Michelangelo Albertazzi, quando il paragone pesa troppo
Michelangelo Albertazzi poteva essere il nuovo Paolo Maldini ma non è andata così. Cresce nel Bologna e a 16 anni rifiuta di trasferirsi all'Arsenal, preferendo rimanere in rossoblù dove riesce a sfiorare senza mai riuscirci l'esordio in Serie B. Tante convocazioni e nessuna presenza. Il Milan ne fiuta l'affare. Acquista metà cartellino e nel 2008,a 17 anni, lo porta a Milanello.
In rossonero viene aggregato prima alla Beretti dove vince il Campionato e poi alla Primavera dove vince la Coppa Italia. Le qualità di Albertazzi iniziano a farsi notare: sa giocare sia come centrale che come terzino sinistro, proprio come Paolo Maldini, il suo idolo e il paragone viene spontaneo. Manca però qualcosa per portarlo stabilmente in Prima Squadra.
I mesi passano, Albertazzi continua a giocare nelle giovanili però ha l'età giusta per la prima esperienza tra i grandi. Va al Getafe ma non gioca mai.
Ritorna in Italia al Varese in Serie B dove esordisce tra i pro. Un primo passo. Il secondo è al Verona dove contribuisce alla promozione in Serie A e si guadagna il ritorno nel Milan dei grandi, ma gioca una volta soltanto in Coppa Italia.
Albertazzi decide di lasciare definitivamente il Milan con qualche rammarico per tornare a Verona. Dopo un primo anno con 10 presenze, Albertazzi subisce un grave infortunio al ginocchio e, una volta guarito, viene messo fuori rosa per la mancanza dell'idoneità atletica. E' il caos!
Albertazzi si rivolge ad uno specialista privato che certifica il contrario. Si appella al Collegio Arbitrale e vince. Albertazzi viene reintegrato ma si cambia in uno spogliatoio separato, ha il divieto di mangiare con i compagni ed è escluso dalle riunioni tecniche. Nuovo appello al collegio, nuova vittoria.
Quando si svincola nel 2018 e firma per il Livorno, Albertazzi ha perso due anni di carriera. Con gli amaranto colleziona appena quattro presenze prima di dire basta esausto dei paragoni, della burocrazia, e forse, del calcio.