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Karel Poborsky, l'ora dell'uom fatale

Per Leopardi era l’ultima ora in vita di Napoleone Bonaparte. Per il calcio italiano è quella del 5 maggio 2002, quando Karel Poborsky si iscrive alla storia del nostro campionato, per la disperazione dei tifosi dell’Inter
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Karel Poborsky - Illustrazione di Tacchetti di Provincia

Non lo sapevano, i tifosi della Lazio, nel gennaio del 2001, che quel riccioluto ed esperto esterno destro, arrivato dal Benfica, sarebbe entrato nella storia del nostro calcio e che, nell’immaginario collettivo, avrebbe soppiantato figure storiche di enorme spessore.

Ancora più ignari erano, all’epoca, i tifosi dell’Inter. Che sognavano di tornare a vincere quel tricolore, latitante, dalle parti di Appiano, dal lontano 1989. Non sapevano che parecchi chilometri più a Sud, a Roma appunto, era appena sbarcato colui che ben presto sarebbe diventato il principale incubo di chiunque abbia il Biscione nel cuore.

Il 5 maggio del 1821, alla Longwood House dell’Isola di Sant’Elena, se ne andava il più grande, forse, condottiero di tutti i tempi: Napoleone Bonaparte.

Il 5 maggio del 2002, invece, Karel Poborsky toglie dalle maglie nerazzurre uno scudetto che pareva oramai già cucito.

Da lì in poi quella che Alessandro Manzoni vergò e definì l’ “ora dell’uom fatale”, non sarà più solo l’ultima nel regno dei vivi di Napoleone. Ma sarà anche l’ora in cui Karel Poborsky ha scritto il proprio nome nella storia del nostro calcio.

L’esperienza di Karel

Nel gennaio 2001 la Lazio accoglie un giocatore già fatto e finito.

Karel Poborsky sbarca a Roma per provare a colmare il vuoto lasciato da Sergio Conceiçao, passato al Parma l’estate precedente, sulla fascia destra.

Quanto arriva in Italia, Karel di strada ne ha già fatta tanta.

È uno dei protagonisti del meraviglioso europeo inglese disputato dalla “sua” Repubblica Ceca. La quale, presentatasi per la prima volta ai ranghi di partenza di una competizione continentale, divisa dalla Slovacchia, mette insieme un crescendo rossiniano tale da portarla fino alla finale di Wembley, persa poi solo ai rigori contro gli incorreggibili tedeschi.

In quell’Europeo Poborsky segna una rete straordinaria, che vincerà il premio come “miglior gol di tutta la competizione”. Un delizioso scavino a Vitor Baia, dopo una serpentina inarrestabile, nel quarto di finale contro il Portogallo.

Un gol che fa stropicciare gli occhi anche a uno dei tanti spettatori d’eccezione che in quel pomeriggio di giugno si trovavano al St. Andrews di Birmingham: Sir Alex Ferguson.

Il quale il giorno dopo raggiunge il ritiro della selezione di Dusan Uhrin per chiedere a quel centrocampista capellone dello Slavia Praga se per caso gli interessasse giocare, l’anno successivo, per il Manchester United.

Poborsky: Il vice-Beckham

I due anni all’Old Trafford sono stati, per stessa ammissione postuma di Poborsky, l’esperienza più formativa della propria carriera.

A livello di presenze si può tranquillamente parlare di lui come di un “comprimario”: una trentina, o poco più, in due anni. 

D’altronde, andare a Manchester e pensare di rubare il posto sulla fascia destra a David Beckham è come andare in piazza San Pietro per chiedere quanto viene l’affitto di quell’appartamento dal cui balcone, ogni domenica, si affaccia quel signore vestito di bianco.

Ma due anni passati a palleggiare a centrocampo con gente come Scholes, Keane, Giggs, Butt e compagnia cantante, due annate a sentire Ferguson insegnare calcio, e, di tanto in tanto, lavare la testa dei propri calciatori con il famoso “shampoo di Sir Alex” valgono forse più di tante altre esperienze.

Con i Red Devils Karel arriva 11esimo nella classifica del Pallone d’Oro del 1996 e vince una storica Premier League al termine di un’epica battaglia contro il Newcastle di Kenny Dalglish e Alan Shearer.

Poi se ne va al Benfica, in Portogallo, per ritrovare un posto da titolare che nei successivi 3 anni non mollerà mai più.

L’approdo a Roma

Per capire come ci finisca Karel Poborsky a Roma non è necessario compiere un chissà quanto grande sforzo di immaginazione.

All’ombra del Colosseo gioca il connazionale Pavel Nedved, che ben conosce le qualità del suo compagno in Repubblica Ceca, e lo consiglia a Cragnotti.

La verità è che, a differenza di quanto accaduto con Furia Ceca (il soprannome dato a Nedved dai tifosi della Lazio), la scintilla tra la Capitale e Poborsky non scatta davvero mai.

Dopo i primi, difficili, mesi, in cui la Lazio deve sopportare l’onta di dover passare il testimone di “Campione d’Italia” agli odiati cugini giallorossi, Poborsky decide di darsi un’altra possibilità, e di rimanere alla Lazio anche la stagione successiva.

Ma nemmeno Zaccheroni, subentrato a Zoff, riuscirà a trovargli una precisa collocazione tattica. 

Così, ad aprile del 2002, Karel si accorda con i dirigenti dello Sparta Praga per tornare in patria l’anno successivo, mettendo una definitiva pietra sopra sulla propria poco soddisfacente esperienza nel Bel Paese.

Poborsky e il fatidico 5 maggio

Il 5 maggio del 2002 Karel Poborsky scende in campo da titolare, nella sua ultima apparizione in biancoceleste.

Se per la Lazio la partita vale davvero poco, dal momento che il quarto posto valido per la qualificazione Champions, è già al sicuro, per l’Inter, avversaria di giornata, vale veramente tutto.

Ai ragazzi di Cuper manca solo l’ultimo passo, prima di tornare a ricoprire il ruolo di Campioni d’Italia.

L’impresa appare tutt’altro che impossibile. In primis perché l’Inter è veramente forte, e può contare su una coppia-gol davvero fenomenale come Ronaldo e Vieri. In secondo luogo perché lo Stadio Olimpico, quel giorno, è quasi totalmente nerazzurro.

Merito del gemellaggio tra le due tifoserie. Merito sicuramente anche dei tanti tifosi scesi da Milano e ansiosi di tornare a festeggiare. Ma anche, e soprattutto, perché nessuno, in casa Lazio, vuole correre il rischio di vedere di nuovo festeggiare la Roma nelle strade della Capitale, e i ragazzi di Capello sono in corsa, con la Juve, in questi ultimi tesissimi 90 minuti.

Dal paradiso all’inferno

Pronti via e i nerazzurri vanno in vantaggio, al 12esimo, con una zampata di Bobo Vieri.

Tutto come previsto, nessuno si sorprende. Il mondo del calcio sa che, probabilmente, la Lazio è destinata solo ad essere un nobile sparring partner, sulla strada che riporta lo scudetto a Milano. Troppo diverse le motivazioni (Lazio oltretutto imbottita di altri giocatori destinati a cambiare aria, oltre a Poborsky), troppo divario tecnico, anche, tra le due squadre.

Ma da quel 12esimo minuto inizia quella che Leopardi, molti anni prima, già aveva definito come l’”ora dell’uomo fatale”. E quell’uomo fatale ha proprio i riccioli biondi del ragazzo nato a Trebon.

Minuto 20. Appoggio visionario, in no-look, di Stefano Fiore. A rimorchio arriva proprio Poborsky che scarica in rete tutta la propria rabbia, per quell’avventura in biancoceleste andata al di sotto delle aspettative, ed è 1-1-

4 minuti dopo però l’Inter rimette le mani sullo scudetto grazie a un’incornata di Di Biagio su azione d’angolo.

Salvo poi suicidarsi nel finale di primo tempo. Gresko si appisola su un innocuo pallone che rimbalza in area di rigore. Tenta un improbabile appoggio a Toldo, ma sulla traiettoria si inserisce ancora Poborsky. Ed è 2-2.

Doppietta del ceco. Che ha deciso di essere decisivo proprio in quella domenica, senza mai esserlo stato prima veramente.

I successivi gol del “core ingrato” Simeone e del futuro allenatore dei nerazzurri Simone Inzaghi rendono ancora più incredibile quella doppietta del ceco.

Il cui volto ottenebra ancora le menti di chi c’era, quel 5 maggio 2002.

La battaglia più dura

La vittoria della Lazio crea un imbarazzo tale da costringere Karel Poborsky a fuggire da Roma quella sera stessa. Aveva già preparato i bagagli, come se si aspettasse che quella domenica le copertine se le sarebbe prese lui.

Alla telefonata di Nedved, passato nel contempo alla Juve, e che al Friuli sta festeggiando lo Scudetto alla faccia proprio della sua ex squadra, Karel risponde dall’autostrada. 

“Me ne torno a casa, amico mio”. E a casa chiuderà la propria carriera, giocando prima con la maglia dello Sparta Praga e poi con quella della Dynamo Ceske Budejovice, club del quale ora è pure presidente.

La battaglia più grande però la combatte nel 2016, quando la puntura di una zecca, infiltratasi nella sua barba, gli provoca una grave infezione batterica, tale da portarlo in coma per un periodo.

Ma chi ha saputo sfidare un destino già scritto, prima in patria lottando contro il comunismo, e poi in campo, contro chi gli dava del fallito, non può arrendersi sul più bello.

E infatti Karel tiene duro e vince la propria battaglia. Come Napoleone, a ognuno le sue.

Accomunati da quel 5 maggio che, a rileggere le parole di Manzoni, viene ora da domandarsi a chi, all’epoca, si stesse riferendo.

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