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Darren Fletcher, The man who can’t be moved

Fletcher per anni è stato il 12esimo di Sir Alex Ferguson. Il geniale midfielder “pronto all’uso”, riserva di lusso con intelligenza sopraffina. Poi un brutto male stava per rovinare tutto. Ma nessuno può spostare Darren Fletcher!
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Darren Fletcher - Illustrazione di Tacchetti di Provincia
" Cause if one day you wake up and find that you’re missing me
And your heart starts to wonder where on this earth I could be
Thinking maybe you’ll come back here to the place that we’d meet
And you’ll see me waiting for you on the corner of the street "
The Script - The Man Who Can’t Be Moved

È il 25 luglio del 2008 quando I The Script, gruppo pop-rock irlandese, di Dublino, lancia sul mercato musicale il pezzo intitolato “The Man Who Can’t Be Moved”. Letteralmente “l’uomo che non può essere spostato”.

Un paio di mesi prima il Manchester United di Sir Alex Ferguson, battendo il Chelsea ai calci di rigore, ha alzato al cielo il suo ennesimo trofeo. Stavolta il colpo è grosso, perché la coppa ha delle orecchie molto grandi, e ti assegna automaticamente il titolo di “Campione d’Europa”. È la Champions League. La terza per i Red Devils.

In campo, sotto il diluvio dello stadio Luzhniki di Mosca, si scatenano i festeggiamenti. Tutti a saltare e a cantare, a perdifiato. In particolare la felicità sta nel volto di un ragazzo, scozzese del Midlothian, maglia numero 24, che in quella partita non ha giocato nemmeno un minuto.

Ma che quella coppa la sente particolarmente sua. Perché non c’era al Camp Nou una decina di anni prima, quando lo stesso United umiliava il Bayern Monaco in rimonta. Ma soprattutto non sa se ci sarà domani, perché da qualche mese una sgradita compagna di avventura ha cominciato ad affacciarsi nella sua vita.

È Darren Fletcher. E qui vi spieghiamo perché è proprio lui “l’uomo che non può essere spostato”. E perché, forse, i The Script parlavano proprio di lui.

Sognando Beckham

Si può dire che, in carriera, Darren Fletcher abbia sentito addosso solo una maglia: quella del Manchester United. Vero, ha indossato quelle del West Bromwich Albion e dello Stoke City. Ma nessuna delle due era in grado di dargli emozioni come quella dei Red Devils.

Allo United Fletcher ci arriva da ragazzino, a 14 anni, nel 1998. Sognando Beckham, è proprio il caso di dirlo.

Perché all’inizio Darren è un esterno destro di centrocampo. Proprio come David Beckham, il 7 della prima squadra. Sogna di ripeterne le gesta, magari condividendone il campo per diventare poi, un giorno, come lui. Idolo dell’Old Trafford, capitano dello United.

La realtà sarà leggermente diversa. Perché la sagacia di Ferguson lo renderà un ottimo interprete dei due ruoli centrali del centrocampo nel 4-4-2 di Sir Alex. E perché con Beckham non riuscirà mai nemmeno a incrociare i tacchetti, dal momento che nel 2003 lo Spice Boy se ne va, direzione Madrid.

Veste la maglia della parte rossa di Manchester fino al 2015. Vincendo praticamente tutto. Campionato, FA Cup, Coppa di Lega, Mondiale per Club e, appunto, la Coppa dei Campioni.

L’addio di Darren Fletcher ai tifosi dello United

Per 80 volte vestirà invece la maglia della sua Nazionale, la Scozia, spesso con tanto di fascia da capitano. Lì, però, a livello di soddisfazioni saranno tempi molto più amari.

A livello di presenze, tuttavia, il bottino di Fletcher allo United è piuttosto misero. 223 alla fine, in più di 12 anni di carriera.

Poche. Eppure nessuno ha mai messo in discussione la centralità dello scozzese in quella squadra. Perché?

Al proprio posto

Sir Alex Ferguson si è ritrovato, nella sua pluridecennale egemonia alla guida del club, a dover gestire e allenare molti giocatori forti, fortissimi, alcuni addirittura fenomenali. Soprattutto nella zona mediana del campo.

Un  po’ se li è cresciuti lui, come Roy Keane, Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs. Un po’ li ha trovati strada facendo, come Juan Sebastian Veron, Michael Carrick, Park Ji Sung, Owen Hargreaves.

Molti di loro erano più forti, tecnicamente, di Fletcher. Pochi però, secondo il manager scozzese, erano intelligenti come Darren.

Darren ha sposato fin dal principio la causa del club. Ha giurato la propria fedeltà a quella maglia. Nonostante tutto e tutti.

Ha saputo stare al proprio posto, guardare giocare i compagni più forti o più in forma di lui, e battergli le mani se necessario (o in alternativa incitarli da fuori). Ha saputo dare il suo contributo ogni qual volta si è reso necessario.

Era pazzesco. Poteva stare in panchina, o peggio ancora in tribuna, per 10-15 partite. Ma ogni qual volta il Boss lo chiamava in causa, sembrava uno di quelli che ha giocato sempre.

Aveva una grandissima lettura della partita e delle situazioni, sapeva benissimo cosa bisognava fare in quello specifico istante, in quel determinato momento. Sono quei giocatori che fanno la fortuna degli allenatori. Se ne stanno lì, buoni buoni, ad aspettare il proprio turno. E quando vengono chiamati in causa rispondono “presente”, senza colpo ferire.

Non ascolta sirene di altri club, non segue le voci di mercato. “Io resto qui perché è qui che voglio stare”.

“Sono i giocatori come lui che creano le grandi squadre”.

Darren Fletcher spiega il suo ruolo all’interno dello United

Fletcher e il morbo di Crohn

Ha avuto anche la bravura di saper gestire il proprio fisico, centellinandone gli sforzi, per convivere con una delle sfighe peggiori.

Proprio nel 2008, l’anno della Champions, i primi sintomi di quello che verrà diagnosticato come “Morbo di Crohn” cominciano a palesarsi in Darren. Continui dolori di stomaco, repentine fughe verso il bagno più vicino. 10,20 a volte 30 volte al giorno.

Un problema che lo limita fuori e dentro il campo. Gli impedisce infatti di godersi appieno la propria vita privata e i propri affetti. Niente cena fuori con la moglie, niente birretta post partita con amici o compagni di squadra.

La malattia cambia, oltretutto, il fisico di Darren. Dimagrisce a vista d’occhio, fino a pesare 60 chili. A fare da contraltare, una faccia sempre più gonfia, anche a causa dei farmaci che continuamente deve assumere per gestire il tutto.

Gli hanno spiegato che non c’è molto da fare, che una cura vera e propria non esiste, e che con questa bestia deve imparare a conviverci.

Decide allora di parlarne con Sir Alex. Con lui e con nessun altro, oltre alla famiglia. Il boss gli dà tutto il tempo per recuperare e gli fa una promessa: “Quando starai meglio, sarò qui ad aspettarti”.

La malattia, qualche anno dopo, lo lascerà in pace per un po’, permettendogli così di tornare protagonista con la maglia dei Red Devils e di raccontare tutto ai compagni e amici di una vita, Wayne Rooney e Rio Ferdinand, che i suoi continui “no” a qualsiasi tipo di invito non riuscivano proprio a spiegarseli. Ecco perché!

Il ritorno in campo di Darren Fletcher dopo la malattia

Non addio, ma arrivederci

Darren Fletcher ha anche l’intelligenza di capire, nel 2015, che il ciclo d’oro è terminato, e che nulla è per sempre.

Non vuole restare per forza, non vuole essere un peso per nessuno.

Comprende che il club deve alzare l’asticella per tornare grande, e infatti di lì a breve arriveranno (o torneranno) i Pogba, gli Schweinsteiger e i Mkhytaryan.

Toglie il disturbo e se ne va al W.B.A. prima e allo Stoke City poi. Per capire se al calcio ha ancora qualcosa di importante da dare. Non ci saranno né ovazioni né saluti strappalacrime all’Old Trafford.

“Tanto è un arrivederci. Tornerò, perché questa è casa mia”.

E infatti qualche anno dopo Darren torna a casa, in altre vesti. Prima coach dell’under 16, poi collaboratore tecnico nello staff di Ole Gunnar Solskjaer. Ma l’intelligenza sopraffina di cui era dotato da calciatore lo contraddistingue anche all’esterno. 

A marzo del 2021 viene perciò nominato Direttore Tecnico del Manchester United. Ora guida la squadra dalla tribuna, con immutato spirito.

Se prima decideva dove aprire il gioco, se a destra o a sinistra, ora deve capire se esonerare o meno l’allenatore (e nel caso del norvegese Solskjaer sappiamo come è andata a finire).

Sempre lì, all’Old Trafford, con gli stessi colori di sempre.

D’altronde è lui “the man who can’t be moved”.

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