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Stefano Cusin, dove c'è calcio

Una vita in viaggio, nei luoghi più sperduti del pianeta, ad insegnare calcio, laddove prima non c’era quasi niente. Stefano Cusin, l’allenatore giramondo canadese, ma di origini italiane. Collaboratore storico di Walter Zenga, ma non solo…
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Stefano Cusin - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Camerun, Congo, Bulgaria, Libia, Emirati Arabi, Palestina, Sudafrica, Cipro, Iran, Sudan del Sud. E ora Comore, un piccolo staterello formato da 3 isole vulcaniche poste nella parte africana dell’Oceano Indiano.

La carriera di Stefano Cusin, ex calciatore ed ora allenatore, nato in Canada, a Montreal da genitori italiani, si è mossa, negli ultimi 25 anni, come una scheggia impazzita in giro per il globo. Con incarichi o da capo-allenatore, o da vice, soprattutto dell’amico Walter Zenga, altro mister giramondo, ha allenato in luoghi dove nessuno penserebbe nemmeno di trovare una federazione calcistica, talvolta dovendo pure fare i conti con situazioni calde dal punto di vista geo-politico.

Lo si potrebbe definire un mister esploratore, con la valigia sempre pronta in mano e sempre alla ricerca di nuove frontiere, nuove esperienze, nuovi stimoli per arricchire il proprio bagaglio, umano, prima di tutto, e calcistico.

Ha vinto, Stefano, in diverse parti del mondo. Ma non ha ancora realizzato il proprio sogno. Allenare una squadra africana ad un Mondiale. Ci riproverà ora, a quasi 56 anni, con le Comore, sorpresa dell’ultima Coppa d’Africa, eliminata solo agli ottavi di finale dai padroni di casa (e superfavoriti) del Camerun.

Perché dove c’è calcio c’è vita. E dove c’è vita c’è speranza.

La valigia sempre pronta

Fin da piccolo Stefano deve aver capito di essere destinato a vivere sempre con la valigia pronta. Nato a Montreal da genitori toscani, si trasferisce presto in Francia, acquisendo dimestichezza con entrambe le lingue.

Da calciatore, centrocampista, gioca, oltre che in Francia, anche in Svizzera e Guadalupa. Prima di approdare, negli anni ’90, in Italia, dove allena per un lungo periodo le giovanili di Arezzo e Montevarchi.

La prima esperienza esotica gli viene proposta nel 2003, quando accetta di guidare la formazione under 20 del Camerun. Qui resta anche l’anno seguente, dove diventa allenatore dell’Acada Sports, potendosi così per la prima volta confrontare con un massimo campionato. Nel 2006, poi, la federazione del Congo gli propone un incarico affascinante: diventare responsabile di tutte le selezioni giovanili. Rimane fino al 2008, quando volta completamente pagina e torna in Europa, per allenare il Botev Plovdiv, in Bulgaria.

È un segno del destino, anche se lui ancora non lo sa. Perché proprio con la formazione bulgara, nell’estate dello stesso anno, gioca un amichevole ad Assisi contro il Catania, formazione allora in Serie A sulla cui panchina si è da poco seduto l’Uomo Ragno Walter Zenga. I due si conoscono, si parlano, si trovano. C’è feeling e comunità di visioni, e la stessa indole avventuriera nell’accettare incarichi anche nei paesi calcisticamente più improbabili.

Cusin vince un campionato con l’Al Ittihiad di Tripoli nel 2010. Poi diventa il vice di Zenga, che lo porta con sé nelle proprie varie esperienze, tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Con l’Al-Jazira i due vivono da protagonisti l’ambita Champions League asiatica. L’ultima esperienza insieme è forse la più prestigiosa, quando l’ex portierone dell’Inter viene ingaggiato come allenatore del Wolverhampton. Il calcio inglese, con i suoi stadi sempre pieni e il ritmo infuocato delle partite, conserva sempre un fascino particolare. Solo pochi mesi, prima che Zenga venga esonerato e anche Cusin decida di interrompere il rapporto con gli Wolves. Quanto basta però per mettere in saccoccia un’altra, ennesima, esperienza indimenticabile.

Eroe in Palestina

Eroe in Palestina

Quando non è con Zenga, Stefano Cusin prosegue il suo perenne Erasmus in giro per il Mondo.

Nel 2015 è in Palestina, primo allenatore italiano ad allenare in questa fetta di Medio Oriente. Qui deve fare i conti non solo con un movimento calcistico ancora allo stato embrionale, ma pure con un contesto geopolitico ancora oggi tristemente caldo.

Partite sospese o rinviate, squadre bloccate al confine, ritiri pre-partita militarizzati. Ciò nonostante con l’Ahli Al-Khalil, formazione di Hebron, Cusin vive probabilmente il periodo più florido e vincente della propria carriera. In pochi anni riempie di trofei la bacheca del club, portando a casa una Coppa di Lega, una Coppa di Palestina, una Supercoppa e una Supercoppa West Bank. Sorrisi, piccole soddisfazioni regalata a un popolo martoriato da una infinta guerra interna.

Nel frattempo conclude anche il proprio percorso di formazione, superando gli esami di Coverciano e diventando a tutti gli effetti allenatore Uefa Pro.

Nel 2016 saluta l’Ahli Al-Khalil, che riallenerà 3 anni più tardi per un breve periodo.

Il 17 dicembre 2018 è in Cipro, chiamato a risollevare le sorti dell’Ermis Adadippou, ultimo in classifica. A gennaio 2020 vola invece in Iran, per guidare lo Shahr Khodro. Prima di dedicarsi alle nazionali, per inseguire il sogno Mondiale. E così eccolo alla guida del Sudan Del Sud, prima, e delle Comore ora, da ottobre 2023.

Un approccio graduale

Per superare qualsiasi tipo di barriera, linguistica o culturale, Stefano solitamente predilige un approccio graduale. Quando assume la guida di un club lascia che a condurre i primi allenamenti siano allenatori autoctoni.

Questo gli dà il tempo di osservare e capire, perché ogni lato di mondo ha le proprie tradizioni, i propri costumi, i propri rituali. Inutile imporre una lavagna tattica a chi ancora, di fatto, gioca per strada.

Successivamente interviene sulla preparazione fisica e tecnica, con allenamenti mirati che permettano di creare una base sulla quale costruire l’identità della squadra. L’aspetto tattico arriva per ultimo.

Un lavoro minuzioso, accurato e scrupoloso. Ma che ha quasi sempre portato risultati tangibili, dal momento che tante delle squadre che ha allenato, sotto la sua guida, hanno completamente cambiato volto.

Paradossalmente le esperienze meno felici sono state quelle europee, come a Cipro. In luoghi dove si può parlare di calcio europeo quasi solamente in virtù dell’appartenenza alla UEFA. Meglio partire da una tabula rasa, da chi ha orecchie pronte ad ascoltare. E, da questo punto di vista, il calcio africano è lo scenario perfetto.

Importante anche capire, prima di firmare il contratto, in che contesto si va ad allenare. Al di là delle possibili tensioni, o delle ridottissime possibilità economiche (il Sud Sudan, ad esempio, è uno dei paesi più poveri del mondo, dilaniato e insanguinato dalla guerra), devono esserci idee e voglia di perseguirle. Se c’è questo, il resto si può fare. Altrimenti meglio attendere un’altra chance

Si sente pronto, Stefano, anche ad allenare in Italia, ad accettare una sfida anche nel nostro campionato.

Prima però c’è un sogno da conquistare. Un sogno mondiale. E chissà che non lo possa vivere proprio alla guida dei Los Coelacantes delle Comore.

Racconto a cura di Fabio Megiorin

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