato

In Argentina tutti abbiamo parenti italiani o spagnoli. È normale tifare per squadre di questi paesi. Mio padre mi sognava qui e alla fine ci sono arrivato. Essere qui è un privilegio, il calcio italiano non mi fa paura. Il campionato è duro e, proprio per questo, emozionante dice il Principe alla sua presentazione ufficiale.

Una presentazione che anticipa di qualche giorno il dramma. In una normale seduta di allenamento Redondo crolla a terra. La diagnosi è impietosa: rottura del legamento crociato del ginocchio destro. Da questo momento in poi, prima ancora dell’esordio ufficiale, l’esperienza rossonera diventa un autentico calvario. Una serie di problematiche successive all’intervento lo tengono fuori dal campo per ben due stagioni. Redondo le prova tutte, gira mezza Europa per cercare di tornare in campo al meglio e prima possibile. Da uomo tutto d’un pezzo quale è sempre stato chiede alla dirigenza rossonera di sospendere il suo stipendio.

Torna in campo il 3 dicembre 2002 sotto la guida di Ancelotti e inizia a giocare piccoli scampoli di partita per ritrovare il ritmo adatto ad una competizione sportiva. Redondo si dedica al ruolo di comprimario aumentando partita dopo partita la quantità di minuti e di giocate. La tifoseria che non ha mai smesso di amarlo e di sognare si infiamma ad ogni suo tocco. L’eleganza, innata, è la stessa dei tempi migliori, la mobilità, però, si è ridotta.

Con la maglia del Milan vincerà, da gregario, la sua terza Champions League, uno Scudetto, una Supercoppa Europea ed una Coppa Italia dove, nella doppia finale contro la Roma, sarà uno dei migliori in campo.

Spinto dal desiderio di giocare un pò in più, dopo quattro anni di pura sofferenza, decide di dare l’addio al Milan il 16 maggio 2004 contro il Brescia. Quello stesso giorno dice addio al calcio Roberto Baggio. Redondo gioca degli ottimi trenta minuti prima di congedarsi dallo stadio che sognava di cantare il suo nome. Sarà la sua ultima partita ufficiale da calciatore. Il suo ritiro è pieno di malinconia, di rammarico, di “se”.

In quel maledetto infortunio di agosto, però, ci si può leggere un segno clamoroso del destino. Una di quelle coincidenze che vengono definite sliding doors. Il nuovo tecnico del Milan per sopperire alla pesante assenza aveva adattato un giovane trequartista nel ruolo di regista. È un’intuizione che cambierà la storia di quel trequartista, del Milan, dell’Italia e, senza dubbio, della storia del calcio.

Redondo, involontariamente, consegna il testimone a quello che sarà uno dei suoi eredi più luminosi. Il Principe diventa il trait d’union tra il vecchio e il nuovo. Quel giovane trequartista, adattato a regista, è Andrea Pirlo.

Racconto a cura di Emilio Picciano

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