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Il giorno più lungo

Un groviglio di emozioni capace di coinvolgere i cuori di tutta Italia. Un epilogo incredibile in un campionato combattutissimo. È il 5 maggio 2002. La giornata di campionato che tutti ricordiamo.
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5 Maggio 2022 - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Ci sono momenti spartiacque, che accomunano le vite di tutti noi. Attimi in cui il mondo, all’improvviso, quasi si ferma, e che entrano in maniera indelebile nella nostra memoria. Tanto che, a ripensarci, anche dopo anni riusciamo ancora a ricordarci dove eravamo, con chi eravamo, probabilmente anche cosa stavamo facendo.

Tutti noi abbiamo un ricordo di noi stessi l’11 settembre del 2001, al momento del crollo delle due Torri di New York. Le persone più adulte sanno dire perfettamente chi avevano, al proprio fianco, nel momento in cui il piede di Neil Armstrong toccava la superficie lunare il 20 luglio 1969.

Per quanto riguarda il calcio, italiano in particolare, il 5 maggio 2002 è uno di quei momenti. Il giorno in cui il dio che governa le leggi del pallone ha deciso di rovesciare la clessidra, e di riscrivere nuove logiche di tempo e spazi. Il giorno in cui il nostro Paese si è spaccato in 3, tra chi gioiva impazzito, chi piangeva e chi semplicemente ringraziava il Cielo di aver avuto in dono uno sport così meraviglioso.

Il giorno più lungo, il D-Day della Serie A. Capace di miscelare emozioni e sentimenti come mai era successo prima.

Tanto che ancora oggi, se chiudiamo gli occhi, ricordiamo tutti dove eravamo, con chi eravamo, e forse anche cosa stavamo facendo.

Il ritorno delle "sorelle"

Dopo la fine del dominio del Nord, e il ritorno delle “grandi di Roma” (Lazio e Roma) il campionato italiano di calcio 2001-2002 si annuncia, fin dal principio, come uno dei più combattuti di sempre.

Tante, infatti, le squadre che legittimamente possono ambire alla vittoria finale. Oltre alle due già citate romane, vincitrici degli ultimi due Tricolori, ci riproverà sicuramente la Juventus, che si è separata senza troppi rimpianti da Carlo Ancelotti per richiamare il vecchio condottiero Marcello Lippi; ci proverà il Milan, intenzionato ad aprire un nuovo ciclo puntando tutto (almeno inizialmente) sul turco Fatih Terim, scommessa personale del presidente Berlusconi; ci deve puntare l’Inter, forte di una squadra di fenomeni, costata al presidente Moratti una vero occhio della testa, per chiudere un’astinenza di successi lunga ben 13 anni; ci farà un pensierino pure l’ambizioso Parma, a detta di tutti attrezzato quantomeno per arrivare in Champions, ma con licenza di sognare ancora più in grande.

Si arriverebbe quasi alle fatidiche “sette sorelle” di qualche anno prima, se non fosse per le pessime condizioni economiche e societarie in cui versa la Fiorentina, che una volta chiusa l’era Cecchi Gori deve pensare solo a salvarsi, per poi provare a rimettere a posto i conti.

Sarà una stagione entusiasmante, con le squadre intente a scambiarsi tra loro lo scettro di “favorita per la vittoria finale”.

Lazio e Milan abdicano in realtà molto presto. I biancocelesti cacciano quasi subito Dino Zoff, dopo un avvio aberrante (3 punti nelle prime 4 giornate) per affidare la panchina ad Alberto Zaccheroni, confidando magari nel suo proverbiale “cul de Zac” per ribaltare la stagione. Anche il Milan opta per il cambio, cosa rarissima nella gestione-Berlusconi, fiutando l’opportunità di aprire un ciclo con Carletto Ancelotti, dopo che Terim, in sostanza, non ci aveva cavato un ragno dal buco.

Il Parma conferma di essere ben altra cosa rispetto alla squadra reduce da anni di gloria irripetibile, e di trovarsi praticamente alla fine di un ciclo. Tanzi esonera prima Ulivieri, poi Passarella e affida infine la panchina al fido Pietro “Gedeone” Carmignani, il quale se non altro salva senza troppi patemi il club, che deve però altresì dire addio alle coppe europee tanto care ai ducali.

Ne rimangono 3. La Roma di Don Fabio Capello, la più continua (due sole le sconfitte in stagione), ma incagliatasi in ben 13 pareggi complessivi, spesso contro squadre alla portata; la Juventus, che con Lippi ritrova la sua consueta mentalità vincente e che beneficia pure, detto bonariamente, di qualche episodio arbitrale favorevole.

E l’Inter, di Hector Raul Cuper, “El Hombre Verical”, allenatore argentino capace di riaccendere, decenni dopo Helenio Herrera, sogni di gloria tra i tifosi del Biscione. Con una coppia d’attacco mai vista al Mondo prima di allora (Vieri-Ronaldo) e una squadra che abbina qualità, esperienza e motivazione.

Insomma, sembra proprio essere arrivato l’anno dei nerazzurri.

A un turno dalla fine la classifica recita: ROMA 67, JUVENTUS 68, INTER 69.

Tre squadre in due punti, un finale mai visto. Il programma della 34esima e ultima giornata prevede gare in trasferta per tutte le prime della classe, e in particolare: Torino-Roma, Udinese-Juventus, Lazio-Inter.

Si dia inizio alle danze

Avversarie diverse

Tre avversarie con motivazioni completamente diverse.

Il Toro, nono e già ampiamente salvo, strizza l’occhio, ma non troppo, alle posizioni valide per entrare nell’Intertoto, l’anticamera della successiva Coppa Uefa. Che vorrebbe però anche dire andare a giocare in giro per l’Europa a metà luglio, stravolgendo la preparazione e contro squadre spesso già alle prese con i rispettivi campionati.

L’Udinese di Ventura ha già festeggiato, vincendo a Lecce alla 33esima con una doppietta di Di Michele, l’aritmetica salvezza, e può già programmare con serenità la prossima stagione nella massima categoria.

La Lazio, delusione del campionato, l’Intertoto lo vorrebbe schivare, accedendo direttamente alla Coppa Uefa.

Nei giorni precedenti quello storico 5 maggio l’aria si fa sempre più pesante. Se la Roma si trova di fronte a una vera e propria “mission impossible” (per scudettarsi dovrebbe vincere e sperare che le due rivali non facciano altrettanto), le luci dei riflettori sono tutte su Juventus e Inter, e sulle rispettive avversarie.

Chi si aspetta un Udinese già in modalità balneare, in campo con costume e infradito. Chi sospetta che la Triade Moggi-Giraudo-Bettega abbia già accomodato la partita. Ma c’è anche chi non dimentica lo storico gemellaggio tra Lazio e Inter, e si aspetta che i biancocelesti si “scansino” per favorire gli amici, ed evitare al contempo l’atroce beffa di un possibile nuovo scudetto giallorosso. Addirittura qualcuno ipotizza che la Lazio possa non schierare Nesta, secondo Radiomercato promesso sposo nerazzurro, nell’11 titolare.

Marcello Lippi, nel pre partita, senza mezze misure parla di “clima vomitevole”. Ma si sa, siamo pur sempre in Italia, e la cultura del sospetto è insita nel dna di ciascuno di noi, che lo si voglia ammettere oppure no.

Altrove ci si sarebbe leccati i baffi, pregustando una succosissima domenica di pallone (con le 18 squadre di A, oltretutto, impegnate tutte lo stesso giorno alla stessa ora … altri tempi).

Qui invece si alimenta sempre di più il fuoco del complotto, del “già tutto deciso”. Fino a che, finalmente e come sempre, il pallone non inizia a rotolare, ricordandoci di avere sempre e comunque logiche tutte sue.

Il 5 maggio nelle case degli italiani

Su una cosa gli speculatori avevano ragione. L’intero Stadio Olimpico fa il tifo per l’Inter. La Curva Sud dell’impianto romano è stracolma di sciarpe e bandiere nerazzurre, trepidanti per tornare a un successo che manca da tanto, troppo tempo. Ma pure in Curva Nord, casa del tifo laziale, si scorge qualche vessillo inneggiante al Biscione. Tanto che pure il presidente Cragnotti, a fine partita, avrà da ridire sull’atteggiamento dei propri supporters.

Anche i mass media si preparano a questa intensissima giornata. Su Rai 2 “Quelli che il Calcio…”, condotto dalla spumeggiante Simona Ventura, ha collegamenti in tutti gli stadi interessati: da Udine Alessia Merz, Luciana Litizzetto e Claudio Pasqualin, da Roma i super tifosi nerazzurri Enrico Mentana e Gad Lerner. In studio, tra gli altri, Pippo Baudo, Lamberto Sposini e Federica Panicucci a tifare per la Vecchia Signora.

Via radio “Tutto il calcio minuto per minuto” è pronto con il suo consueto, inimitabile, format. Dall’Olimpico Riccardo Cucchi e Bruno Gentili, da Udine invece Livio Forma e Giuseppe Bisantis.

A Milano, in Piazza Duomo, è già quasi tutto pronto per la festa, e sono diversi i tifosi dell’Inter che, nell’impossibilità di trovare un biglietto per la Capitale, hanno deciso di attendere lì che il proprio destino si compia. A Torino invece questa sorta di “finale” viene vissuta con maggiore distacco. Chi non è al Friuli è nelle proprie case a seguire la partita, ma con motorino in garage già acceso in caso di vittoria.

Un altro stadio rovente, quella domenica, è il Garilli di Piacenza. Gli eventi successivi faranno infatti passare in secondo piano lo spareggio-salvezza tra il Piace e il Verona, con il gol di Volpi e la doppietta di Hubner a far calare il sipario sulla kafkiana stagione dell’Hellas di Malesani, che nel girone d’andata sognava addirittura l’Europa, prima di crollare ignominiosamente. Qualche chilometro più a nord si soffre anche al Rigamonti per Brescia-Bologna. Ma con Toni e Roby Baggio i tifosi delle Rondinelle sanno di avere ben più di una speranza, e infatti saranno proprio loro a cementare la salvezza del club lombardo.

Inizio delle danze

Nemmeno il tempo di mettersi comodi e aprire la birretta d’accompagnamento, ed inizia già il vortice di emozioni, a farci capire che non sarà una domenica come le altre. La Juventus passa già al secondo minuto di gioco con Trezeguet, mentre su Rai 2 stanno ancora trasmettendo la sigla iniziale del programma. Dopo soli altri 9 minuti i bianconeri, con Del Piero, chiuderanno addirittura la pratica, e potranno così dedicare il restante pomeriggio all’ascolto della radiolina, per capire cosa succede all’Olimpico.

Troppo arrendevole, e forse sì, già in vacanza la retroguardia dell’Udinese, che prende gol prima a difesa schierata, da rimessa laterale, e poi addirittura da calcio d’angolo a favore.

Il focus di tutto il paese si sposta quindi sull’Olimpico. E un minuto dopo il vantaggio di Del Piero la squadra di Cuper sblocca la propria partita, grazie soprattutto alla saponetta che improvvisamente si ritrova nelle mani un ex storico bianconero come Angelo Peruzzi, che permette a Bobo Vieri di insaccare a porta pressochè sguarnita.

Il boato è di tutto l’Olimpico. Anche di quello sponda biancoceleste. Sembra l’inizio della festa, il giusto epilogo per un campionato che, a onor del vero, l’Inter avrebbe comunque, al pari della Juve, meritato di vincere. Al Friuli viene comunicato il risultato a Lippi, che mastica amaro ma che continua chiedere ai suoi di non pensarci e di gestire il 2-0. Perché “non si sa mai”.

E quel “non si sa mai” si concretizza al minuto numero 20, sul cronometro di Roma. Quando Karel Poborsky, l’unico forse che avrebbe mille e uno motivi per giocare al 200 per cento quella partita, tanta è la rabbia per una stagione che quasi mai lo ha visto protagonista, uno che a fine partita ha già pronti armi e bagagli per lasciare la Capitale, schiaffa alle spalle di Toldo un cross di Fiore dalla sinistra.

Subentra un clima surreale. Molti supporter biancocelesti non capiscono se sia il caso di esultare oppure no.

L’imbarazzo lo toglie Gigi Di Biagio, che 4 minuti dopo aggredisce bene il primo palo, su un altro corner del Chino Recoba, spedendo alle spalle di un Peruzzi stavolta incolpevole la rete che rimette le mani dell’Inter sullo scudetto. Stesse scene viste sull’1-0. Quasi tutto l’Olimpico esulta, i giocatori di Cuper tirano un sospiro di sollievo e corrono a festeggiare sotto la Sud.

Quando già si contano i secondi che mancano per arrivare a un intervallo utile a riordinare le idee e capire come far trascorrere i restanti 45 minuti prima della festa, arriva il turning-point dell’intero campionato.

La difesa nerazzurra si fa sorprendere su innocua iniziativa dei ragazzi di Zaccheroni. Sulla conseguente palombella lo slovacco Gresko fa di peggio, appoggiando debolmente il pallone a Toldo, senza avvedersi del solito Poborsky, che arriva come un treno sul pallone e anticipa il numero uno della Nazionale. Palla in rete e nuovo pareggio, con tanto di esultanza rabbiosa del giocatore ceco, che mai la tifoseria laziale gli perdonerà.

Durante l’intervallo Cuper prova a rincuorare i suoi, cercando di trasmettere carica e serenità allo stesso tempo. Ma guardando negli occhi i suoi ragazzi forse intuisce ciò che sta per accadere. I più in confusione sono i giocatori più rappresentativi, quelli che dovrebbero trascinare gli altri. Da Zanetti (pessima, strano a dirlo, la sua partita) a Materazzi, da Cordoba a Ronaldo.

L’Inter che rientra in campo nella ripresa è una lontana parente dello squadrone visto per gran parte della stagione. I tentativi arrivano quasi tutti su conclusioni dalla distanza, il possesso palla è sterile, i cambi di ritmo quasi inesistenti. L’unico a dare una minima scossa è Dalmat, subentrato ad un avulso Sergio Conçeicao. Ma non basta. E presto più che di sale le ferite dei tifosi dell’Inter saranno cosparse di tizzoni ardenti.

Al minuto 56 l’incubo si materializza nella sua peggior forma. Arriva il vantaggio della Lazio, con il gol di un grande ex come El Cholo Simeone. Che nemmeno esulta, consapevole di stare arrecando un dispiacere incurabile ai propri ex tifosi. E forse già conscio, per merito della visione e dalla capacità di lettura delle partite che dimostrerà anni dopo come allenatore, che quella rete segna la fine dei sogni di gloria del presidente galantuomo Massimo Moratti.

Poco dopo il tabellone dello stadio annuncia all’attonito pubblico che ha segnato pure la Roma a Torino, grazie a Fantantonio Cassano. I nerazzurri a quel punto sarebbero addirittura terzi.

5 minuti ed arriva pure il gol del 4-2 firmato Simone Inzaghi, l’unico attaccante a disposizione di Zaccheroni quel pomeriggio (oltre a un giovanissimo Felice Evacuo), a castigare una difesa interista simile a un presepe fuori stagione.

A Udine praticamente comincia già la festa bianconera. Lippi segnala con le mani ai ragazzi in campo il risultato dell’Olimpico, e il magazziniere corre a prendere le maglie celebrative, tenute scaramanticamente da parte.

A Roma, intanto, si assiste allo psicodramma. Materazzi litiga con tutti, provando a ricordare lo Scudetto che il suo Perugia aveva regalato, due anni prima, ai biancocelesti di Eriksson. Cuper inserisce Kallon al posto di un Ronaldo irriconoscibile, consegnando il Fenomeno, in panchina, in lacrime, con la testa china, ai fotografi di mezzo mondo. Difficile pensare che circa un mese dopo quel ragazzo avvilito e smarrito dominerà il Mondiale di Giappone e Corea con la maglia del Brasile. Prima di chiedere al proprio presidente la cessione al Real Madrid.

Al triplice fischio a Udine è tripudio bianconero. Lippi ammette candidamente: “è il mio titolo più bello”. Conte, in mutande, chiude i conti con la Fatal Perugia: “C’è poco da dire, stiamo godendo”.

Ed effettivamente stanno godendo tutti, esclusi ovviamente quelli sconfitti, i tifosi del calcio italiano. Per un pomeriggio memorabile, d’altri tempi.

Il giorno più lungo della nostra Serie A.

Racconto a cura di Fabio Megiorin

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