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Juan Pablo Sorín, l’argentino chiomato

Se cercate un giocatore da portare ad esempio come esterno di difesa versatile, roccioso ma allo stesso tempo propositivo, fisico ma tecnico, duttile, eccentrico e dallo stile unico… beh…questo è Juan Pablo Sorín: un campione sottovalutato.
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Juan Pablo Sorin – Illustrazione di Tacchetti di Provincia

Chissà se, nel lontano XVI Secolo, in uno dei galeoni di colonizzatori spagnoli approdati a Buenos Aires ci fosse stato un lontano antenato di Carles Puyol … Che possa essere questo un possibile fil rouge tra il catalano e il protagonista della nostra storia di oggi, Juan Pablo Sorín?

Probabilmente no, ma i punti di contatto restano. No, non siamo banali. Non si parla solo di crine, per quanto non si possa negare che la leonesca chioma contraddistingua inevitabilmente i due. Ma allora, la grinta, la tenacia, lo spirito da leader, quella fascia di capitano portata al braccio con fiera naturalezza? Tutte queste cose dove le mettiamo?

Certo, il paragone è ardito e il palmarès dei due parla chiaro in maniera impietosa per l’argentino, ma l’impressione è che qualcuno,  specialmente in Italia, possa aver sottostimato il valore di un giocatore unico.

Oltre al confine

Un incubo che perseguita i tifosi della Juve da più di 25 anni. Un chiodo fisso nella mente di ogni tifoso bianconero, un’ossessione per proprietà e dirigenza, ma anche un motivo di puro godimento per gli storici rivali. Gli sfottó si sprecano e, fra tutti, “fino al confine” è il più quotato. La coppa dalle grandi orecchie non si fa un giro per Torino dal lontano 1996, quando veniva portata sotto la Mole da Marcello Lippi e i vari Peruzzi, Ferrara, Torricelli, Vierchowod, Pessotto, Deschamps, Sousa, Conte, Vialli, Del Piero, Ravanelli, Di Livio. E…Sorín

E va bene, non parliamo certo di un protagonista di quella storica cavalcata…anzi.

Sorín arriva in Italia proprio quella stagione come giovane promessa e fresco capitano campione del mondo U20 con la sua Argentina in Qatar (1995). La soffiata è di Omar Sivori e la dirigenza Juve ci crede. Per la modica cifra di 1,6 miliardi di lire Juan Pablo diventa un giocatore della Juve, club che lo porterà sul tetto d’Europa da assoluta comparsa. Appena 4 presenze stagionali senza mai giocare i 90’ per intero.

Il record di Sorín

L’impatto con il calcio italiano è traumatico. Gianluca Pessotto non gli concede nemmeno le briciole e quella fascia sinistra sembra portare il suo nome senza possibili cambi di scenario.

Il River Plate chiama e lui risponde. È nata una leggenda.

 In 3 anni con i Millonarios, Sorín mette in bacheca 3 tornei di Apertura, 1 di Clausura, 1 Supercoppa Sudamericana e 1 Copa Libertadores che gli vale uno storico ed unico record, ancora ineguagliato: vittoria della più importante coppa continentale con due squadre diverse nella stessa stagione. Champions League con la Juve e Libertadores con il River. È il 1996.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante. I tre anni di Buenos Aires sono infatti il trampolino di lancio verso quella che sarà la seconda pelle del terzino rioplatense: la gloriosa nazionale albiceleste. Di fatto, dal 1999 in poi il titolare della Selección a sinistra è lui. Mondiali 2002 e 2006 compresi, quest’ultimo giocato da capitano.

Il caño di Sorín

Per chi non masticasse troppo lo spagnolo, il caño è il tunnel. Celeberrimo quello rifilato a gioco fermo da Sorín a niente meno che sua maestà Ronaldinho in un Argentina-Brasile. Incredibile ma vero, il campione verdeoro, simbolo del Joga Bonito e famoso per il suo leggendario sorriso sempre stampato in faccia, non la prende bene e risponde, stizzito, con un buffetto sul volto di colui che nel suo immaginario il tunnel doveva subirlo e non dispensarlo.

Il tunnel, però, purtroppo è anche quello in cui si perde la carriera di Juan Pablo. Quello delle scelte sbagliate (o sfortunate), del girovagare da prestito a prestito per squadre diverse senza mai trovare la propria dimensione.

Dopo la conquista della Coppa di Brasile con il Cruzeiro nel 2000, torna la voglia di riprovarci con la Serie A. La Lazio di Cragnotti tenta di acquistarlo, ma la situazione finanziaria a Roma è bollente -dopo il crack Cirio- e riesce a portarlo alla corte di Mr Roberto Mancini solo in prestito. L’amore con il club capitolino però non sboccia mai. Il campo mostra gran poco e la seconda esperienza italica diventa tragica quando Sorín mette in mora il club romano per ritardi nei pagamenti degli stipendi. Per la cronaca, la richiesta viene poi respinta dal collegio arbitrale della Lega.

Altri due prestiti sono quelli in Cataluña al Barcellona e in Francia col Paris Saint-Germain. Due stagioni senza infamia e senza lode, ma sempre alla ricerca del vero Sorín.

Sottomarino europeo

Il vero Sorín lo si rivede quando approda, finalmente a titolo definitivo, di nuovo in Spagna, con la maglia del Villarreal.

Diventa presto pupillo di Pellegrini e pilastro insostituibile di una squadra storica che sfiora un’impresa chiamata finale di Champions.

Da debuttante nella competizione, infatti, nel 2006, dopo aver eliminato Rangers e Inter, il sottomarino giallo si arrende all’Arsenal in semifinale solo a causa di quel maledetto rigore sbagliato da Riquelme al 90esimo, mandando così gli inglesi in finale, persa poi con il super Barça di Dinho.

Trovata la propria dimensione, è il momento di fermarsi…direte voi. E invece no. Sorín è un lavoratore, solido e roccioso sì, ma anche un estroverso ed estroso. Indiscrezioni raccontano di qualche scricchiolio nello spogliatoio con allenatore e compagni e di animi accesi.

Dunque, capita l’occasione in un nuovo campionato con una nuova squadra, l’Amburgo. La coglie.

La verità però è che i due anni sulle sponde dell’Elba e l’ennesimo ritorno in Brasile al Cruzeiro sono in fase calante e, causa i troppi infortuni subiti, segnano la fine della carriera del capellone più amato di Argentina.

Un giocatore speciale, che in Italia non abbiamo potuto apprezzare veramente, ma che comunque ha lasciato un segno dove è passato, nonostante una carriera decisamente in sordina rispetto alle potenzialità espresse in gioventù. Un palmarès comunque di tutto rispetto. Una maniera di interpretare il suo ruolo su quella fascia sinistra unica ed indimenticabile, così come indelebile rimarrà per sempre l’immagine di quella sua criniera al vento.

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