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Sangre y pasión, il Superclásico Boca-River

È la partita più famosa al mondo. Il derby più sentito, il più iconico. Dagli anni ’30 in avanti, la gara tra Boca Juniors e River Plate ferma non solo l’Argentina, ma tutto il mondo. Due anime, nate nella stessa parte di Buenos Aires, eppure così radicalmente diverse tra loro. Benvenuti al Superclasico!
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Superclasico – Illustrazione di Tacchetti di Provincia

Come quasi sempre accade nelle storie di calcio, in principio furono gli inglesi a esportare la loro invenzione, quel nuovo modo di giocare con la palla, colpendola esclusivamente con i piedi.

Spetterà poi ai latini metterci tutto il resto. Ad aggiungerci la passione che tuttora permea questo meraviglioso sport.

A inizio del ‘900, alla Boca, il porto di Buenos Aires, nascono due nuove realtà.

Da un lato ci sono dei marinai inglesi che stanno giocando a calcio, al porto. Poco dietro di loro delle casse, con la scritta The River Plate (il nome inglese del Rio della Plata). La squadra appena fondata prenderà proprio quel nome.

Dall’altro, a pochi metri praticamente di distanza, ci sono i signori Baglietto, Scarpatti, Sana e i fratelli Farenga. Genovesi, con origini lucane. Anche loro decidono di fondare una squadra. Renderà onore alle proprie radici, prendendo il nome della Boca stessa, ma un piccolo omaggio ai britannici lo concederà: Boca Juniors. E prenderà i colori sociali dalla prima nave che entrerà in porto. Svedese? Perfetto. Gialloblù allora.

Il mondo del calcio, a Buenos Aires, e più in generale in Argentina, non sarà più lo stesso.

Gli Xeneizes

È il Superclasico, La Partita. Un match iconico, famoso in tutto il mondo. Una delle cose da vedere prima di morire, se siete davvero amanti di questo sport.

La sfida tra due realtà che, per quanto siano nate, come detto, nello stesso scenario, quello della Boca (anche se il River ben presto si sposterà), risultano alla fine così diverse e antitetiche.

Quelli del Boca sono gli “xeneizes”, i genovesi. Proprio in virtù delle origini liguri dei propri fondatori. Rappresentano il popolo, la parte meno abbiente di quel lato di Buenos Aires. Giocano le loro partite all’Estadio Alberto Josè Armando. Se il nome non vi dice nulla non preoccupatevi, perché il mondo è abituato a conoscerlo come La Bombonera.

Probabilmente l’impianto più iconico del mondo. Con quelle 3 curve, sempre strapiene e cariche di passione, e la tribuna con le sue terrazze. Qui la fede e il tifo si sentono proprio a livello di epidermide.

Qui Cesar Luis Menotti, ex allenatore del Boca e della Selecion Argentina, disse: “Prima di una partita alla Bombonera pensavo mi stessero tremando le gambe. Poi mi accorsi che era in realtà l’intero stadio a tremare”.

Il Boca vanta, nella propria bacheca, 34 campionati e ben 6 Cope Libertadores.

Con il Boca ha militato, probabilmente, il più forte giocatore nella storia del calcio: Diego Armando Maradona. Arrivato nel 1981, dopo gli esordi all’Argentinos Juniors, Diego si innamorerà follemente di questo club, di questo stadio, di questa gente. Tanto da rimanerne perennemente tifoso, e da ritornarci a giocare, per chiudere in maniera degna la propria carriera, quando però oramai il fisico non segue più il suo genio.

La sua ultima partita ufficiale, nel 1997, è proprio un Superclasico contro il River. Uscirà dal campo per lasciare spazio a Juan Roman Riquelme, designato a rilevarne anche il posto nel cuore dei tifosi.

La stessa cosa farà Carlitos Tevez, il giocatore del pueblo, che deciderà di tornare a chiudere la propria gloriosa carriera là dove tutto è iniziato, alla Bombonera.

Farà in tempo a giocare anche con Daniele De Rossi, romano verace, campione del mondo con gli azzurri nel 2006, che per il tramonto della propria vita calcistica ha deciso di coronare un sogno: giocare in quello stadio che lo ha sempre meravigliato (ndr la Bombonera) con quei colori che ha sempre ammirato (ndr quelli del Boca).

I Millionarios

Quelli del River sono invece, da sempre, i “Millionarios”, soprannome dato dalla notevole disponibilità economica del club intorno agli anni ’30.

Iconica la loro maglia da gioco, bianca con rifinimenti neri e banda trasversale rossa, che negli anni ha subito notevoli tentativi di imitazione (vedasi, ad esempio, la maglia del Rayo Vallecano in Spagna). Sublime il loro stadio, l’Antonio Vespucio Liberti. Ma anche qui, per riconoscerlo nell’immaginario collettivo, bisogna ricorrere al suo soprannome: El Monumental. 68mila posti, il più grande d’Argentina. Lo stesso stadio in cui proprio il Boca è costretto, per un periodo, a giocare le proprie gare interne, per via dei lavori che stanno interessando la Bombonera nel 1984.

Anche nel caso del River, tante pagine di storia del calcio hanno i colori sociali di questo club. A partire dalla clamorosa “adelantera” degli anni ’40, composta da Carlos Munoz, Alfonso Pedernera, Angel Labruna (miglior marcatore nella storia del club), Felix Lostau e Josè Manuel Moreno. La chiamano La Maquina, per i perfetti sincronismi con cui quegli attaccanti si trovano tra loro in campo, segnando caterve di gol alle malcapitate squadre avversarie.

Poco dopo, dalle giovanili, emergerà pure un certo Alfredo Di Stefano. E tutto il resto è noia.

Più in generale, nel caso del River, a fare la differenza è proprio la scuola calcio, capace di lanciare, negli anni, grandissimi campioni.

Da Hernan “Valdanito” Crespo a Ariel “El Burrito” Ortega. Da Ramon Diaz a Enzo Francescoli, l’originario “Principe”, giocatore preferito di Zinedine Zidane. Ma anche Javier Mascherano, Andres D’Alessandro, Gonzalo Higuain, “El Payaso” Pablo Aimar (che, dal canto suo, sarà fonte di ispirazione per il rosarino Lionel Messi), Marcelo Salas.

Per la squadra del fiume i titoli nazionali sono molti di più degli eterni rivali, 35. “Solo” 4, però, le Coppe Libertadores.

La Copa del 2018. A Madrid

E proprio dell’ultima Copa Libertadores vinta dal River bisogna parlare, se vogliamo ripercorrere alcune delle sfide più belle tra queste due compagini.

Nel 2018, infatti, il destino, beffardo come suo solito, compone un tabellone maligno. Nel cui fondo si trova proprio il Superclasico.

Per la prima volta nella propria storia, quindi, Boca Juniors e River Plate si ritrovano a sfidarsi per vincere la maggiore competizione per club del calcio sudamericano.

I forti timori per ciò che concerne l’ordine pubblico costringono il premier argentino Mauricio Macrì a prendere l’amara decisione di far disputare entrambi gli incontri a porte chiuse. All’andata, in una Bombonera deserta, finisce 2 a 2. Ma la passione del popolo di Buenos Aires è troppo forte. E se è vero che gli spalti rimangono deserti, all’esterno dello stadio si accalca una folla oceanica, intenta a far sentire la propria voce ai rispettivi beniamini all’interno dell’impianto.

La sensazione è che al ritorno, al Monumental, possa accadere la stessa cosa se non peggio. Impossibile contenere tutta questa garra. Si decide allora di spostare l’incontro.

Non si giocherà più al Monumental. Non si giocherà più nemmeno in Argentina. Anzi, a dire la verità, si andrà proprio fuori dal Sudamerica. L’incontro, infatti, si disputerà al glorioso Santiago Bernabeu di Madrid. A porte aperte.

La partita diventa immediatamente l’evento dell’anno.

Davanti a 63mila persone, le due squadre si sfidano a singolar tenzone. Va in vantaggio il Boca, con il bomber Dario Benedetto, nel finale del primo tempo. Il River risponde nella ripresa con Lucas Pratto, ed è 1-1.

La non doppia validità dei gol segnati in trasferta conduce il match ai supplementari, dove la spunta il River, grazie alle reti dell’ex Pescara Quintero e di Gonzalo Martinez.

Una vittoria storica. Che segna il ritorno, a grandi livelli, del River Plate, dopo anni difficili, culminati addirittura con una clamorosa retrocessione, e che i tifosi del Boca non mancano di sottolineare con il famosissimo coro “River decime que se siente”.

Fanno addirittura volare un drone, in un Superclasico del 2015, con un fantasma che regge la lettera B. Cose che solo in Argentina possono capitare.

Superclasico: Campioni, gol e momenti storici

Alcuni degli altri momenti storici del Superclasico si legano, inevitabilmente, alle gesta degli immensi campioni che ne hanno preso parte.

Come dimenticare il derby del 30 giugno 1949, quando il portiere del River, Carrizo, si fa espellere, lasciando i suoi in 10 uomini, e oltretutto, a cambi finiti. A prendere i guanti, per difendere l’1-0, tocca allora al giocatore di maggiore personalità dei Millionarios: Alfredo Di Stefano.

Proprio così. Uno dei 5, probabilmente, giocatori più forti della storia del calcio, in un Superclasico ha dovuto addirittura fare il portiere. Dimostrandosi ovviamente fenomeno anche lì, dal momento che conserverà, con alcuni interventi prodigiosi, il clean sheet della propria squadra.

O come dimenticare quel 10 aprile 1981, quando Diego Armando Maradona iscrive il suo nome nella storia di questa partita, segnando una rete che varrebbe da sola come trailer del film della vita di Diego, biglietto da visita di un campione assoluto, capace di fare qualsiasi cosa con la palla al piede.

Ai tifosi del Boca, poi, piacerà sicuramente ricordare il derby del 1928, vinto con un torrenziale 6-0 (risultato più bulgaro nella storia del match). Viceversa, i millionarios rinfacciano ancora il 5-1 stampato in faccia ai cugini nel 1941 (gli anni de La Maquina), per di più alla Bombonera.

Pazzesco pensare poi a quanto accaduto la prima volta che Boca e River, nella storia del furbo, si sono affrontate. 1931, risultato di parità perfetta, 1 a 1. Partita però interrotta e mai più ricominciata. 3 giocatori del River infatti, espulsi dal direttore di gara, si rifiutano di abbandonare il terreno di gioco. Gara sospesa e poi vinta a tavolino, come ovvio, dal Boca. Giusto per dare la sensazione di ciò che sarà, nel corso degli anni.

La Puerta 12

Diventa purtroppo difficile non citare anche il Superclasico del 23 giugno 1968. Nell’inverno di Buenos Aires, la partita che si gioca sul campo non è di quelle memorabili.

Poco prima del fischio finale, molti tifosi del Boca decidono di abbandonare anzitempo El Monumental, per tornare alle proprie abitazioni. All’uscita però, nei pressi della famigerata Puerta 12, si crea un tappo, un ingorgo. La gente si accalca, si schiaccia, fino a far mancare l’ossigeno a quelli piazzati davanti. A terra resteranno 71 persone prive di vita, età media 19 anni.

Una tragedia immane, simile a quella che, molti anni dopo, vedrà purtroppo protagonisti i tifosi del Liverpool, allo stadio Hillsborough di Sheffield.

Si parla di tornelli non spostati, di negligenza, di un contro flusso composto da tifosi del Boca caricati dalla polizia che cercano perciò di rientrare. Sta di fatto che le vere responsabilità non verranno mai accertate, e tuttora, a 54 anni di distanza, non esistono condanne giudiziarie legate a quell’episodio.

L’Argentina, purtroppo, è anche questo. Dove c’è il pallone, dove c’è la passione, spesso scorre anche il sangue. Non solo nelle vene dei calorosissimi tifosi, parte fondamentale di questo scenario, che rendono il Superclasico la partita che tuttora è. Ma anche a terra, alle volte.

Quasi come se Buenos Aires chiedesse un contributo, per cotanta bellezza.

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