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Pietro Vierchowod con la maglia della Sampdoria durante gli anni dello Scudetto
12 Maggio 2026

Pietro Vierchowod, lo chiamavano Zar

Pietro Vierchowod non è stato soltanto uno dei più grandi marcatori del calcio italiano, ma un simbolo assoluto di forza, disciplina e longevità. Figlio di un soldato sovietico rifugiato in Italia, lo Zar ha costruito una carriera monumentale tra Como, Roma, Sampdoria, Juventus e Piacenza, vincendo Scudetti, coppe europee e diventando l’incubo degli attaccanti più forti del mondo. Da Maradona a Van Basten fino a Ronaldo, tutti hanno dovuto fare i conti con lui.
Scritto da Carmelo Bisucci

Durante il secondo conflitto mondiale, il soldato sovietico di origine ucraina Ivan Luchianovic Vierchowod finisce prigioniero nel nord Italia. Riesce a essere liberato e decide di non tornare in patria, stabilendosi nel bergamasco. Qui si sposa e lavora come meccanico di motociclette, portando con sé il figlio, Pietro, il quale poi diventa anche aiuto idraulico.

Forgiato da una disciplina ferrea, il piccolo Pietro porta la sua educazione impostata nella sua vera passione, il calcio. A 16 anni, mentre gioca in Prima categoria, viene notato dal Milan, ma gli viene detto che nel suo ruolo, quello del difensore, sono coperti. Finisce così in D, in una squadra bergamasca, la Romanese, ma si intuisce presto che è nato un prodigio. Nel 1976 è al Como, appena retrocesso in B, ha 17 anni e può crescere con calma, ma il talento non deve aspettare troppo.

Gli inizi a Como, la consacrazione a Firenze e Roma e Spagna 82

Nel 1977/78 comincia a calcare il campo, mentre i lariani finiscono in C1. Qui avviene la svolta: il mister Narciso Pezzotti, promosso dalla Primavera, dà fiducia proprio ai ragazzi che ha cresciuto personalmente. Tra questi, Vierchowod, che ritroverà il tecnico anche in altre occasioni. Nel 1978/79 gioca 34 gare, segnando 3 volte e il Como risale in B. L’anno dopo, ormai titolare inamovibile, completa la scalata, riportando i comaschi in massima serie.

Nel 1980/81, la prima con la riapertura delle frontiere, viene acquistato dalla Sampdoria, in cadetteria, ma il giovane vuole la Serie A: così rimane in prestito a Como. Il tecnico Giuseppe Marchioro crede in lui; infatti, gioca tutte e 30 le partite, realizza 2 gol, col Como che riesce a salvarsi, battendo tra l’altro Inter e Fiorentina. Le sue prestazioni gli valgono la convocazione in azzurro per il Mundialito 1981.

La Samp, nel frattempo, non sale. Allora nuovo prestito, questa volta alla Fiorentina. I gigliati quell’anno sono una squadra veramente valida, guidati dal mito Giancarlo De Sisti lottano per il titolo con la Juventus. La difesa è un fortino: Contratto, Galbiati e Ferroni insieme all’ormai roccioso Vierchowod danno solo 17 dispiaceri a Giovanni Galli e due sconfitte, ma gli undici pareggi non aiutano.

Tuttavia, pur privi di capitan Antognoni, che rischia la vita e la carriera essendo coinvolto in un tremendo infortunio alla testa col portiere Martina durante Fiorentina-Genoa, a 90 minuti dalla fine, le due squadre sono appaiate a 44 punti. Un contestato gol annullato a Graziani contro il Cagliari, che dunque blocca lo 0-0, consegna il tricolore ai bianconeri, vittoriosi 1-0 a Catanzaro.

Ormai il ragazzo è più di una promessa e, pare anche sotto pressioni di Giulio Andreotti, viene girato in prestito alla Roma. Nel frattempo, arriva la convocazione in nazionale per i mondiali spagnoli del 1982, ma si fa male a una caviglia e così si ritrova campione del mondo senza mai scendere in campo in quell’edizione.

Finora Vierchowod si stava affermando come un difensore robusto fisicamente, mai un problema muscolare perché si allena molto bene (avrà tre casi di pneumotorace in carriera, risolti in breve) rapido, forte nell’uno contro uno e di testa, ma anche bravo a impostare e attaccare, con qualche rete sempre sul tabellino (segna due volte pure coi viola).

Nota particolare, in un calcio ancora in transizione tra zona e vecchia marcatura a uomo. Proprio nella capitale, però, deve un pochino rivedere le sue velleità offensive: il Barone Liedholm ha una squadra decisamente a trazione anteriore, visto che Nela e Maldera spingono tantissimo in avanti da terzini, e il libero è spesso Agostino Di Bartolomei.

Praticamente stavo solo io dietro” dice lo stesso Zar “in mezzo al campo Liedholm diceva poco, sono passato dalla marcatura a uomo di Firenze a quella a zona, e non è che mi spiegasse molte cose, mi sono adattato chiedendo ai compagni. Però se la domenica non giocavi bene, ti toglieva”. Solo 24 reti al passivo più la classe infinita di Falcao, Conti, Pruzzo, Ancelotti, e dopo 41 anni dal primo, lo scudetto torna sulle maglie giallorosse. Un solo anno nella capitale, ma assolutamente significativo, con cui vince pure il Guerin d’oro. Adesso è il tempo di tornare alla base.

I primi anni alla Sampdoria

I blucerchiati vengono promossi in Serie A nel 1982 e il presidente Mantovani non può lasciarsi scappare più Vierchowod, convincendolo a tornare nel 1983, nonostante il giocatore non volesse inizialmente lasciare la Roma. Nel 1984 è il migliore difensore della Serie A, segna due volte (la prima delle quali contro il Catania) con la Samp che si classifica settima.

L’anno successivo invece è quello della prima Coppa Italia, vinta, con allenatore Bersellini, contro il Milan nella doppia finale: è la consacrazione dei gemelli del gol, Vialli e Mancini, e in generale di una squadra in rampa di lancio. Nel 1986 siederà in panchina Vujadin Boskov, affiancato da Narciso Pezzotti, il primo tecnico che aveva creduto in Vierchowod a Como, e la storia blucerchiata cambia per sempre.

La squadra cresce di anno in anno, i calciatori hanno un obiettivo chiaro, un patto di ferro da rispettare: lo Scudetto. Ma nel frattempo arrivano altre due Coppe Italia, vinte consecutivamente; nel 1988 contro il Torino (Vierchowod segna ai quarti con l’Ascoli), nel 1989 contro il Napoli, che vince l’andata 1-0 ma viene travolto 4-0 al ritorno, anche da un gol dello Zar. La Sampdoria è ormai una realtà solida del nostro calcio, si piazza bene in campionato e nello stesso 1989 guadagna la finale anche in Coppa delle Coppe, perdendo 2-0 col Barcellona (gara che Vierchowod non gioca). 

Nel 1990 però la Coppa delle Coppe arriva: il difensore segna sia ai quarti col Grassoppher, sia in semifinale contro il Monaco. Nell’atto conclusivo è una doppietta di Vialli ai supplementari a piegare l’Anderlecht. Si tratta del primo successo continentale per i blucerchiati, ormai pronti per scrivere la storia. 

Dopo un opaco mondiale di Messico 86, ad Italia 90 la nostra selezione può giocarsi le sue carte. Vierchowod parte dietro nelle gerarchie rispetto a una difesa tutta meneghina che gli lascia spazio solo in tre spezzoni, finale del terzo posto inclusa. Grande rammarico per lo stopper bergamasco, che ammette di essere stato deluso dal non aver potuto marcare Maradona in semifinale, come promessogli da Vicini, e di non essere stato felice di aver giocato da titolare solo la finalina. Non è stata una bella coppa del mondo nemmeno per i suoi compagni Vialli, scalzato da Schillaci, e per Mancini, mai sceso in campo. Ma gli stimoli giusti partono proprio da lì, per concentrarsi sul campionato. 

Lo scudetto e gli ultimi anni in blucerchiato

Per avere un saggio di Pietro Vierchowod in quegli anni basta lasciare parlare due suoi illustri avversari: Diego Armando Maradona e Marco Van Basten.        

Il Diez in un’occasione se lo ritrova incollato, ma con un tunnel gli scappa via. Lo zar scatta, lo recupera e lo chiude in angolo. Maradona lo guarda e gli dice: “Hanno ragione a dire che sei Hulk. Ti manca solo la pelle verde”. L’olandese invece lamentava, nel 1992, di non aver mai segnato su azione contro di lui (ci riuscirà la domenica dopo). Il difensore, dal canto suo, ricorda: “Con Diego non ho mai litigato, lo marcavo duramente ma in modo corretto. Con Van Basten ci menavamo: scarpate, gomitate, ma accettavamo queste cose, dopo la partita finiva tutto lì”. 

Nella Serie A post Notti magiche, è la Samp a stupire: una continuità impressionante, Vialli e Mancini immarcabili, al contrario gli attaccanti avversari fanno una fatica enorme contro il muro issato da Vierchowod, Mannini, Katanec e Pellegrini, che viene perforato solo 24 volte. Una squadra ormai collaudata, Pagliuca insuperabile tra i pali, Lombardo e Dossena sulle fasce, il felice inserimento di Mikhaijlichenko, la corsa e i polmoni di Fausto Pari, il contributo di un giovane Branca e di Toninho Cerezo, di Lanna, Bonetti e Invernizzi. Nessuno riuscì a fermare la loro marcia trionfale, uno scudetto storico, il secondo per Vierchowod, dopo quello con la Roma. 

Ed è tale la consapevolezza che nel 1991/92 il capolavoro di Mantovani e Boskov, dopo aver portato a casa la Supercoppa italiana contro la Roma, fa strada in Coppa Campioni. Regolati il Rosenborg e l’Honved, ci sono i gironi finali che decidono le contendenti per il trofeo. La Samp svetta nel suo gruppo, ai danni di Stella Rossa (campione in carica), Anderlecht e Panathinaikos. Nell’altro invece prevale il Barcellona di Cruijff. La partita di Wembley ai punti darebbe ragione ai doriani, Vialli ha tre occasioni nitidissime, ma ai supplementari una punizione di Koeman regala il titolo ai blaugrana. 

A seguito di un anno interlocutorio, nel quale arriva in panchina Sven-Goran Eriksson, nel 1994 i blucerchiati vincono la quarta Coppa Italia, battendo l’Ancona 6-1 nella finale di ritorno, goleada cui partecipa anche Vierchowod, che in questa occasione solleva il trofeo da capitano, da dedicare al presidente Mantovani, scomparso l’anno prima. Nel 1995, con la Samp finalista di Supercoppa e semifinalista di Coppa delle Coppe, si chiudono tredici gloriosi anni per Vierchowod a Genova, una pagina indelebile e piena di affetto da parte di una tifoseria, ma anche dell’Italia intera, che non ha mai dimenticato. 

In vetta all’Europa con la Juventus, il Milan e il Piacenza

A 36 anni, per lo Zar si aprono le porte della Juventus, dove ritrova, da vice di Lippi, Narciso Pezzotti. Vinta la Supercoppa contro il Parma e capito presto che il campionato fosse appannaggio del Milan, i bianconeri si concentrano sulla Champions League. Il difensore si mostra ancora brillantissimo: si allena prima e meglio degli altri, con la disciplina che lo ha sempre contraddistinto. Colleziona 21 gettoni e due gol in A, piò otto in Champions.

E qui in particolare fornisce delle prove eccellenti, specie nella finale contro l’Ajax. Ai rigori esce vittoriosa la squadra di Lippi e così Vierchowod può vendicare la sconfitta patita quattro anni prima con la Samp, diventando campione d’Europa nello stadio dove aveva vinto il suo primo Scudetto, all’Olimpico di Roma. Liberato dalla società torinese, nell’estate del 96 si aggrega al ritiro del Perugia, ma qualche battibecco col mister Galeone lo fa desistere, preferendo accettare la proposta del Milan, che aveva rifiutato sei anni prima. 

L’esperienza in rossonero non sarà lusinghiera: prima Tabarez e poi il ritorno di Sacchi non danno nessun beneficio alla squadra, che chiude addirittura undicesima in classifica, subendo anche un pesante 6-1 casalingo dalla Juventus. Unica gioia, il gol alla Roma, sempre per ricordare che lo Zar neanche sotto porta ha perso smalto.

Nel 1997, decide di firmare per il Piacenza un contratto triennale, una scommessa non da poco, per un difensore di 38 anni. I lupi di Guerini non partono benissimo, ma piano piano si riprendono, in una delle stagioni più prolifiche per gli attaccanti. Bierhoff e Totti segnano solo su rigore, Ronaldo non riesce: gira su YouTube Inter-Piacenza, terzultima giornata, coi nerazzurri in piena lotta Scudetto.

C’è un giovane brasiliano devastante che scappa a tutti, ma lo Zar è lì. Lo contiene, lo limita, per quanto possibile, anche con qualche contatto. A 39 anni, una prestazione maiuscola contro il Fenomeno al suo apice: 0-0 finale. Stesso copione di Piacenza-Fiorentina, Batistuta non segna. Solo Baggio, Zidane e Del Piero riescono a segnare su azione. La retroguardia guidata dal centrale bergamasco è ottima e si salva. Nel frattempo, il 15 febbraio Vierchowod taglia il traguardo delle 500 presenze in A e mette a referto altre due segnature.

Nel 1998/99 il Piacenza di Giuseppe Materazzi riesce ancora a salvarsi, stavolta con qualche patema in più: il difensore segna quattro gol, due dei quali particolarmente significativi: il primo della stagione contro la sua Sampdoria, il quarto all’ultima giornata contro la Salernitana, rete che salva i piacentini e condanna i campani alla retrocessione.

Questa è il suo ultimo gol in A, il quarto marcatore più anziano di sempre nella massima serie, dopo Costacurta, Piola e Ibrahimovic. A proposito di questa annata, ci fornisce un aneddoto Christian Vieri, allora alla Lazio: “Lazio-Piacenza, lui aveva 40 anni. Palla lunga dopo un calcio d’angolo, io e Salas partiamo in contropiede con Marcelo che aveva la palla tra i piedi. Vierchowod, rimasto da solo in mezzo a noi due, corre indietro. Ad un certo punto si stacca da Salas e frana direttamente addosso a me, lasciando libero Marcelo di calciare in porta. Allora io gli urlo: ‘Hai rotto, perché non sei andato su Salas? La palla ce l’ha lui!’. E lui: ‘No no! Possono segnare tutti, ma tu non mi fai gol!’. Quando dovevo giocarci contro, la sera prima mi saliva l’angoscia. Graffi, tirate di maglie, entrate, scivolate con i tacchetti da 17. Un vero e proprio sceriffo”.  

Lo zar chiuderà la propria carriera l’anno dopo, nel 2000, a 41 anni compiuti, dopo quasi 800 partite in carriera, di cui 562 in Serie A, all’epoca il secondo più presente di sempre dopo Zoff, oggi il settimo.

La sua ultima gara è Perugia-Piacenza, il 16 aprile, dove peraltro rimedia la sesta e ultima espulsione della sua carriera. Gli emiliani retrocederanno, ma dopo 20 anni consecutivi in A Pietro Vierchowod non scenderà di categoria. 

Ci facciamo spiegare da lui stesso lo stato di salute del nostro calcio e delle nostre difese: “Si vede poco gioco, squadre molto fisiche magari anche corte, ma il bel gioco di una volta non si vede. Lo stop del campione, il lancio da 30 metri, cose che ormai non ci sono più. I difensori non sono più capaci di marcare. Noi in Italia eravamo ritenuti i migliori difensori al mondo, ora no. Adesso sanno impostare il gioco, però si è perso il concetto di difensore marcatore. E io ho segnato 38 gol in Serie A, impostavo coi compagni, andavo avanti. Ma nell’uno contro uno non sono capaci, la zona non dice che bisogna sempre scappare indietro: quando si è in superiorità numerica si affronta, quando si arriva al limite dell’area non si scappa ancora indietro, perché se devo far fallo lo faccio prima, fuori. Colpa dei settori giovanili, degli istruttori che su certe tematiche non sono all’altezza. E i pochi difensori bravini sono due o tre in nazionale, o giocano all’estero spesso. Per la difesa sicuramente servono istruttori che abbiano fatto i difensori e che sanno le tematiche della zona e dell’uno contro uno. I tanti gol che si prendono da calcio piazzato cosa vogliono dire? Che non si è capaci di marcare”. 

Parola di Pietro Vierchowod, lo Zar, difensore di una volta, un muro contro cui hanno sbattuto i più grandi attaccanti, passato da tre ere calcistiche ma rimasto sempre granitico e ad altissimi livelli. Palmares di tutto rispetto più due onorificenze, Ufficiale ordine al merito della Repubblica e Collare d’oro al merito sportivo. Esempio di un monumento del nostro calcio.  

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