Ilhan Mansiz, due settimane da leggenda
Le effimere sono degli insetti la cui esistenza è costituita da un lungo processo di sviluppo (quasi 2 anni) e da una rapidissima vita adulta che può durare meno di un giorno. Se le effimere giocassero a calcio, avrebbero il volto di Ilhan Mansiz, anni di gavetta per aprire le ali e volare un paio di settimane, prima di arrendersi agli infortuni e scomparire nel nulla.
Quando il CT turco lo convoca per i Mondiali di Corea e Giappone 2002, è sconosciuto al grande calcio. In Turchia lo conoscono perchè, con il Besiktas, è il capocannoniere della Süper Lig con 21 reti. Impronosticabile per uno che cinque anni prima giocava nel Türk Gücü, squadra della comunità turca a Monaco di Baviera.
Quei gol gli fanno guadagnare la convocazione, non il posto da titolare, che spetta ad Hakan Sukur. İlhan fa la sua riserva, subentrando nei minuti finali.
È quello che succede nel quarto di finale contro il Senegal. La partita non si sblocca, servono i supplementari dove İlhan entra e segna. Un gol da attaccante scafato. E' l’ultimo Golden Goal nella storia dei Mondiali. La Turchia va in semifinale dove esce con dignità al Brasile, poi campione.
I turchi si ritrovano comunque in una finale per il terzo posto contro i padroni di casa della Corea del Sud. Qui İlhan segna due gol, decisivi per il terzo posto. E' l'unica partita che İlhan gioca titolare, in coppia con Hakan Sukur, dove serve al compagno anche l'assist per il vantaggio dei turchi dopo appena 11 secondi, gol più veloce nella storia dei Mondiali.
Eppure la giocata che lo consegnerà alla storia non è un gol. È un dribbling che İlhan rifila a Roberto Carlos. Un dribbling particolare, un sombrero di tacco, che costringe Roberto Carlos a stenderlo e stringergli la mano a fine partita.
Paradossalmente, la ribalta di İlhan Mansız si può considerare esaurita lì. Da allora non troverà continuità. A 33 anni si ritira per darsi al pattinaggio sul ghiaccio dove sfiora la qualificazione alle Olimpiadi di Sochi.