Francesco Totti compie 50 anni: storia ed epica dell’ultimo Re di Roma
Francesco Totti compie 50 anni: storia, numeri ed epica dell’ultimo Re di Roma Il 27 settembre Francesco Totti taglia il traguardo dei 50 anni. I ricordi sul Pupone spaziano dalle sue magie di tacco e "cucchiaio" alla vittoria dello Scudetto del 2001, fino alla notte magica del Mondiale di Berlino. Idolo incontrastato del tifo giallorosso, a distanza di anni dal suo addio al calcio giocato, la sua aura non si è spenta di un millimetro.
Ci sono giocatori figli del loro tempo e giocatori che, quando pensiamo a loro, travalicano l'epoca che hanno vissuto. L’elenco è lungo: ognuno ha il proprio calciatore del cuore, quello che lo ha fatto emozionare o piangere, quello in cui si è immedesimato o che ha amato quasi più di ogni altra cosa al mondo. In casa Roma, quell'uomo ha un nome e un cognome: Francesco Totti.
Francesco non è un calciatore qualunque: è la massima espressione della romanità traslata su un prato verde. È il capitano per antonomasia, il leader emotivo, colui che ha fatto conoscere la Roma in ogni angolo del pianeta. Non che prima di lui la Capitale non avesse visto campioni immensi (da Falcao a Roberto Pruzzo, fino a Giuseppe Giannini), ma con il Pupone la squadra giallorossa ha compiuto un salto di dimensione mistico e globale.
Cinquant’anni: l’età della consapevolezza, dei bilanci, della maturità. L’età in cui ci si ritrova, come scriveva Dante, «nel mezzo del cammin di nostra vita». Totti compie... cinque volte 10, il suo numero simbolo. Ma chi è stato e, soprattutto, che cos’è ancora oggi Francesco Totti?
La Serie A chiama Porta Metronia: dall'esordio a Brescia al primo gol col Foggia
Francesco Totti, secondogenito di Enzo e Fiorella, cresce a Porta Metronia, a ridosso delle mura aureliane. Ama il pallone e respira l'aria dello Stadio Olimpico da tifoso. Nel 1986 è tesserato per la Lodigiani; rimane nella terza squadra di Roma per tre stagioni e poi arriva la Chiamata con la C maiuscola: la Roma. Francesco non ci crede: il sogno inizia a prendere forma. Se da bambino entrava allo stadio inerpicandosi sulle gradinate, capisce che un giorno su quel campo ci entrerà dal tunnel degli spogliatoi.
È un attaccante dalla classe pura: spacca la porta col destro, inventa col sinistro, vede il gioco prima degli altri. È di gran lunga il più forte della formazione Primavera allenata da Luciano Spinosi. La regola non scritta del calcio dice che se fai la differenza tra i giovani, prima o poi la prima squadra ti chiama.
La svolta arriva a fine marzo 1993. La Roma deve fare visita al Brescia e mister Vujadin Boškov deve fare i conti con diverse assenze. Totti viene aggregato in fretta e furia: ha 16 anni, sei mesi e un giorno, non ha ancora la patente e devono accompagnarlo. Il 28 marzo 1993, al minuto 87 di un Brescia-Roma finito 0-2, Boškov si gira verso la panchina e gli dice di scaldarsi. È il primo mattoncino.
Il 27 febbraio 1994 Carlo Mazzone — che diventerà per lui un secondo padre — lo lancia per la prima volta da titolare contro la Sampdoria. Il 4 settembre dello stesso anno, alla prima giornata di campionato contro il Foggia, arriva la prima firma in Serie A con un sinistro al volo. Il bambino di Porta Metronia è diventato grande.
La maglia numero 10 e la fascia da capitano: l'eredità di Giannini e Aldair
In Primavera Totti non ci tornerà più. La società capitolina sa di avere tra le mani un diamante grezzo da tutelare a ogni costo. Carlo Mazzone prima e Zdeněk Zeman poi diventano i suoi numi tutelari, proteggendolo dalle pressioni di una piazza caldissima.
La carriera di Totti decolla e i tifosi capiscono subito che quel ragazzo con il numero 20 sulle spalle rappresenta il futuro. Il feeling con la Curva Sud è immediato: Francesco risponde all'amore della sua gente a suon di perle balistiche e giocate sublimi.
Dalla stagione 1997/1998 Totti indossa ufficialmente la maglia numero 10, ereditata dall'ultimo grande simbolo romanista, il "Principe" Giuseppe Giannini. Il 31 ottobre 1998, a soli 22 anni, eredita da Aldair la fascia di capitano. Prima di lui l'avevano avuto giganti come Fulvio Bernardini, Guido Masetti, Amedeo Amadei, Giacomo Losi, Agostino Di Bartolomei e lo stesso Giannini. La Roma ha trovato il suo nuovo condottiero.
17 giugno 2001: lo Scudetto e la consacrazione a icona di Roma
Gli anni Nineties sono la golden age del calcio italiano. La Serie A è il campionato più bello e difficile del mondo, popolato dai campioni più forti del pianeta. In questo contesto elitario, Francesco Totti trasforma la Roma da squadra affascinante ma discontinua a pretendente al titolo.
Nella stagione 2000/2001 arriva il capolavoro: lo Scudetto. Totti è il trascinatore assoluto di una corazzata guidata da Fabio Capello e composta da campioni del calibro di Gabriel Batistuta, Vincenzo Montella, Damiano Tommasi, Vincent Candela, Cafu ed Emerson. La città cade in un'estasi collettiva. La maglia numero 10 diventa la seconda pelle di ogni bambino romano; nascono le prime bandiere con il suo volto e gli viene affibbiato lo storico soprannome di Pupone.
A imperitura memoria di quel tricolore, in via del Pozzuolo, nel Rione Monti, compare un murale diventato leggendario: Totti esulta con la fascia al braccio, lo sguardo e l'indice destro rivolti al cielo. Un'opera d'arte urbana destinata a rimanere simbolo eterno della romanità.
Il Mondiale 2006 e il trionfo di Berlino: il re di notte al Circo Massimo
Per un Totti monumentale in maglia giallorossa, c'è un Totti altrettanto decisivo con la maglia azzurra della Nazionale (esordio il 10 ottobre 1998 contro la Svizzera).
La sua storia con l'Italia ha conosciuto momenti amari — come la generosa espulsione subita dall'arbitro Byron Moreno contro la Corea del Sud nel 2002 o lo sputo a Christian Poulsen ad Euro 2004 — ma ha toccato vette sublimi. Dal celebre "cucchiaio" ad Edwin van der Sar nella semifinale europea del 2000 contro i Paesi Bassi, fino all'incredibile cavalcata del 2006.
E pensare che la sua presenza al Mondiale tedesco era sembrata un miraggio: il 19 febbraio 2006, durante Roma-Empoli, un brutto intervento di Richard Vanigli gli provoca la frattura del perone e la lesione dei legamenti della caviglia. Operazione, placca di metallo con viti e una corsa contro il tempo che sembrava impossibile. In soli quattro mesi, Totti si rimette in piedi per volare in Germania.
Nei Mondiali di Germania 2006 Totti è l'uomo chiave sotto la gestione di Marcello Lippi: suo il rigore glaciale al minuto 95 negli ottavi di finale contro l'Australia, suoi i passaggi chiave fino alla finale di Berlino del 9 luglio. Il trionfo azzurro esplode nella notte del Circo Massimo, dove oltre un milione di persone attende la squadra. Quando Francesco Totti solleva la Coppa del Mondo davanti alla sua gente, la città trema come il 17 giugno 2001. Chiuderà la sua avventura in Azzurro con 58 presenze e 9 reti, lasciando da Campione del Mondo.
L'immortalità calcistica: la Scarpa d'Oro e la longevità ad alti livelli
Tra il 2006 e il 2016 Totti vive gli anni della maturità calcistica e della consacrazione statistica. Vince la classifica marcatori della Serie A e la Scarpa d'Oro nel 2007 (con 26 gol in campionato), raccogliendo l'eredità italiana di Luca Toni e trascinando la Roma a trofei nazionali ed entusiasmanti notti europee.
Nel settembre 2015, per i suoi 39 anni, l'ATAC gli dedica persino un'edizione limitata di biglietti dei trasporti pubblici con la sua immagine (onore riservato prima di allora solo ai Papi). Nel 2014, a San Giovanni, viene inaugurato un altro murale gigante a lui dedicato sulla facciata della scuola media "Pascoli".
Nonostante lo scorrere del tempo e un rapporto mai del tutto idilliaco con Luciano Spalletti nella sua seconda gestione tecnica, Totti continua a risolvere le partite anche a 40 anni suonati, entrando dalla panchina e ribaltando sfide impossibili con la sola forza del talento.
28 maggio 2017: «Speravo de morì prima» e l'ultimo addio all'Olimpico
Nell'inverno del 2017 si intuisce che la fine dell'era è vicina: Roma-Genoa del 28 maggio 2017 sarà l'ultima partita della sua carriera. Per i tifosi inizia un countdown doloroso, quasi surreale.
In quel campionato Totti firma la sua rete numero 250 in Serie A (secondo marcatore di tutti i tempi dietro Silvio Piola) e la numero 307 complessiva con la Roma.
Contro i rossoblù gioca l'ultima mezz'ora. Al triplice fischio dell'arbitro Daniele Tagliavento, l'Olimpico non si svuota. Va in scena una vera e propria messa laica. Tutta l'Italia sportiva si siede davanti alla TV a guardare un pezzo di storia che si stacca dal presente. In Curva Sud compare uno dei due-aste più famosi del calcio mondiale: «Speravo de morì prima», sintesi perfetta di un dolore sportivo insostenibile per la tifoseria.
Piangono tutti. Piange Francesco, piangono i compagni (Daniele De Rossi su tutti), piangono gli 80.000 dello stadio e i milioni a casa. Quel commiato mette un punto finale a una favola durata 25 anni, 786 presenze e 307 gol, segnata dal rifiuto al Real Madrid pur di rimanere fedele alla maglia della sua vita.
Il suo discorso a centrocampo dura 12 minuti memorabili: «Maledetto tempo... adesso ho paura. Concedetemi un po' di paura, questa volta sono io ad aver bisogno di voi.»
Oggi che spegne 50 candeline, Francesco Totti manca ancora al calcio. Ma chiunque ami questo sport non può che ringraziare il Dio del pallone per avercene regalato le gesta, facendoci diventare grandi e invecchiare insieme a lui.