L’Amsicora di Cagliari: un cuore fatto di tubi e carne
C’è uno stadio in cui i sardi hanno scoperto di avere una squadra pronta al grande salto. Uno stadio inizialmente fatto di terra battuta, di spogliatoi piccoli e umidi e due tribune, immerso nella periferia di Cagliari. È qui, in questo angolo nascosto del capoluogo che nasce una storia nuova. L’Amsicora è il teatro delle imprese più esaltanti del sodalizio rossoblù.
Il nome è dovuto a uno dei personaggi storici della storia antica sarda: l’isola era passata sotto la dominazione romana nel 238 a.C., dopo due secoli sotto l’egida punica. Ma gli isolani non digerirono granché questa situazione, la quale sfociò nella ribellione sardo-punica (215 a.C.) capitanata appunto da Amsicora, forse un latifondista originario di Cornus. Assieme ai sardi, chiese aiuto ai cartaginesi, ma le sorti non furono loro favorevoli e le battaglie diedero ragione ai romani. Perso il figlio Osto in guerra, Amsicora si uccise per il dolore.
L’impianto viene inaugurato nel 1923 per la Società Ginnastica Amsicora, attiva nell’hockey su prato e nell’atletica leggera. Negli anni del fascismo ospita diversi eventi sportivi patrocinati dallo stesso partito per la formazione dei giovani, ma nel dopoguerra l’Amsicora riprende la proprietà e nel 1951 lo condivide col Cagliari Calcio, allora attivo in C, e che ottiene subito la promozione in B. Nel 1954 la formazione rossoblù rischia di salire in A ma, dopo aver perso lo spareggio a Roma contro la Pro Patria, sei anni dopo retrocede in C.
L’Amsicora, intanto, sta facendo appassionare numerosi sardi al Cagliari: “Andiamo al campo” si dice al tempo, e la passione diventa tifo sentito. Dagli iniziali 10.000 posti, negli anni Sessanta si comincia ad aumentare la capienza, con la costruzione delle curve Est e Ovest, così denominate perché costruite all’opposto delle consuete curve Nord e Sud.
La promozione in A e lo Scudetto
Nel 1962 i rossoblù riconquistano la cadetteria, mentre due anni dopo, con il contributo di futuri pilastri come Mario Martiradonna, Ricciotti Greatti e soprattutto Gigi Riva, vengono per la prima storica volta promossi in Serie A.
L’Amsicora è ora in erba e per l’approdo in massima serie si apportano ulteriori modifiche, con l’ampliamento delle due tribune laterali A e B. È così che con l’aggiunta finale del settore Prato (posti in piedi), si arriva a più di 30mila (col record di quasi 14.000 abbonati) della stagione dello Scudetto, nel 1970. Il primato dell’Amsicora nella prima stagione in A si registra alla settima giornata, Cagliari-Inter, il 25 ottobre 1965 con 33.964 spettatori, mentre il primo punto e la prima vittoria all’Amsicora sono rispettivamente contro la Samp (terza giornata) e il Lanerossi Vicenza (quarta).
I rossoblù non sfigurano affatto, mantengono la categoria senza particolari patemi, trascinati anche da Rombo di tuono Gigi Riva, capocannoniere nel 1967 e nel 1969. Dopo la stagione 1968/69, conclusa alle spalle solo della Fiorentina scudettata, il Cagliari fa sul serio e alza al massimo le sue ambizioni. Senza dubbio è la stagione del tricolore a consegnare alla mitologia sportiva questo stadio.
I sardi, allenati da Manlio Scopigno, adottano come maglia casalinga una divisa bianca a V con “cravattino” e laccetti di chiusura sul petto, le righe rossa e blu sulle maniche e i Quattro Mori sul cuore. Un cambio di stile che porterà bene, perché all’Amsicora, il portiere Albertosi raccoglierà il pallone dalla propria porta appena quattro volte (solo undici i gol subiti, record nella Serie A a 16 squadre) e coi 21 gol su 42 segnati da Gigi Riva, il Cagliari festeggia il suo primo e finora unico Scudetto. Una squadra del sud vince per la prima volta il campionato, altro record.
La consacrazione arriva a due giornate dal termine, il 12 aprile 1970, nel 2-0 contro il Bari proprio di fronte a una marea cagliaritana pronta per la festa. Sandro Ciotti in radio racconta un episodio curioso del prepartita: all’Amsicora si erano presentati due pregiudicati da tempo latitanti. Tra il pubblico i carabinieri se ne accorgono e traggono in arresto i due, che erano pure riusciti ad ottenere gli autografi da Martiradonna e Cera. A tanto aveva portato l’amore per una squadra ormai leggendaria.
Lo stadio è destinato al pensionamento dal calcio: dopo 19 anni, a fine 1970 il Cagliari si trasferisce al Sant’Elia. Destino volle che l’ultimo campionato disputato al “campo” fosse proprio quello del trionfo.
Oggi l’Amsicora continua a vivere per l’hockey su prato e l’atletica, ha un murales di Gigi Riva all’ingresso, a ricordo di quell’impresa. Ma tendendo bene le orecchie si possono ancora sentire i tamburi e i cori in quelle tribune tirate su con legno e tubi, segno di un’epoca ormai passata ma che mai potrà essere dimenticata.
E nel sibilo del vento si può ascoltare la folla sarda parlare della formazione: Albertosi, Martiradonna, Zignoli; Cera, Niccolai, Tomasini; Domenghini, Nené, Gori, Greatti, Riva. Perché come ricorda Gianni Brera, con uno stadio unico, costruito per pura gioia e con uno scudetto impensabile, la Cagliari calcistica ha sancito l’ingresso della Sardegna in Italia, senza più pregiudizi.