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Freddy Adu con la maglia del DC United agli inizi della sua carriera
17 Novembre 2022

Freddy Adu, il grande bluff

Freddy Adu doveva essere il simbolo del boom del calcio statunitense. Esordio record in MLS, contratto milionario Nike e paragoni con Pelé. La sua carriera, però, si è trasformata in una lunga parabola discendente.
Scritto da Biagio Gaeta

Doveva essere l'uomo del boom del calcio statunitense. Freddy Adu, nato in Ghana nel 1989 e trasferitosi negli States grazie alla vittoria della "Green Card Lottery", a 13 anni firma un contratto da 1 milione di dollari all'anno con la Nike, a cui si aggiunge lo stipendio di 500 mila dollari garantito dalla MLS. A 14 anni diventa il più giovane di sempre a esordire in MLS e a 16 il più giovane a debuttare con la nazionale USA (record tuttora imbattuti).

Primi passi nel DC United, subito la fama, le copertine di Vanity Fair e Sports Illustrated, le ospitate in tv da David Letterman. Finisce addirittura sulla copertina di FIFA06 accanto a Ronaldinho e l'etichetta de "il nuovo Pelè" addosso.

Poi la grande chance: due settimane di provino col Manchester United di Alex Ferguson. Bocciato. Un'offerta dell'Inter rifiutata per inseguire il sogno di giocare nel Real Madrid. A 17 anni, però, Adu era già sparito dai radar. Dopo un ottimo Mondiale U20 viene acquistato dal Benfica ma fallisce, va al Monaco e fallisce. Nel 2014 si fa avanti il Jagodina in Serbia. Sembra il posto giusto, al momento giusto. E invece arriva l’ennesima conclusione ingloriosa. 

E poco importa se sia stato licenziato (come comunicato dal club) o sia stata una rescissione consensuale (come twittato da Adu), la realtà è che questo ex enfant prodige del pallone, nel 2014, si ritrova senza squadra per la settima volta negli ultimi 6 anni. Nel 2020 va in Svezia all'Österlen FF ma, prima ancora di mettere a referto la prima presenza ufficiale, lo cacciano. 

Di fatto, Adu oggi non gioca più e si è dato ad una nuova "attività": vende messaggi di auguri personalizzati, per compleanni e varie ricorrenze.

Insomma, solo il meglio per uno che da oltre un decennio vive di rendita (calcistica) grazie ad un'etichetta cucitagli addosso un po' troppo frettolosamente e che, vista la sua carriera, probabilmente meriterebbe quella di "Grande Bluff".

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