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Giuseppe Taglialatela, il Batman di Ischia

Cresciuto a parare i tiri di Maradona a fine allenamento, diventato Batman poi sul prato del San Paolo. Giuseppe Taglialatela, il ragazzo di Ischia arrivato a un passo dalla gloria eterna.
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Giuseppe Tagliatela - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Pino era un Terzo Portiere.

La maiuscola non è casuale, perché, nell’universo degli interpreti di quel ruolo, è stato probabilmente uno dei migliori (anzi, qualcuno sostiene che, crescendo, sia divenuto pure più forte dei due che lo precedevano, Garella e Di Fusco).

Ruolo davvero strano quello del terzo portiere. Strano e romantico, allo stesso tempo.

Destinato a muoversi nell’oscurità. E forse è proprio per questo che lo chiameranno Batman.

Per giocare deve sperare che abbiano il raffreddore, o vengano cacciati, non solo il primo, ma anche il secondo.

Un perenne “tenersi pronto”. Per qualcosa che spesso non arriva mai.

Ne risulta che le attività principali di un terzo portiere siano sostanzialmente due: allenare i due compagni di reparto, e fermarsi alla fine dell’allenamento per far tirare gli attaccanti.

E se hai fatto il terzo portiere in quel Napoli, quando a tirarti in porta a fine sessione c’era un certo Diego Armando Maradona, con la logica conseguenza che il tuo non era più un “parare”, ma un “provare a farlo”, allora forse il karma ha nascosto per te da qualche parte un piccolo angolo di Paradiso.

E a te non resta che aspettare l’occasione per raggiungerlo.

Lo scugnizzo di Ischia

Per tutti è Pino. Ma non per l’anagrafe, dove risulta registrato come Giuseppe Taglialatela, a partire dal gennaio del 1969.

Arriva a Napoli direttamente dalle giovanili dell’Ischia Isolaverde, la squadra di quel meraviglioso spicchio di terra posto in mezzo al golfo di Napoli, che guarda al Vesuvio con rispetto e devozione.

Tra le strade dell’isola, mentre tutti sognano di fare gli attaccanti, lui para i loro tiri, non curante di cadere a terra sul cemento. Sognando magari un giorno di prendere un traghetto, attraversare il golfo e vestire la maglia azzurra, in un ribollente stadio San Paolo.

In quel Napoli scudettato, però, di spazio non ce n’è. E lui, da giovane scugnizzo, si sposta altrove, per provare a temprarsi. Prima scende, geograficamente e di categoria, a Palermo, per assaggiare i duri cambi insabbiati del girone sud della serie C. Poca cosa, per uno abituato al cemento delle strade di Ischia. Poisu di nuovos in Irpinia, ad Avellino, per misurarsi con la serie B.

Sempre in prestito, ovviamente. Perché difficilmente Napoli lascia partire i propri figli. E viceversa, per un napoletano il tagliare il cordone ombelicale con la propria città rimane sempre l’impresa più dura da compiere.

Pino e Galli

Nel 1990 Pino torna a Napoli, complice la rivoluzione operata nel ruolo di estremo difensore dal club partenopeo, fresco campione d’Italia.

Via Giuliano, all’Udinese (Garella se n’è già andato molto prima), via pure Di Fusco, direzione Torino (sponda granata).

Taglialatela viene confermato, ma come 12esimo. Perché dal Milan di Sacchi, nel frattempo, è arrivato un certo Giovanni Galli. Portiere di assoluta esperienza, già campione del mondo nel 1982, quando faceva da terzo (pure lui) a Zoff e Bordon.

Quell’anno verrà ricordato per sempre come quello in cui le mani del Napoli e di Diego si sfiorano un ultima volta, per poi lasciarsi per sempre (almeno per quanto riguarda la dimensione terrena della nostra vita).

Passerà perciò quasi in secondo piano l’esordio di Pino Taglialatela con la maglia dei suoi sogni. Lo fa, complice l’espulsione di Galli, oltretutto in una delle partite più sentite, nella città “dei mille colori”. Quella contro la Juventus. E lo fa, soprattutto, in maniera straordinaria, parando anche le mosche, prima di arrendersi, all’ultimo tentativo bianconero, a un imberbe Pierluigi Casiraghi.

Giocherà, bene, altre 3 partite. Poi verrà, di fatto, mandato via.

Gli anni trascorsi non ci hanno ancora consegnato la verità: qualcuno dice sia stato lo stesso Galli a farlo cacciare, per non sentirsi in discussione nell’ultima grande tappa della propria carriera; altri dicono sia colpa del club, troppo timoroso ad affidarsi a un portiere di appena 22 anni.

Sta di fatto che il Palermo lo riaccoglie, ancora in prestito, ancora per un anno.

Poi lo prende la Ternana, che però non può permetterselo. Alla fine è il Bari l’ultima stazione prima del ritorno verso casa.

Il Napoli di Pino

È il 1993, e il Napoli prende coraggio.

Giovanni Galli viene ceduto al Torino. Il nuovo portiere dei partenoperi sarà Giusep… ehm… Pino Taglialatela. A furor di popolo.

Non è più il Napoli di Diego. Anzi. È un Napoli che fatica a qualificarsi per l’Europa, e che cambia allenatore con la stessa frequenza in cui a Posillipo cambia la marea.

Da Ottavio Bianchi a Marcello Lippi. Da Vincenzo Guerini a Vujadin Boskov. Da Luigi Simoni a Vincenzo Montefusco. E poi ancora Mutti, Mazzone, Galeone e Ulivieri. E pure un Montefusco-bis.

Non verrà mai ricordato come uno dei Napoli più forti della storia. Tanti giocatori transitano per il San Paolo, nessuno riesce mai veramente ad affermarsi.

La retrocessione, poi, del 1998, con la squadra che batte ogni record negativo della serie A, segnerà in maniera definitiva la fine di un’era. Fine dei sogni di gloria, fine delle feste in piazza del Plebiscito.

Sarà però sicuramente, e indissolubilmente, il Napoli di Pino Taglialatela.

Chissà cosa sarebbe successo, se non ci fosse stato lui in porta. A danzare da palo a palo, con quello stile inconfondibile. A dare la sveglia ai ‘uaglioni della propria difesa, troppe volte in balia degli avversari.

Pure in un Napoli così mediocre, se paragonato a quello immediatamente precedente, Pino ha saputo realizzare il suo sogno: rendere orgogliosa la sua gente, il suo popolo. Basti pensare che su 27 tiri dal dischetto che gli hanno calciato contro, 12 è riuscito a neutralizzarli.

“Due cose voialtri non avrete mai: Diego e un portiere così”.

La medaglia mancata

Ma cosa distingue l’eroe dal resto della truppa? Cosa, se non la medaglia appuntata sul petto? A certificare che “quel giorno, in quel luogo, tu c’eri, e hai fatto il tuo”?

E quella medaglia Pino la vuole conquistare. La desidera con tutto sé stesso, dai tempi in cui giocava con Diego, elevato a santità dalla sua gente perché in grado di regalargli quei trofei che lì valgono un po’ di pìù rispetto ad altre parti.

Ma, come detto, non è facile, in anni così bui e oscuri. Nemmeno per Batman risulta semplice volare in assenza di luce.

L’occasione però il destino gliel’ha preparata.

Arriva nel 1997, quando il Napoli approda alla finale di una pazza e assurda Coppa Italia, per sfidare il Vicenza di Francesco Guidolin.

Sembra l’occasione giusta, lo sa pure il San Paolo, che sogna il ritorno in Europa, e nella partita d’andata organizza una pirotecnica coreografia in cui campeggia, a caratteri cubitali, la scritta “TORNEREMO GRANDI”. Finirà 1 a 0 con rete di Pecchia.

Ma al ritorno, in un Menti mai così pieno dai tempi di Pablito, finirà come peggio non potrebbe finire per il popolo azzurro.

Nicola Caccia espulso. Pino non trattiene due calci di punizione, e deve raccogliere da in fondo al sacco prima il pareggio di Maini, poi il vantaggio di Maurizio Rossi. Prima che Iannuzzi metta i sigilli su una partita oramai finita.

No, la medaglia non c’è. Niente lieto fine, neppure per Batman.

Diego resterà Diego, irraggiungibile per tutti. Ma Pino ha iscritto il suo nome nella storia del club azzurro come il mare.

Scopri anche la storia di un altro portiere leggendario: Michelangelo Rampulla, Il portiere goleador.

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