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Andrea Mazzantini, il piccolo gigante

Andrea Mazzantini, nonostante il fisico minuto e una serie di sfortune micidiali riuscì a ritagliarsi il suo posto nel calcio che conta nonostante abbia giocato in Serie A “senza” una spalla, ma questo non l’ha mai saputo nessuno.
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Andrea Mazzantini - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Questa è la storia di un uomo, che ha saputo superare tutti i propri limiti. Non soltanto i limiti fisici, ma anche quelli dettati da un fato che troppe volte gli si è messo di traverso nel suo sentiero.

Questa è la storia di un piccolo uomo che è riuscito ad assomigliare a un gigante, fregandosene di chi gli diceva “sei pazzo, non puoi farlo” o “non diventerai mai qualcuno”. O peggio ancora “il tuo viaggio finisce qua”.

Questa è la storia di Andrea Mazzantini.

Ligure di La Spezia, capelli lunghi e barba incolta. 182 centrimetri per 76 chilogrammi di pura esplosività, manco avesse due candelotti di dinamite al posto dei femori. Una irrefrenabile passione per il gioco del calcio, coltivata fin dagli inizi nel Canaletto, la squadra del suo quartiere.

Ruolo? Portiere ovviamente.

Un piccolo grande numero uno

Avete capito bene. Mazzantini era un portiere. E che portiere! Non lasciatevi ingannare da quanto scritto prima: in quei 182 centimetri, pochi secondo qualcuno per diventare un estremo difensore di livello assoluto, vi era contenuto tutto quello che serve per fare carriera e sfidare i migliori, i più grandi.

Esplosività muscolare, come detto. Ma anche un carattere da leader, in grado di guidare il reparto difensivo con autorevolezza. Con lui dietro si stava tranquilli.

Gli inizi in C2, tra Busto Arsizio, Sarzana e Livorno. Quindi lo Spezia e il Venezia, voluto fortemente da Zamparini per fare la serie B. E il primo bastone messogli tra le ruote da un destino stronzo e beffardo.

“È finita Andrea”

Un tuffo sbagliato contro la Juve in Coppa Italia. La diagnosi dei medici è impietosa: rottura della cartilagine e della cuffia dei rotatori della spalla. “E’ finita Andrea”. 

“Voi fate quello che dovete fare, se è finita o no lo decido io”.

L’operazione, le cure (a volte pagate di tasca sua). E si riparte.

Si va all’Inter, a fare da secondo a Pagliuca. Non facile, c’è da stare pronti sempre. Perché la chiamata alle armi può giungere da un momento all’altro. E quando arriva Andrea c’è, presente.

Quindi Perugia, dove forse la curva della sua carriera tocca il punto più alto.

Perugia, il posto perfetto

Tra i pali sembra volare. Se gliela metti bassa la sua reattività gli permette di arrivarci quasi sempre, con le mani o con i piedi. Se gliela metti alta, tieni pronta la macchina fotografica. Perché nel tuffo ha uno stile unico. Spettacolare, ma mai fine a sé stesso.

Gioca sempre, anche da infortunato. Con la Fiorentina Andrea ha lo sterno rotto, ma Mazzone non ha più portieri e gli chiede di stringere i denti. Lui guarda il medico, cercando approvazione: “Andrea, che  te devo dì? Tanto è rotto”. A ogni tuffo sembra di ricadere su uno spigolo di roccia viva. Ma quando c’è la volontà il resto è superfluo.

Il viaggio prosegue a Siena, per difendere i pali della neopromossa allenata da Papadopulo. Nonostante avesse ricevuto offerte di un certo livello, dalla Turchia, per andare a giocare la Coppa dei Campioni. Sceglie Andrea. Sceglie Siena.

E qui di nuovo, rieccolo il Destino. Solo che stavolta oltre che maligno è pure inesorabile.

Tutte le parate di Andrea Mazzantini dal 1996 al 2002

Stavolta è finita sul serio. Forse.

Vicino casa una macchina non gli dà la precedenza. L’incidente è terribile, i danni fisici ancor di più: braccio lesionato, servirebbe intervenire chirurgicamente, ma col rischio di perdere l’arto.

Questa volta non arriva lo sguardo del medico a dirgli “tanto è rotto”. Nessuno se la sente di ridargli l’idoneità. Il viaggio di Andrea finisce qui. 

Tocca reinventarsi una vita, improvvisare. Perché senza il pallone non si era previsto nulla.

Ma “che cosa c’è di più celeste di un cielo che ha vinto mille tempeste?”.

Nessuno ha dubbi. Il piccolo gigante ripartirà, come ha sempre fatto. E ce la farà, anche a stavolta.

E provate a dirglielo voi che “non si può fare”.

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