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Kasper Schmeichel, nel nome del padre

Il percorso di autodeterminazione del figlio del leggendario Peter, per aggiungere il suo nome di battesimo al già celebre cognome, nella storia del calcio
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Kasper Schmeichel - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Se ti chiami Schmeichel di cognome, probabilmente una delle scelte peggiori che tu possa fare nella vita è decidere di giocare a calcio e di fare il portiere.

Perché, inevitabilmente, o almeno così dicono al povero Kasper fin da bambino, “vivrai sempre all’ombra di quanto ha fatto tuo padre Peter”. Campione d’Europa con la Danimarca e di tutto con il Manchester United.

Forse è anche per questo che il piccolo Kasper inizialmente, non potendo sfuggire a quel destino, prova innanzitutto a destreggiarsi come attaccante, per imitare il suo idolo, Eric Cantona, poi sì come portiere, ma di pallamano. Tutto inutile però. Perché i geni e la passione sono proprio quelli del padre Peter.

Inizia dunque la sfida più dura per il ragazzo: ritagliarsi il proprio angolo di paradiso nel football, dove non venga più solamente riconosciuto come “figlio di”.

Forse il destino, magari un pizzico di fortuna, probabilmente anche la bontà di un Dio magnanimo e generoso, come quello che governa le dinamiche del calcio, faranno sì che Kasper Schmeichel leghi il suo nome a una delle più belle favolo dell’epoca moderna.

Diventando campione d’Inghilterra con il Leicester, e aggiungendo anche una K puntata nella lista dei portieri leggendari, al già noto cognome paterno.

Gente del Nord

La gente del nord Europa è legata da un sottile legame d’empatia. Come se si capissero, fino in fondo, solamente tra di loro.

Sven Goran Eriksson è svedese, di Sunne. Ed è il primo a credere veramente nelle potenzialità di Kasper, portiere figlio d’arte.

Dopo un’infanzia passata da pacco postale, sballottolato qua e là in base agli spostamenti sportivi del papà, viene tesserato dal Manchester City, che lo inserisce nelle proprie giovanili mentre Peter gioca le sue ultime partite in prima squadra.

In realtà, almeno inizialmente, la nobile discendenza pare l’unica ragione per cui i Citizens decidano di puntare su questo giovane estremo difensore danese. Perché non c’è nemmeno la parvenza di una fiducia vera e propria.

I continui prestiti, qua e là per il Regno, sono lì a dimostrarlo. Il City ha altri progetti per la propria porta.

Fino a che sulla panchina non si siede il santone svedese, che perde subito il titolare Isaksson per infortunio, e non esita a dare fiducia a Kasper, che esordisce in maglia skyblues l’11 agosto 2007 contro il West Ham.

Una manciata di partite prima di un nuovo prestito, al Cardiff.

Un nono posto e una qualificazione Uefa raggiunta grazie al premio fairplay sono troppa poca roba, però, perché Eriksson venga confermato.

Ma andando via l’ex allenatore della Lazio scudettata promette al giovane Schmeichel: “Ci rincontreremo, me lo sento”.

Kasper alle Foxes

La reunion avviene ufficialmente il 27 giugno 2011. Da qualche mese Eriksson è diventato l’head coach del Leicester, subentrando a Paulo Sousa. Ci rimarrà pochissimo, in realtà, venendo esonerato già ad ottobre, ma durante l’estate riesce a dire la sua sul mercato alla proprietà.

E per difendere i pali della porta sul suo taccuino c’è un solo nome: Kasper Schmeichel.

Il mister infatti è convinto che si possa acquistare un portiere giovane e di qualità a un prezzo tutto sommato onesto, se non ribassato, dal momento che a Manchester il danese è scivolato indietro nelle gerarchie fino alla terza piazza, dietro a Hart e Given.

Alla corte delle Foxes, oltretutto, arriva non più un viziato figlio di papà, ma un uomo fatto e finito. Merito soprattutto dell’ultima esperienza in prestito al Notts County, uno dei club più antichi del calcio, vessato da una pesantissima crisi economica, con i giocatori costretti a finanziarsi le trasferte in pullman.

Quell’anno difficile è stato, per sua stessa ammissione, il più formativo per Kasper. Lo ha fatto uscire dal nido, fino a fargli schiantare i piedi per terra.

Come se il Dio del pallone gli avessi detto: “Ok, ti tolgo dall’ombra scomoda del tuo onorato padre. Ora però tocca a te. Fai il tuo percorso”.

Né Eriksson né la famiglia Schmeichel lo sanno. Ma è appena stata scritta la prima pagina di una delle favole più belle dell’epoca contemporanea.

La favola di Kasper

Il 13 luglio 2015 il Leicester City annuncia Claudio Ranieri come nuovo allenatore. Tutto ciò che accade dopo è mito, prima ancora che storia.

Le Foxes, con al timone un allenatore a cui molti già davano del “bollito”, conquistano un titolo spettacolare, inatteso, insperato. In poche parole: magico.

È il Leicester del bomber Jamie Vardy, del funambolo Mahrez, dell’uomo-ovunque Kantè, dell’equilibratore Drinkwater, del portaborracce Albrighton e dei due buttafuori difensivi Morgan e Huth.

Ma è anche il Leicester di Kasper Schmeichel, maturato dopo diversi anni di titolarità, e autore di una stagione esaltante. A fine anno risulterà votato come miglior portiere, e in patria verrà nominato “calciatore danese dell’anno”, succedendo, 17 anni dopo, al padre Peter.

Resisterà anche alla successiva opera di smantellamento della squadra, anche dopo l’esonero di Sir Claudio. Giocando la Champions League con le Foxes, vincendo una altrettanto straordinaria FA Cup contro il Chelsea e imponendosi in maniera definitiva come portiere titolare della nazionale danese.

L’addio al Leicester arriva nell’estate del 2022, quando sposa la causa dell’ambizioso Nizza, e finisce così a giocare in Ligue 1.

Vincere quanto aveva in precedenza vinto il padre Peter era oggettivamente una sfida persa in partenza. Uscire da quel cono d’ombra, scomodo e prestigioso allo stesso tempo, e autodeterminarsi nel mondo del pallone, è una sfida che invece Kasper è riuscito a vincere sotto tutti i punti di vista.

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