Costantino Rozzi, i calzini del destino: la storia del Presidentissimo dell'Ascoli
“Ma chi sono quei pazzi che trascorrono il pomeriggio festivo a vedere una partita di calcio?”. Costantino Rozzi se lo chiede spesso, affacciato alla finestra della sua casa a due passi dallo Stadio Cino e Lillo Del Duca (all'epoca delle Zeppelle), osservando con sincero stupore la marea umana che sbraita per un pallone.
È un geometra di successo, un uomo tutto d’un pezzo che misura la vita in cubature di cemento e putrelle d’acciaio. Non sa ancora che quel “morbo” che deride sta per travolgerlo. Nel giugno del 1968 accetta la presidenza dell’Ascoli convinto di restare pochi mesi, giusto il tempo di far quadrare i conti. Invece, finirà per consegnarci la citazione più celebre del calcio marchigiano: “L’Ascoli è come una malattia, quando ti si attacca non ti lascia più.”
Una provincia alla conquista dell’Olimpo
L’Italia di quegli anni è un Paese in fermento, sospeso tra il boom economico e le prime inquietudini sociali. In questo scenario, Ascoli Piceno è una splendida cittadina di cinquantamila anime che rischia di restare in disparte. Rozzi capisce prima di tutti che il calcio non è solo sport, ma un “fatto sociale”, una pedina di lancio per riscattare un intero territorio.
Sotto la sua ala, l'Ascoli smette di essere una "squadretta" di provincia per diventare la Regina delle Marche, la prima società della regione a violare il tempio della Serie A nel 1974. È un calcio artigianale, dove la società è composta dal Presidente, una segretaria e, al massimo, una centralinista. Rozzi fa tutto: amministrazione, mercato, persino il giardiniere per assicurarsi che il manto del Del Duca sia all'altezza dei club del Nord.
Il costruttore e lo Stadio dei Cento Giorni
Costantino è un uomo del fare. Quando l’Ascoli approda in Serie A, si accorge che il vecchio impianto è inadeguato. Non aspetta burocrazie: si reinventa costruttore di arene. In soli tre mesi, lavorando giorno e notte su tre turni da otto ore, amplia lo stadio portandolo a 34.000 posti.
È lo “stadio dei cento giorni”, un miracolo edilizio compiuto sotto gli occhi degli ascolani che seguono i lavori come fosse una faccenda di famiglia. Ma la sua firma è ovunque: la sua impresa costruisce o rinnova gli stadi di Lecce, Avellino, Benevento e Campobasso. Eppure, confessa con la sua solita schiettezza: “Quando lavoro per uno stadio mi sento Rozzi presidente, e non Rozzi imprenditore, perciò ai soldi penso poco”.
Il sodalizio con Mazzone: una promessa d’onore
Se Rozzi è l’anima dell’Ascoli, Carlo Mazzone ne è il cuore pulsante. Il loro legame nasce da un dramma sportivo: nel 1968, Mazzone si rompe una gamba in un derby contro la Sambenedettese. Carletto è disperato, ha una famiglia da mantenere e vede la carriera finire.
Rozzi interviene con una generosità d’altri tempi: “Carlo, non ti preoccupare, guarito o no starai sempre con me”. Lo rassicura persino che, se non dovesse funzionare come allenatore, gli troverebbe un posto nella sua impresa di costruzioni. Insieme, i due "ruspanti" portano l’Ascoli dalla Serie C alla Serie A in quattro anni. Il legame è così forte che Rozzi dichiarerà anni dopo: “Se Mazzone decide di andarsene non gli sparo, ma lo faccio rapire, sequestrare”.
Calzini rossi, lupini e il Processo del Lunedì
I nostalgici del calcio anni '80 lo ricordano per i suoi riti. Il Presidentissimo vive la partita in panchina, sudato, scattante, quasi nevrotico. Sgranocchia lupini e indossa sempre i suoi iconici calzini rossi, simbolo di forza e battaglia. Con quei calzini spuntati da completi eleganti, l'Ascoli "proletario" batte il Milan "capitalista" di Silvio Berlusconi a San Siro nel 1986.
Rozzi diventa un’icona nazionale grazie al Processo del Lunedì di Aldo Biscardi. È l’uomo che dice “pane al pane”, che bisticcia con gli arbitri per difendere i suoi ragazzi e che accumula due anni di squalifiche per troppo amore.
Sotto la sua guida, l’Ascoli vive 14 campionati di Serie A, vince una Mitropa Cup nel 1987 e la Red Leaf Cup in Canada nel 1980. È orgoglioso della sua provincia e chiede spesso al fido Tonino Carino: “Caro Tonino, se non ci fossimo noi chi parlerebbe di Ascoli nel mondo?”.
L’Eredità del Presidentissimo
Costantino Rozzi se ne va il 18 dicembre 1994, una domenica di calcio, mentre il suo Ascoli vince 3-0 contro il Pescara. Oltre ventimila persone affollano la Cattedrale per l’ultimo saluto, testimoniando un vuoto che oggi appare incolmabile.
Oggi l’eredità di Rozzi non è solo nei ricordi. È nella sede universitaria di Architettura, che la città vanta grazie alle sue battaglie politiche e sociali degli anni Settanta. È nella Curva Sud del Del Duca che porta il suo nome. Ma soprattutto, è in quella statua di bronzo seduta nei giardini di corso Vittorio Emanuele: Costantino è lì, con i suoi calzini rossi, a guardare idealmente lo stadio.
È un luogo di culto dove i nonni portano i nipoti per raccontare di quando una piccola città di provincia sfidava i giganti e vinceva, mossa da un uomo che amava così tanto la sua squadra da confessare: “Quando l'Ascoli perde mi vien da piangere.”