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Jorge Campos, Surfin' USA

Tutti lo ricordano per le divise eccentriche, ispirate al mondo del surf che tanto ha amato. Jorge Campos è stato molto di più. Un’icona del calcio, la cui eredità ancora continua.
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Jorge Campos - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Acapulco, stato di Guerrero. Costa Pacifica del Messico.

Città di delinquenza, dal momento che qui si incrociano tra loro ben 5 cartelli della droga (Michoacana, Acapulco, Sinaloa, Golfo Sud e Los Zetas). Ma fortunatamente questo aspetto non ci riguarda.

Terra di pazzi, come i tuffatori de La Quebrada: un gruppo di folli che si esibisce buttandosi da rupi a strapiombo sull’Oceano, talvolta da altezze vicine ai 40 metri.

Terra di surf, sport di cui Acapulco è forse una delle capitali mondiali.

Terra di passione, in puro stile messicano. Impossibile non respirare subito quell’aria particolare, non appena le porte dell’Aeoroporto Internazionale General Juan Alvarez vi si spalancano di fronte.

Il figlio perfetto di questa città è Jorge Campos. Probabilmente uno dei più forti portieri della storia del Messico, sicuramente il più famoso. Che ad Acapulco, non a caso, è nato e cresciuto. Prima di spiccare il volo e diventare famoso per le sue particolarissime divise, prima ancora che per le sue parate.

Portiere, ma non solo. Perché nel 2003, al momento del ritiro, chiude la carriera con qualcosa come 40 gol a referto.

Il portiere-attaccante

Se parliamo di calcio messicano, e di portieri del calcio messicano, il riferimento per tutti i giovani numeri uno è, da sempre, Adolfo Rios. Storico portiere di Veracruz, Necaxa, America e Pumas, detto l’Arquero di Cristo (il portiere di Cristo) per la sua fede incrollabile.

Proprio al Pumas, nel 1988, Jorge Campos sta facendo la riserva a Rios, senza tuttavia riuscire a trovare un briciolo di spazio. Jorge d’altronde ha tutto tranne che il fisico che ti aspetti da un portiere, dal momento che, spalle al muro, la punta della matita si ferma sul segno dei 168 centimetri. A quell’altezza puoi tranquillamente ambire al ruolo di fantino o di pilota di moto, forse anche di ciclista professionista, ma non sicuramente di portiere, per lo più ad alto livello.

Ma ciò che in Campos fa la differenza è la straordinaria elasticità e atleticità. Stiamo parlando, d’altronde, di un ragazzo (all’epoca 22enne) che prima di dedicarsi interamente al calcio ha vissuto lo sport a 360°, passando dal tennis al basket, dal baseball al surf, unica passione che ora, da calciatore professionista, riesce ancora a coltivare.

Stanco di fare la muffa seduto in panchina, Campos propone al proprio allenatore: “Fammi giocare in attacco!”. Ci sarebbe piaciuto molto essere in spogliatoio per assistere alla discussione.

Non avendone avuta la possibilità, ci limitiamo ad analizzare i freddi numeri: al termine della stagione Campos chiude con uno score di 14 reti in 37 presenze. Un bottino che altri attaccanti di professione riescono forse a mettere insieme in 2-3 anni.

Da quella stagione la carriera di Campos si sdoppierà definitivamente. Soprattutto portiere, ma all’occorrenza attaccante.

La nemesi di Blatter

“Chi diavolo è quel nanerottolo?”

“E’ Jorge Campos, dottore. Il portiere della Nazionale Messicana. Anzi, portiere-attaccante, perché gioca nel doppio ruolo. E ha pure segnato un bel po' di gol”

“Mi sta prendendo in giro? Portiere-attaccante?”

“Si dottore, è per questo che indossa la maglia numero 9 anche tra i pali”

“L’ultimo problema di quella maglia è il numero che porta sulle spalle. Mi dica una cosa, è proprio necessario che si vesta come un pagliaccio per giocare?”
“ Sono divise che si disegna da solo, presidente. Traendo ispirazione dai colori del surf. E devo dire che nel mercato stanno riscuotendo un certo successo. Mi è giunta voce che la Nike sia disposta a proporgli un succoso contratto di sponsorizzazione”

Il sangue all’interno delle vene di Joseph Blatter, in quell’istante segretario, ma futuro presidente della Fifa, per un momento cessa di scorrere. Siamo alla vigilia dei Mondiali del 1994, con gli Stati Uniti pronti a volgere per la prima volta il proprio sguardo verso il mondo del soccer.

Blatter vuole evitare certe carnascialate, come ad esempio il doppio ruolo del portiere, o le estroverse divise multi-color indossate da Jorge. E cercherà in tutti i modi di ostacolare le idee dell’estremo difensore del Tricolor (ai Mondiali del 1998 sarà costretto a indossare la seconda maglia della nazionale, quella non indossata dagli altri 10 giocatori in campo).

Ma dovrà presto rassegnarsi allo slancio di affetto della gente verso quel singolare personaggio. Non solo infatti la sponsorizzazione della Nike arriverà a suon di miliardi. Ma di quel mondiale statunitense Campos sarà assoluto protagonista, rigorosamente a suon di parate.

Tanto da rischiare di mandare a casa, agli ottavi di finale, la Bulgaria del futuro Pallone d’Oro Hristo Stoichkov, in una partita che si trascina fino alla lotteria dei calci di rigore. Campos neutralizza il penalty di Balakov, ma il collega Mikahilov fa di meglio, ipnotizzando Bernal e Jorge Rodriguez, e mandando i suoi ai quarti di finale.

Anche a Francia ’98 il Tricolor non andrà oltre gli ottavi di finale, eliminato dalla decisamente più quotata Olanda. Ma negli anni la bacheca di Jorge si riempie comunque: due Gold Cup (l’Europeo del Nord America), una partecipazione alle Olimpiadi di Atlanta 1996 (con la maglia numero 9, alla faccia di Sepp Blatter), ma soprattutto la Confederations Cup del 1999, vinta ai danni del Brasile di Ronaldinho con un pirotecnico 4-3.

La salida lavolpiana

A differenza di molti suoi colleghi calciatori (vedi Higuita), Campos anche al termine della carriera riesce sempre a tenersi alla larga da pericolosi traffici dediti al malaffare. Si dedica fin da subito ad insegnare ai giovani ragazzi il ruolo del portiere, ma grazie soprattutto alla sua intelligenza e alla sua visione calcistica, nel 2004 il commissario tecnico del Messico Ricardo La Volpe lo sceglie come proprio assistente tecnico.

In questo ruolo Campos lascia qualcosa di sé in eredità al mondo del calcio che tanto ha amato. Si deve a lui, infatti, quella che passerà alla storia come “salida lavolpiana”, ancora oggi molto utilizzata anche ai massimi livelli: il principio tattico che prevede l’abbassamento del centro mediano in mezzo ai due centrali di difesa, con conseguente salita contemporanea dei due terzini, per iniziare dal basso l’azione in maniera molto più pulita.

Le sue divise sono poi effettivamente diventate oggetto di culto. E lui stesso, in prima persona, compare in un celeberrimo spot televisivo della Nike insieme a grandi campioni come Figo e Cantona.

Molti ora lo considerano addirittura il miglior portiere nella storia del calcio messicano. Con buona pace del povero Adolfo Rios, che a momenti lo costringeva a cambiare ruolo.

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