Messico 1986, Il Mondiale dell’Eternità
Esattamente quarant'anni fa si giocava uno dei Mondiali più iconici della storia del fútbol: Messico 1986. In un paese dove il calcio non è sport, bensì religione di stato. L'unica nazione al mondo ad aver ospitato tre volte la Coppa del Mondo (1970 - 1986 - 2026 )
Un paese che sembra fatto apposta per custodire i pomeriggi eterni. Quelli che prendono il nome di un solo uomo e non finiscono mai.
La Colombia che non fu
Nel 1974 la FIFA assegna alla Colombia il Mondiale 1986. Nessun altro paese presenta offerte. La Colombia vince per assenza di concorrenti.
Poi arriva Havelange. Porta il torneo da 16 a 24 squadre. La Colombia non ha stadi sufficienti, non ha infrastrutture, non ha tempo e rinuncia. È l'unica nazione della storia ad aver ottenuto un Mondiale e restituirlo.
Si riaprono quindi i giochi. Kissinger guida la candidatura degli Stati Uniti. Il Canada porta un dossier di novanta pagine. Il Messico ne porta dieci e la votazione di Stoccolma del 1983 lo incorona all'unanimità.
Il 19 settembre 1985, a meno di un anno dall'inizio del torneo, un terremoto di magnitudo 8.1 devasta Città del Messico. Migliaia di morti, interi quartieri rasi al suolo. Il Mondiale sembra a rischio. Il Messico non si ferma. Ripara, ricostruisce, va avanti.
Quarant'anni dopo quel Mondiale lo organizzano insieme Messico, Stati Uniti e Canada. Il calcio ha la memoria corta. La geopolitica no.
Bora, l'uomo dei miracoli
Se c'è un uomo che ha rotto tutti gli equilibri geopolitici del calcio, quell'uomo è Velibor Milutinović detto Bora. Nato in Jugoslavia, cresce in giro per l’Europa. Arriva in Messico come giocatore, resta come allenatore.
Nel 1986 porta il paese ospitante ai quarti di finale, eliminati ai rigori dalla Germania Ovest. Per Bora è solo l'inizio. Allena Costa Rica, Stati Uniti, Nigeria, Cina. Cinque nazionali diverse in cinque Mondiali consecutivi. Quattro superano il primo turno.
Bora non ha patria calcistica, non ha bandiera permanente. È il cosmopolita per eccellenza in un mondo che ancora non sa di esserlo.
Ma a Messico '86 non tutti hanno la sua leggerezza. C'è chi arriva con un peso enorme sulle spalle. E una storia che inizia in una fredda notte di Cardiff.
La notte di Cardiff
È il 10 settembre 1985, al Ninian Park di Cardiff, si gioca Galles contro Scozia, spareggio per la qualificazione al Mondiale. In panchina per la Tartan Army c'è il 62enne Jock Stein, l'uomo che nel 1967 ha portato il Celtic a vincere la Coppa dei Campioni. Prima squadra britannica della storia a riuscirci. Con lui c'è il suo vice, un figlio dei cantieri navali di Govan, di nome Alex Ferguson.
La Scozia è sotto. Stein inserisce Davie Cooper che segna su rigore. Risultato finale 1-1. La qualificazione è in tasca.
Stein crolla in panchina subito dopo il fischio. Muore a Ninian Park. Ferguson entra negli spogliatoi e dice: "Non c'è modo facile per dirlo. Jock ha avuto un attacco di cuore, e adesso non c'è più." I festeggiamenti si trasformano in lutto.
Ferguson porta la squadra in Messico. La Scozia esce al primo turno. Come sempre accade e come sempre accadrà, almeno fino ad oggi. Qualche mese dopo firma per il Manchester United. Il resto è storia.
In Messico, però, quella storia la raccontano anche le maglie. Alcune le porti negli occhi per quarant'anni senza sapere bene perché.
Le maglie che restano
Alcuni Mondiali si ricordano per il calcio. Questo si ricorda anche per i colori. L'Unione Sovietica scende in campo con la maglia rossa, la scritta CCCP sul petto come un manifesto politico. In piena Guerra Fredda quelle quattro lettere pesano più di qualsiasi risultato.
La Danimarca porta una maglia iconica: bianca con inserti rossi sulle spalle, righe sottili sui fianchi, design pulito e rivoluzionario. Quel template viaggia per il mondo e arriva anche in Italia, sempre griffato Hummel. Lo adotta il Verona, quello del bomber danese Elkjær. Così come il Pisa di Romeo Anconetani. Poi tocca al Palermo, nell'estate del 1990. La versione rosanero però ha il marchio ABM. Un caso strano, anche perché Hummel aveva prodotto le maglie dei siciliani sul finale della stagione precedente. Oggi quel cimelio è merce rara per i collezionisti.
La Germania Ovest sfoggia una maglia verde da trasferta, diventata cult in modo del tutto inaspettato. Nei videogiochi arcade quella divisa “smeraldo” campeggia sugli schermi pixelati di milioni di ragazzini. Una generazione intera impara a riconoscerla non sola dalla televisione, ma anche da una sala giochi buia con le monete in mano.
L'Argentina gioca la finale con l'albiceleste tradizionale. Ma c'è una partita in cui quella maglia non la indossa. E quella partita cambia tutto.
Quando un D10S scelse un giorno di giugno
C'è un pomeriggio che appartiene alla storia del calcio e a qualcosa di più grande. Il 22 giugno 1986 all’ Estadio Azteca vanno in campo Argentina contro Inghilterra. La federazione argentina non ha portato in Messico le divise di riserva. Bilardo vuole maglie leggerissime e le trovano a Città del Messico all'ultimo momento. Numeri e stemma applicati a mano. Nulla lascia presagire che quella camiseta toda azul da tre soldi avrebbe vestito il gol del secolo.
Quella partita ha un antefatto che brucia ancora. Quattro anni prima nel Sud Atlantico le due nazioni si sono fatte la guerra per un arcipelago di rocce e pecore. Le Falkland, le Malvinas. Più di seicento argentini morti. La pace non è mai davvero arrivata.
Sul prato verde dell'Azteca ci pensa un ragazzo di Villa Fiorito a regolare i conti. Un pugno che nessun politico, nessun generale, nessun diplomatico avrebbe mai potuto sollevare al posto suo. Quel pugno istintivo che beffa Shilton e l'arbitro, quello stesso pugno alzato al cielo per esultare come se nulla fosse.
In conferenza stampa dice che è stata "un po' la testa e un po' la mano de Dios". Quattro minuti dopo, dribbling su cinque avversari partendo a 70 metri dalla porta. In telecronaca Victor Hugo Morales chiama Maradona "barrilete cósmico", aquilone cosmico. Una definizione che nessun poeta avrebbe saputo inventare a tavolino. Finisce 2a1.
L'Argentina poi batte il Belgio e la Germania Ovest in finale. Però resta quel pomeriggio all’Atzeca con Diego, in maglia blu, che gioca due partite in una. Una è politica. L'altra è eternità.
E l'eternità passa dal grande schermo.
Messico'86 e l'immaginario cinematografico
Il cinema italiano degli anni Ottanta ha un rapporto speciale con il calcio. Anche Messico '86 entra nell'immaginario collettivo grazie a una pellicola cult.
Neri Parenti dirige Scuola di ladri con Banfi, Villaggio e Boldi. Nel finale il trio ruba la Coppa del Mondo a Maradona. L'Italia ride del Mondiale altrui, lo trasforma in farsa. Quando non vinci tu, prendi il trofeo per via traversa. Sono passati quattro anni da Madrid e sembra un secolo.
Trentacinque anni dopo tocca a Paolo Sorrentino con l’autobiografico È stata la mano di Dio. Fabietto si salva da una tragedia perché resta a guardare il Napoli invece di partire con i genitori, che muoiono quella notte. "A me Maradona ha salvato la vita". E quel titolo è un omaggio alla sua fonte di ispirazione.
Quarant'anni dopo
Quarant'anni dopo, quel Mondiale non smette di generare immaginario cinematografico. The Match debutta a Cannes 2026 e México 86 arriva su Netflix. La stessa estate, raccontata ancora. Come se non fosse mai finita. Come se il calcio avesse bisogno di tornare sempre li.
Di quel torneo restano le immagini in VHS, sgranate e meravigliose. Restano le maglie. Resta Banfi con la coppa in mano e Sorrentino sul treno per Roma. Resta la Colombia senza il suo Mondiale. Ferguson che ha vinto tutto. Bora lontano da ogni bandiera.
Ma restano soprattutto quei quattro minuti all'Azteca. Con la mano de D10S e un gol che apre le porte dell'eternità. Maradona muore nel novembre 2020 a Buenos Aires, sessant'anni, il cuore che non regge più. Però quella domenica di giugno aveva già consegnato la sua anima all'eterno.