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Il fuoco della Puglia

Solo l’unione regionale tiene legate Bari e Lecce. Le due anime della Puglia, due poli opposti nella stessa terra. Un derby accesissimo che da troppo tempo manca al nostro calcio.
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Derby di Puglia - Bari Lecce - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Manca da tanto, troppo tempo, al nostro calcio, il derby della Puglia, o il “Derby dei Trulli”, come venne soprannominato dall’inimitabile Gianni Brera. E sarebbe bene che tornasse in scena, magari in Serie A, anche solo per cancellare l’onta di come è andato l’ultimo di questi derby, finito in una delle pagine più nere che il football italiano, e lo sport in generale, abbia mai potuto scrivere.

Bari contro Lecce. Il capoluogo di regione contro il Salento. Due provincie, due popoli, uniti solo geograficamente, da una regione troppo lunga per poter essere omogenea, e che al proprio interno racchiude altre due realtà forse ancor più diverse tra loro, come Foggia e Taranto.

Una sfida nata tardi, nel dopoguerra, e che si è accesa vivacemente negli anni ’70, fino a godere della propria miglior luce verso la fine del secolo, con le due squadre quasi sempre, o stabilmente o a momenti alterni, protagoniste nella massima serie.

Un duello spostatosi dal Campo Achille Starace e dal Campo degli Sports (i primi stadi, rispettivamente, di Lecce e Bari, ad ospitare questo tipo di partita) ai più moderni impianti del Via Del Mare e del San Nicola (ques’ultimo una specie di astronave atterrata nel Tavoliere).

Un fuoco che continua a ardere, e che anima tutto lo zoccolo dello Stivale. Due identità forse inconciliabili, ma probabilmente più vicine di quanto esse stesse non vogliano ammettere.

Galletti e Lupi

Il primo Lecce-Bari risale al campionato di serie B 1929-30, deciso intorno alla mezzora del primo tempo da una rete del giallorosso Locatelli.

Per la prima sfida in Serie A bisogna invece attendere fino al 27 ottobre 1985, quando allo Stadio Della Vittoria, impianto costruito in epoca fascista nel capoluogo di regione, nel quartiere Marconi, in zona Fiera del Levante, a sfidarsi sono il Bari di Bruno Bolchi e il Lecce di Eugenio Fascetti, l’allenatore toscano che, paradossalmente, un decennio dopo scriverà sulla panchina proprio del Bari le migliori pagine della propria carriera.

A inizio secolo la maggiore rivalità regionale, a dire la verità, vedeva contrapposto il Bari, anzi La Bari, come i tifosi biancorossi amano chiamare la propria squadra, e il Taranto. Ma quest’ultima compagine uscirà ben presto dai piani nobili del nostro calcio, evaporando, al contrario di quanto accaduto con i fumi che continuano ad ammalare la “Città dei Due Mari”, senza risalire mai più.

Ma poi la fiamma della passione si sposta, fino a dividere inequivocabilmente le due realtà. Da una parte La Vecchia Stella del Sud, che adotta dal 1928, grazie alla fantasia del vignettista Carlin del Guerin Sportivo, il galletto nel proprio stemma; dall’altra la Perla del Salento, regione meravigliosa non solo per la villeggiatura estiva, che come araldo sceglie l’immagine di un lupa sotto un leccio, albero tipico di quelle parti.

Bianco-rossi i primi, anzi granata all’inizio della propria storia per una poca disponibilità di tessuto color sangue negli armadi del proprio fondatore, il commerciante austriaco Floriano Ludwig. Giallo-rossi i secondi, per rendere più originale un club che, ai propri albori, vestiva il rossonero o in alternativa il bianconero.

Bacheche vuote, sia in una sede che nell’altra. Ad eccezion fatta per una Mitropa Cup vinta dal Bari nel 1990 al termine di una finale tutta italiana giocata contro il Genoa, e per una delle due edizioni della Coppa Italo-Inglese, trofeo pensato per mettere di fronte la vincitrice della Coppa Italia di Serie C e dell’odierna non-league britannica, conquistata stavolta dal Lecce, in finale secca contro lo Scarborough.

Niente scudetti, né tantomeno Coppe dei Campioni. Tanta gavetta per i due club, che, come detto, solo negli anni ’90 riusciranno a sfondare veramente nel nostro calcio.

Anni di gloria

In principio fu il Bari, quello dei fratelli Matarrese, Antonio e Vincenzo, contestatissimi dai propri tifoso, ma capaci, all’inizio della propria avventura, di rilevare il club e di renderlo competitivo per diverse stagioni nelle massime categorie, in un eterna oscillazione tra Serie A e Serie B.

È il Bari di Catuzzi e del suo primo esperimento di “zona totale”. Sarà poi anche il Bari di Fascetti, capace di scoprire e lanciare in Serie A giovani fenomeni provenienti dal proprio vivaio, uno su tutti quell’anima inquieta di Antonio Cassano.

Poi ecco anche il Lecce, che se solo grazie ad un'impresa di una leggenda come Carlo Mazzone riesce a salvarsi nel 1989, passato il fatidico 2000, con Zeman, riesce a raggiungere il miglior piazzamento della propria storia in Serie A: 11esimo e con il secondo miglior attacco del campionato nell’annata 2004-2005. Anche se i meriti vanno condivisi tra la sagacia del tecnico boemo e la lungimiranza di uno dei migliori direttori sportivi che il nostro calcio abbia mai conosciuto, come Pantaleo Corvino, capace di reperire in campionati minori diamanti grezzi, come Vucinic, Bojinov, Chevanton e Giacomazzi.

Dal sindaco Conticchio allo scandaloso Masiello

Tra le sfide più leggendarie succedutesi negli anni come non citare quella del “Conticchio sindaco”, ovvero il derby del 16 aprile 2000, deciso, in favore del Lecce con un bolide sotto al sette del centrocampista, laziale di Celleno, in un acquitrino di terra e fango.

Al ritorno, quello stesso anno, a sorridere saranno i galletti, a cui basterà la prima mezzora per mettere in silenzio gli odiati cugini, con le reti, una dietro l’altra, di Spinesi, Osmanovski e Cassano, il genio di Bari Vecchia, nato e cresciuto tirando calci a un pallone nelle viscere dello storico quartiere della città.

Nel 2007 in Salento il Natale arriva in anticipo, il 22 dicembre per la precisione, quando Abbruscato, Tiribocchi e Tulli annichiliscono il San Nicola: 0 a 4 e tutti a casa, a vendicare le tre sberle subite, a parti opposte, l’anno prima e confezionate da Carrus, Ganci e Santoruvo, quest’ultimo altro barese doc, di Bitonto.

L’ultimo derby è, paradossalmente, il più brutto, ed è anche il vero motivo per cui questo scontro manca terribilmente al nostro calcio. Il campo dice 2-0, 3 punti d’oro, in trasferta, in chiave salvezza. Vantaggio di Jeda e autogol piuttosto goffo di Andrea Masiello. Ma successive indagini faranno luce su uno strano giro di partite combinate, tra le quali proprio quel derby del 15 maggio 2011. Fino ad accertare che quell’autogol è avvenuto in maniera per niente casuale.

È il motivo per cui ancora oggi nominare Andrea Masiello in presenza di un tifoso del Bari equivale praticamente a bestemmiare di fianco a un sacerdote. È il motivo per cui, da quel giorno, anche una volta, per così dire, riabilitato, Masiello conta minuziosamente le proprie ammonizioni, per figurare, al momento della trasferta al San Nicola, nella lista degli “squalificati”.

È il motivo per cui questo derby ci manca da morire.

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