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Paolo Di Canio, feels like home

Mai nessun calciatore italiano ha saputo immedesimarsi nel gioco e nello spirito del calcio inglese come Paolo Di Canio. Che dall’ostracismo è passato alla gloria eterna, del West Ham e del football. Lo sport che ora sa raccontare come nessun altro.
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Estate del 1996. Il Milan campione d’Italia in carica ufficializza la cessione di Paolo Di Canio, che durante la tournée in Oriente ha brutalmente litigato con mister Capello, al Celtic Glasgow.

In quel momento Paolo, romano del Quarticciolo e di sangue biancoceleste, è un attaccante rapido e scaltro di 28 anni che ha vinto tanto ma inciso poco. Dopo gli inizi in prestito alla Ternana, ha militato proprio nella Lazio, e deciso un derby, con tanto di dito medio mostrato ai tifosi della Roma; nella Juventus, dove vince una Coppa Uefa ma non si trova con Trapattoni; infine, appunto, con il Milan, che gli regala il suo primo e unico scudetto della carriera.

La scelta di andare al Celtic, di giocare in Scozia, viene vista come una bandiera bianca da parte dei più. La resa di un attaccante bravo, ma troppo fumantino, incapace di imporsi fino in fondo nella nostra serie A. E che decide perciò di andare in un campionato meno competitivo come la Scottish Premier League.

Non sanno però che, innanzitutto, resterà in Scozia solo un anno, perché l’estate seguente volerà nella vera Premier League, quella inglese.

E che, ad oggi, deve ancora nascere un giocatore italiano che sia stato in grado di calarsi perfettamente, da un punto di vista di gioco e spirito, nel campionato più bello e competitivo del mondo.

Tanto da sentircisi praticamente a casa, Oltremanica. Come dicono loro: It feels like home.

Appartenenza Celtic

Il Celtic Glasgow è senza dubbio uno dei club più iconici e radicati dell’intero mondo del football.

È vero che il campionato scozzese spesso si riduce al derby di Glasgow: Celtic contro Rangers. L’Aberdeen di un Alex Ferguson non ancora “sir” riesce solo a portare una brezza d’aria fresca negli anni ’80. Ma è anche vero che la rivalità tra i due club va ben oltre il football. Impregna la società, serpeggia tra le vie della capitale, penetra i mattoni rossi delle case attaccate l’una all’altra. E spesso degenera, in altri terreni che esulano da quelli sportivi.

Non esiste ponte: se sei da una parte non puoi passare dall’altra. Si chiama “identità”. Non si compra al supermercato e non te la spiegano a scuola.

Proprio questa è una delle due cose che Di Canio impara dalla esperienza scozzese: il senso di appartenenza, il significato del sacrificio per una causa. Lo metterà in valigia e se lo porterà dietro per il resto della carriera.

La seconda cosa che impara è: il calcio da quelle parti è tutt’altro che semplice  e scontato.

Segna 12 gol, viene votato Player of The Year. Ma se sia in campionato che in coppa hai dovuto assistere alla festa degli altri, in città, la stagione va comunque etichettata come “fallimentare”.

Dolce-amaro Sheffield

Quando prende il volo per attraversare il Mare d’Irlanda ed andare a trovare la Regina, nel campionato inglese, la valigia di Paolo è molto più piena e pesante di quando ha lasciato Roma e i propri affetti.

Un po’ perché, come detto, in Scozia ha imparato tanto (e messo via). Un po’ perché si è letteralmente innamorato dell’abbigliamento che hanno da quelle parti, e che qua definiamo, senza troppi sforzi di fantasia, “british”. Un look che, tuttora, lo seduce parecchio.

La prossima tappa del viaggio lo porta a Sheffield. La città del calcio. Là dove lo sport più bello del mondo, nel paese che agli altri lo ha insegnato, tutto è nato, con la prima squadra della storia, lo Sheffield FC.

Ora che i Maroons sono però scivolati nelle serie inferiori, in città devi scegliere: o United o Wednesday.

Paolo sceglie i secondi, il club del mercoledì (il giorno in cui la originaria squadra di cricket giocava le proprie partite).

Un’altra esperienza che, per Di Canio, sarà foriera di enormi insegnamenti. Dal gusto dolce-amaro, lo stesso della vita.

Il dolce sta nei 12 gol timbrati il primo anno, che certificano ulteriormente come le caratteristiche del ragazzo, tecniche e caratteriali, convolino perfettamente a nozze con il football inglese.

Se prende una botta, la accetta. Mal che vada ne dà lui una più forte poco dopo. Se la palla si alza, va a combattere. Non sarà un saltatore nato, ma per dare fastidio alle difese avversarie basta e avanza. E poi la passione che si respira in quegli stadi, che puoi assaggiare semplicemente stando sulla linea di bordo campo, paiono essere benzina per il suo motore. Di quel calore, di quel modo di vivere le partite Paolo si ciba. E ancora oggi, su Sky Sport, rimane l’unico in grado di raccontarlo alla perfezione.

L’amaro sta in quanto accade in un, all’apparenza, innocuo pomeriggio di settembre del 1998.

Il fattaccio

Ad Hillsborough, tana degli Owls, arriva un interessante Arsenal di un ancor più interessante allenatore alsaziano, Arsene Wenger.

Minuto 43, risultato ancora di 0 a 0. A centrocampo lottano all’arma bianca l’olandese Wim Jonk e il francese Patrick Vieira. Quest’ultimo accenna a un fallo di reazione, cercando di colpire l’avversario a palla distante.

Di Canio è lì, a pochi metri, e ha visto tutto. E tenta subito di intervenire in difesa del compagno. Trova sulla propria strada un buttafuori come Martin Keown, uno che potrebbe starsene appoggiato sul palo, con birra e sigaretta, in attesa che situazioni del genere si verifichino, per gettarcisi a capofitto. Tra i due si arriva ben presto alle mani in faccia.

Il direttore di gara, una volta sedati gli animi, opta per la soluzione più democratica. Si scorda di Jonk e Vieira e decide di espellere sia Di Canio che Keown. Si avvicina all’attaccante, che a fatica i compagni stanno provando a calmare con tutte le forze. Con fierezza e determinazione gli sventola il cartellino rosso, intimandogli: OUT.

Il fattaccio avviene lì. Un gesto istintivo di Paolo, un mix di frustrazione e di protezione. Una spinta, nemmeno troppo vigorosa, al petto di Alcock, che goffamente cade all’indietro, rendendo la scena più drammatica di quanto non lo sia realmente.

Saranno 11 le giornate di squalifica, e 10mila le sterline di multa. Ma, soprattutto, sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo, il giorno dopo, Di Canio sarà additato come un “criminale”, e pure qualcosa di peggio.

Al West Ham, in cerca di redenzione

Qualcuno vorrebbe bandirlo dai campi di calcio, altri vorrebbero semplicemente una squalifica più aspra.

Lo definiscono un  “senza onore”. Ma le critiche e gli insulti non scalfiscono l’animo di un uomo che, dell’onore, ha fatto una vera e propria ragione di vita. Se ne sta al suo posto, aspettando che l’acqua scorra sotto i ponti e che i tabloid trovino altri scandali di cui ciarlare.

A gennaio del 1999 lo Sheffield Wednesday, quasi in imbarazzo, decide di cederlo al West Ham, per 1 milione e mezzo di sterline (cifra che, chiaramente, non rispecchia il valore del giocatore).

Mister Harry Redknapp crede in lui. Sa di acquistare un giocatore ancora squalificato, inviso a quasi tutto il Regno. Ma che “col pallone è in grado di fare cose che altri possono solo sognare”.

Paolo ringrazia per l’opportunità. Si scusa per l’errore e promette che non sprecherà questa preziosa chance.

Il 30 gennaio torna in campo, contro il Wimbledon, subentrando a Joe Cole.

Ben presto si accorgerà che, sempre per dirla come la dicono da quelle parti, “life comes at you fast”.

Life come at you fast

La redenzione di Di Canio passa innanzitutto dal campo. Con gli Hammers ricomincia subito a segnare, come se ad Upton Park ci fosse cresciuto e col West Ham giocasse da sempre.

Il 26 marzo segna, sempre contro il Wimbledon, il gol che il pubblico londinese decreterà come “il più bello mai visto ad Upton Park”. Una sforbiciata volante a incrociare, da posizione semi-impossibile, con un ridottissimo angolo di tiro, e che si insacca nel secondo palo, a incrociare.

Nelle stagioni al West Ham segnerà più di tutti. 48 gol, alla fine, in 118 presenze. Condurrà gli Hammers al trionfo nella Coppa Intertoto, disputata nell’estate del 1999, e che riporta il club in Europa. Segnerà a tutti i top club della Premier: allo United, all’Arsenal, al Liverpool, al Leeds. Poi un altro gol incredibile, stavolta messo in saccoccia al Chelsea. Nel 2000 verrà nominato “Hammer of the Year” e poco dopo, sempre dai tifosi, verrà eletto nel “miglior 11 della storia del West Ham”, al fianco di leggende assolute come Bobby Moore e Geoffrey Hurst.

Ma soprattutto, riconquisterà ciò che il destino gli aveva sottratto qualche anno prima, in termini di “rispetto, onore e sportività”.

Fair Play Award

La settimana prima di Natale, a Goodison Park, va in scena la sfida tra l’Everton e gli Hammers.

Bella partita, tesa, sbloccata a un quarto d’ora dal termine da Danny Cadamarteri, a cui poco dopo risponde Kanoutè per l’1 a 1.

Al 90esimo minuto appena scoccato il West Ham ha la palla buona per vincerla. Su un lungo rilancio verso l’area di rigore il portiere dei Toffees Paul Gerrard esce non benissimo, ma riesce comunque ad allontanare in qualche modo il pallone. Si rialza, per andare a contrastare Trevor Sinclair, che nel contempo ha già dato un’occhiata in mezzo all’area, dove la porta è priva del proprio guardiano. Ma si accascia, con il ginocchio che fa crack (chi era allo stadio riferisce di aver sentito chiaramente il rumore dell’osso rompersi).

Nel frattempo la palla è comunque giunta a Sinclair, che, senza possibilità di rendersi conto di nulla, l’ha repentinamente crossata verso il centro dell’area. Dove a Paolo di Canio basterebbe uno dei suoi colpi per spedirla in fondo al sacco e sancire l’1 a 2.

Il 9 però stupisce il mondo, con una cosa che, si capisce subito, a lui appare molto naturale. Prende il pallone tra le mani, tra lo stupore di tutti, anche del difensore, recatosi a contrasto. Indica il portiere, consentendone così il soccorso immediato (e meno male che Walter Smith si è tenuto un cambio da parte, potendo così sostituire il povero Gerrard con Simonsen).

Goodison Park si alza in piedi e applaude. Tutto il mondo del calcio, immaginariamente, gli tributa una standing ovation. Blatter in persona, presidente Fifa, gli consegnerà il Fair Play Award, con tanto di lettera di encomio. E il suo gesto sarà, fortunatamente, imitato in tanti altri campi di periferia di tutto il mondo. Come esempio da seguire, riconciliando, qualora ce ne fosse bisogno, il nome di Di Canio con quello dello sport.

S.O.S. Lazio

Paolo lascia, controvoglia, il West Ham solo nell’estate del 2003, dopo l’inopinata e imprevista retrocessione del club in Championship. Ma tutt’ora,quando ritorna da quelle parti, viene trattato più come “il vecchio padrone di casa” che come ospite, tanto immutato è l’affetto che il pubblico Hammers ancora gli tributa.

Non si sposta di troppi chilometri, giusto qualche isolato, decidendo di giocare con il Charlton. 31 presenze e 4 gol. Uno di questi, segnato al Leicester su calcio di rigore, dedicato, con tanto di maglia, a Fabrizio Quattrocchi, soldato italiano rapito e giustiziato in Iraq in quei giorni.

Poi il ritorno a casa, nella vera casa. A Roma. Per rispondere al disperato s.o.s. della “sua” Lazio, precipitata a un passo dal fallimento e dalla serie B.

C’è bisogno di lui, del Di Canio di ora. Di tutto ciò che l’Inghilterra gli ha insegnato e inciso sulla pelle. Di risvegliare quell’orgoglio, quel senso di appartenenza che, da quelle parti, chiamano “lazialità”.

Di fatto salverà la Lazio con il gol più atteso. Quello nel derby, il 6 gennaio del 2005. In cui torna, come molti anni prima, a esultare sotto la Sud in segno di sfottò.

Verrà squalificato, dopo una gara con la Juventus, per un saluto romano, che più che avere connotati politici identificava la sua appartenenza alla propria gente, di fede biancoceleste.

L’avvento di Lotito, e la conseguente rivoluzione, lo costringerà a chiudere la carriera alla Cisco Roma, in C2.

Tornerà, ovviamente, in Inghilterra. E non solo per ricevere il tributo dei propri ex tifosi. Ma come allenatore, dello Swindon Town prima e del Sunderland poi.

Per scoprire, però, che il suo vero talento è raccontarlo, il calcio inglese. Lo fa come nessuno mai. Con la passione e la competenza di chi, per tanto tempo, e forse ancora ora, può appellare quel posto come “casa”.

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