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Nedo Sonetti, la coscienza di Nedo

Il mago delle salvezze impossibili e delle promozioni dalla B alla A. Nedo Sonetti, da Piombino. Il sergente di ferro più amato della provincia italiana.
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Nedo Sonetti - Illustrazione Tacchetti di Provincia
" Io non sono incazzato. Siete voi che siete riva della mattacina e se cuffe trente-setten govis "

Una risposta che lascia attonito il giornalista, che aveva rivolto a mister Nedo Sonetti la domanda se fosse rimasto contrariato dalla partita. Pur senza aver capito nulla di quanto, presumiamo in stretto dialetto piombinese, il mister gli ha risposto, non riesce a replicare. Nemmeno a chiedere delucidazioni.

Come una forma di rispetto, di chi sa di trovarsi di fronte un maestro della panchina. Uno che sa il fatto suo, sa cosa sta facendo, e sa gestire perfettamente la situazione in cui si sta trovando. E che magari non ha semplicemente trovato le parole giuste che la lingua italiana offre per momenti come questi.

Ma di fronte a Nedo Sonetti non c’è che da tacere. Prendere atto, e lasciarlo lavorare.

Perché nessuno, o comunque pochi, meglio di lui hanno saputo gestire situazioni difficili in squadre e ambienti dove vincere pareva impossibile.

5 promozioni dalla B alla A. Secondo in questa speciale classifica all-time, insieme a Fascetti e Mondonico, dietro solo a Luigi Simoni.

Ma anche salvezze clamorose, ottenute a volte partendo da situazioni quasi disperate.

È la coscienza di Nedo. La consapevolezza di uomo semplice, dialettale, che sa sempre, però, perfettamente ciò che sta facendo.

Il mago delle promozioni

Delle 5 promozioni quella che Nedo forse può ritenere un po’ più speciale delle altre è quella ottenuta nella stagione 83/84 alla guida dell’Atalanta. Perché non si limiterà a quella, ma con la Dea Nedo scriverà il proprio personalissimo masterpiece. Portando gli orobici a conquistare dapprima uno strepitoso ottavo posto nella massima serie, fino a condurli poi, addirittura, alle finali (andata e ritorno) di Coppa Italia contro il Napoli di Diego Armando Maradona.

4 stagioni a Bergamo prima di andare a Udine, e fare esattamente la stessa cosa. Prendere una squadra che fatica ad esprimere tutto il talento di cui dispone la propria rosa (con De Vitis, Marco Negri, Branca, Paganin e Firicano) e condurla in serie A.

Copia e incolla, quindi, ad Ascoli, due stagioni più tardi, Lecce e Brescia. Queste ultime due promozioni ottenute alla fine degli anni ’90, quando il calcio italiano già evolveva verso il moderno conosciuto, e qualche malalingua lo riteneva obsoleto per poter stare al passo coi tempi.

Ha zittito tutti ancora una volta, Nedo. Senza nemmeno il bisogno di scomodare il dialetto di Piombino.

Presidenti vulcanici, e dove trovarli

Essenziale, pratico, verticale nel gioco e nei rapporti con i propri collaboratori. Un carattere duro, da “sergente di ferro”, come qualcuno lo ha sempre definito.

Tipico di chi è cresciuto guardando verso il mare, e aspettando di capire cosa, quel giorno, avrebbe avuto da offrire.

Schietto e diretto. Nella propria carriera si è dovuto interfacciare con alcuni dei più “temibili” presidenti della storia del nostro calcio. Alcuni famigerati e noti a tutti come “mangia-allenatori”.

Dapprima con Zoboletti, alla Sambenedettese, con cui si troverà a meraviglia, al netto delle varie divergenze e differenze di vedute. Poi con Bortolotti a Bergamo, aiutato sicuramente anche dagli ottimi risultati. Con Cellino a Cagliari sarà amore e odio: pareva un idillio, con la salvezza ottenuta nel 2006, ma l’anno successivo voleranno gli stracci, fino ad arrivare al licenziamento per giusta causa, che esenta il club dal disturbo di pagargli lo stipendio.

Qualche anno prima aveva tagliato il nastro dell’era Zamparini a Palermo, arrivando come terzo allenatore di una stagione travagliata, dopo Ezio Glerean e Daniele Arrigoni. Senza riuscire a condurre tuttavia, nelle poche giornate a disposizione, i rosanero in Serie A, come invece riuscirà, l’anno successivo, a Francesco Guidolin.

Pane al pane, vino al vino

Come tutti i migliori personaggi, protagonisti delle storie che si tramandano di generazione in generazione, non può mancare un piccolo tocco di teatralità, a renderlo ancor più unico e inimitabile.

In panchina Nedo è un vulcano, mai capace di tenere la compostezza tipica del manager inglese. Esplosivo anche davanti ai microfoni, senza mai tuttavia eccedere in cafonaggine e maleducazione. Prende semplicemente le critiche di petto, come si conviene a chi, come detto, è da sempre abituato a gestire le situazioni più complicate.

Dialettale, lo abbiamo visto. E maccheronico nello storpiare spesso i nomi dei propri giocatori stranieri. Convinto però di parlare comunque una lingua universale, nota a tutti quelli di buona volontà: la lingua del calcio.

A Vicenza, in una delle ultime avventure della propria carriera, prese da una parte la meteora paraguaiana Ronald Huth:

“Senti un po’ Hutte…”

“Mister mi chiamo Huth”

“Si si vabbè. Ascoltami Hutte, ascoltami bene..”

Giocatore zittito. Proprio come quel giornalista che gli sta chiedendo se è arrabbiato.

Il silenzio che si conviene di fronte alla coscienza di Nedo.

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