Matias Almeyda, alma y vida
La borraccia vola via con una violenza che non è accidentale.
È il 14 febbraio 2026, San Valentino, e il Ramón Sánchez-Pizjuán di Siviglia ospita uno scontro salvezza tra la squadra di casa e l'Alavés. Al minuto 85, con il risultato bloccato sull'1-1 e il Siviglia già ridotto in dieci uomini da un'espulsione arrivata al sedicesimo minuto, l'arbitro Iosu Galech Apezteguía si avvicina alla panchina ospite e tira fuori il cartellino rosso. Non per un giocatore, ma per l'allenatore.
Matías Jesús Almeyda, cinquantadue anni, capelli ancora lunghi come se il tempo si fosse rifiutato di toccarlo, non si muove. Resta lì. Si porta a pochi centimetri dall'arbitro e lo fissa, immobile, per più di un minuto intero. La partita è sospesa. Il direttore di gara non parla. Poi arriva la sicurezza del club e lo scorta via fisicamente, come si scorta via un uomo che non sa dove finiscono i suoi confini. Prima di uscire, Almeyda calcia la borraccia. La Federazione calcistica spagnola lo squalifica per sette giornate.
Sette giornate, a febbraio, con una squadra che lotta per non retrocedere.
C'è chi legge questa storia come la conferma di un carattere che non impara. C'è chi la legge come la prova che certi uomini sono costruiti in modo tale che il conflitto con il mondo esterno non sia una scelta, ma una condizione anatomica. Probabilmente entrambe le cose sono vere. Probabilmente nessuna delle due, da sola, dice abbastanza.
Lungo le rive dell’Azul
Azul è una città della Provincia di Buenos Aires, nata sulle sponde dell’omonimo fiume. È una città di provincia, a trecento chilometri dalla capitale. Ci vivono settantamila persone, c'è una cattedrale neoclassica, un teatro municipale costruito nel 1914, c'è il Parque Municipal Sarmiento, c’è la più grande collezione delle opere di Cervantes. E c'è la Calle Brown, dove Matías Jesús Almeyda nasce il 21 dicembre 1973, da padre di origine spagnola e madre di origini calabresi — di Francavilla Marittima, in provincia di Cosenza.
Almeyda impara a giocare a calcio nei cortili, nella strada, nel corpo a corpo con la gravità e con gli altri bambini della Calle Brown. È piccolo — resterà piccolo per tutta la vita, un metro e settantacinque che in un centrocampo professionistico diventa quasi una sfida biologica — ma è veloce, è cattivo nel senso sportivo del termine, e ha quella qualità rara che i sudamericani chiamano garra: l'artiglio, la presa, la grinta inesauribile.
Nel 1991 Almeyda ha diciassette anni e debutta in prima squadra nel River Plate. Il River non è solo una squadra, è il posto dove l'Argentina pensa sé stessa come nazione calcistica, è il Monumental che vibra, la bandiera biancorossa da sventolare in risposta a quella gialloblù dei rivali del Boca. Giocarci è già una dichiarazione.
In cinque anni Almeyda vince tre campionati argentini e vede crescere intorno a sé una generazione che il calcio sudamericano non avrebbe dimenticato facilmente: la classe di Enzo Francescoli e l’irrequietezza maradonesca di Ariel Ortega supportano magistralmente il terminale offensivo, quel Hernán Crespo che a vent’anni conosce alla perfezione l’alfabeto del gol.
Almeyda in mezzo a tutto questo è la cerniera. È il mediano che tiene insieme le cose quando le cose tenderebbero a sfaldarsi. È il giocatore di cui si dice sempre, con ammirazione appena trattenuta, che non si vede ma si sente.
La Libertadores del 1996 è l'apice. Il River, allenato da Ramón Díaz, costruisce la sua campagna continentale con una solidità impressionante: passa il girone senza perdere una partita, elimina Sporting Cristal, poi San Lorenzo in un derby argentino durissimo e sfida in semifinale l’Universidad de Chile di Marcelo Salas. L'andata a Santiago finisce 2-2, con Francescoli e Sorín che pareggiano due volte. Al ritorno, il 12 giugno 1996, il Monumental è pieno — non c'è un posto libero, la città intera sembra essersi fermata a guardare. La partita è bloccata, nessuna delle due squadre riesce a trovare il varco. Al trentatreesimo minuto del primo tempo Almeyda recupera un pallone a centrocampo, avanza palla al piede scannerizzando il vuoto nella trequarti avversari, arriva al limite dell’area e calcia di potenza. La palla entra in porta. Il Monumental esplode. È il gol che porta il River in finale contro l'América de Cali.
La finale d'andata la perdono 1-0 in Colombia. Al ritorno, il 26 giugno, il Monumental torna a riempirsi fino all'ultimo gradino — 73.567 persone, una di quelle cifre che si ricordano per decenni. Crespo è l’autentico marcatore di una partita diventata leggendaria. Il River vince la Libertadores.
Almeyda è quindi convocato dalla Selección olimpica per Atlanta 1996 ma il sogno albiceleste si infrange in finale contro la Nigeria. L'argento olimpico non è una consolazione. È però una vetrina internazionale abbastanza luminosa da attirare l'attenzione dei club europei.
Nell'estate del 1996 è il Siviglia a farsi avanti. Il trasferimento costa circa mille milioni di pesetas — all'incirca sei milioni di euro attuali — ed è il più costoso nella storia del club andaluso fino a quel momento. La stagione, però, finisce male: il Siviglia retrocede in Segunda División. Almeyda non convince del tutto e le casse del club gridano vendetta. Bisogna far cassa e Almeyda è il primo sacrificato.
Indio
Quello che Almeyda trova a Roma nell'estate del 1997 è un progetto che ha l'architettura del sogno e la fragilità di tutto ciò che si costruisce sull'ambizione pura. Sergio Cragnotti, il presidente, ha un'idea chiara di cosa vuole diventare la Lazio: la squadra più forte d'Italia. In quegli anni, in maglia biancoceleste, giocano alcuni dei migliori talenti della Serie A: Mancini, Simeone, Nesta, Verón, Nedvěd, Stankovic, Salas.
Almeyda in questo affresco è una figura difficile da inquadrare. Non è la stella ma non è nemmeno una semplice comparsa — le comparse non giocano 93 partite in tre anni e non vengono ricordati come pilastri fondamentali di uno scudetto storico. Almeyda è qualcosa di più preciso e di meno visibile: è la struttura portante che nessuno guarda ma senza la quale il palazzo crolla.
Almeyda è un baluardo davanti alla difesa, scherma Nesta e Mihajlovic, libera Verón e Nedvěd dalla fatica difensiva e permette loro di muoversi con la libertà dei creativi. Ma c'è anche qualcosa di meno misurabile che porta a quella squadra: una presenza fisica e psicologica che nelle partite difficili, nelle notti in cui il campionato sembra voler sfuggire di mano, tiene i compagni ancorati al momento.
È il tipo di giocatore che non ti fa sentire solo.
Almeyda a Roma è iconico. Indossa i jeans strappati, ha quella fascetta sottile che lega i capelli lunghissimi — capelli che i compagni commentano, per scherzo o ammirazione, come fossero il segno di un'appartenenza che nessuno di loro sa bene dove collocare geograficamente. Si è allestito una palestra in casa perché è tra i più bassi in squadra e non accetta l'idea che il fisico possa essere un limite strutturale. Un giorno si presenta agli allenamenti vestito da gaucho. I compagni non sanno se ridere o prendere nota. I compagni pensano che sia davvero un indio e, in qualche modo, non hanno torto. La sua bisnonna lo era e, proprio nel periodo romano, Matias si tatuerà un indio in suo onore.
La stagione 1999-2000 è la stagione in cui tutto converge. La Lazio è una squadra attrezzata per vincere. Il campionato, però, non si vince con la sola consapevolezza. Si vince con la costanza. La Juventus di Ancelotti — con Zidane, Del Piero, Inzaghi — corre anche lei, e, all'inizio, corre più veloce.
Al ventiseiesimo marzo del 2000, dopo il 3-1 subito a Piacenza per merito di un certo Domenico Morfeo, la Lazio è a meno nove dalla Juventus. Mancano otto giornate. Eriksson è fermo in panchina, il viso che non dice niente come al solito.
Poi succede qualcosa che ha la forma dell'improbabile.
La Lazio vince il derby. Nedvěd e Verón ribaltano il vantaggio iniziale di Montella e, mentre all'Olimpico si festeggia, arrivano le notizie da Milano: la Juventus ha perso 2-0 con il Milan. Sei punti da recuperare, sei giornate. Al primo aprile c'è lo scontro diretto allo Stadio delle Alpi di Torino. Uno scontro diretto che vedrà prevalere i biancocelesti. Da quel momento, la consapevolezza della Lazio diventa certezza ed incubo: i biancocelesti non sbagliano più, la Juventus, invece, comincia a sentirsi meno invincibile.
La tragedia bianconera trova la sua climax al Renato Curi di Perugia. È l’ultima giornata di campionato. Lo stadio è sotto un diluvio che Pierluigi Collina decide di non affrontare: partita sospesa per settantuno minuti. Il campo si allaga. I giocatori aspettano negli spogliatoi. I tifosi della Lazio aspettano sulle tribune dell'Olimpico, con le radioline in mano, in un'atmosfera surreale.
La partita, poi, riparte. Al quarto minuto della ripresa Alessandro Calori segna per il Perugia. La Juventus perde. La Lazio è campione d'Italia per la seconda volta nella sua storia, dopo 26 anni.
Almeyda non è il protagonista di nessuna delle singole storie di quella stagione — non segna il gol decisivo, non è quello che i giornali celebrano il giorno dopo. Ma è colonna portate di quella formazione diventata leggenda per il popolo laziale.
Tre anni alla Lazio. 93 presenze. Uno Scudetto, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana. Nelle interviste che rilascerà negli anni successivi, anche quando sarà già allenatore da un decennio e vivrà dall'altra parte del mondo, tornerà sempre su quel periodo laziale come il più bello della sua carriera.
Nel 2000 la Lazio cede Almeyda al Parma nell'operazione che porta Hernán Crespo a Roma. È la prima volta che la storia di Almeyda prende una piega che lui non avrebbe voluto. Al Parma gioca cinquanta partite e vince una Coppa Italia nel 2002. Ma sono anche gli anni in cui il calcio italiano gli mostra la sua faccia più oscura.
Nell'autobiografia Almeyda parla delle flebo ricevute prima delle partite. Dice che gli dicevano che erano vitamine. Dice che prima di scendere in campo era capace di saltare fino al soffitto. Dice che il calciatore non fa domande. Dice che poi, con gli anni, ci sono stati ex calciatori morti per problemi al cuore, altri che soffrono di problemi muscolari cronici. La sua ricostruzione — volutamente prudente nei nomi e nei giudizi — rimane comunque una delle più esplicite che un ex calciatore abbia mai fatto riguardo a certe pratiche di quel periodo del calcio italiano.
Poi c'è la storia di Roma-Parma del 3 giugno 2001, l'ultima giornata del campionato, la partita che assegna lo scudetto alla Roma. Almeyda racconta di voci che circolavano negli spogliatoi prima del fischio d'inizio, di compagni che in campo non correvano come al solito. Dice di aver chiesto la sostituzione e di essere andato in panchina. La storia è stata smentita, e Almeyda nel tempo ha preso le distanze da alcune sue affermazioni. Ma il fatto che l'abbia scritta dice qualcosa del clima di quegli anni. E dice qualcosa della sua impossibilità di tacere su ciò che lo disturba.
Al Parma c'è anche la storia degli ultrà. Dopo un gestaccio di sfida rivolto verso la curva in risposta agli insulti ricevuti, venti tifosi lo aspettano fuori dallo stadio. Almeyda lascia il Tardini nel bagagliaio della macchina dei suoceri. La settimana successiva si presenta alla partita scortato da un gruppo di rugbisti argentini. Un ultrà grande e grosso lo ferma con la pancia: devi chiedere scusa ai tifosi. Almeyda risponde che non chiede scusa per qualcosa che non ha fatto.
Non è un aneddoto divertente. È il ritratto fedele di un uomo che, anche quando è vulnerabile, non conosce la postura della resa.
Giù negli inferi
Dall'estate del 2002 al 2004 Almeyda è all'Inter. E sono anni neri, più che nerazzurri.
Due infortuni gravi lo tengono lontano dal campo per lunghi periodi. Il corpo — che per tutta la carriera ha retto dieci sigarette al giorno e a un rapporto complicato con l'alcool — inizia a presentare il conto. La depressione arriva silenziosamente, come arriva sempre, senza bussare. Almeyda in quegli anni di Milano non riesce ad alzarsi dal letto certi giorni. Va da Moratti e gli dice che non vuole più giocare. Moratti non capisce, o capisce ma non sa cosa fare. Lo staff psicologico dell'Inter diagnostica attacchi di panico. Almeyda, inizialmente, rifiuta qualunque trattamento.
Poi c'è il disegno. Sua figlia piccola, un giorno, gli porta un foglio su cui ha disegnato un leone. Non un leone fiero, non un leone ruggente ma unleone vecchio. Almeyda guarda il disegno e qualcosa si muove dentro di lui. Inizia a parlare con uno psicologo. Sua moglie lo affianca. Lentamente, molto lentamente, comincia a emergere.
Nel frattempo, in uno dei suoi ritorni ad Azul, beve cinque litri di vino, racconta. Finisce in coma etilico. Per smaltire, al mattino, corre cinque chilometri finché vede il sole che gira. Un dottore gli fa cinque ore di flebo. Quando si sveglia e vede tutta la famiglia intorno al letto, pensa che sia il suo funerale.
Dice che sarebbe stato uno scandalo, se si fosse saputo. All'epoca giocava nell'Inter.
Alma y vida
Dopo l'Inter ci sono il Brescia, poi alcune esperienze minori in Argentina e Uruguay. In quegli anni Almeyda annuncia più volte il ritiro, salvo poi tornare sempre, di nuovo, in campo. Nel 2009 ritorna al River Plate. Il finale è mesto: il River retrocede per la prima volta nella sua storia in Primera B, e Almeyda decide che è il momento di smettere. Questa volta, per sempre.
Pochi giorni dopo diventa l'allenatore del River Plate.
C'è qualcosa di cinematografico nel modo in cui Almeyda passa da una parte all'altra della panchina senza un giorno di pausa. Come se sapesse già cosa fare. Come se l'identità di allenatore fosse stata in attesa da anni, seduta in un angolo della sua psiche con la pazienza di chi sa che arriverà il suo turno.
Il River è appena retrocesso — per la prima volta in centodieci anni di storia — e lui deve riportarlo su. Non è un compito agevole. È una missione emotivamente devastante per chiunque ami il club.
Almeyda la compie in un anno. Vince la Primera B Nacional nel 2012 e riporta il River in Primera División. È il tipo di storia di cui si nutrono i miti calcistici sudamericani: l'ex grande giocatore che salva il club della sua vita, che redime il passato con la panchina. L'esonero arriva nel novembre del 2012, con la squadra a metà classifica. << Per me è stato un onore, dice. Non ho rimpianti.>>
È il 14 febbraio 2026. È il giorno di San Valentino. Il Ramón Sánchez-Pizjuán di Siviglia ospita uno scontro salvezza tra la squadra di casa e l'Alavés. Almeyda, dopo aver calciato via una bottiglietta, viene allontanato dal campo di gioco. Gli occhi spiritati, le rughe tirate. Spintona chiunque gli si avvicini. Non ha mezze misure, Almeyda. Non le ha mai avute. In lui convivono la radice spagnola del padre le origini calabresi ella madre, l’anima india della bisnonna e, naturalmente, quella argentina di Azul. Almeyda raccoglie identità come si raccoglie la posta: tutte insieme, in disordine, senza separarle troppo. Non è un caso che il titolo della sua autobiografia, uscita nel 2012, suoni come una sintesi imperfetta di questa molteplicità.
Alma y Vida. Anima e vita.
Due cose che sembrano la stessa, ma che poi, effettivamente, non lo sono.