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Harry Kewell, Fisico di cristallo

Si chiama Harry e fa magie. Ma è australiano e non inglese, e di cognome fa Kewell e non Potter. Quando giocava era Kewell The Jewell. Perché era di una bellezza rara? Sì, ma non solo…
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Harry Kewell - Illustrazione di Tacchetti di Provincia

Harry Potter, così come partorito dalla fantasia della geniale J.K. Rowling, è un ragazzino londinese nato con poteri magici, che durante il suo periodo di permanenza nella scuola di magia di Hogwarts deve fare i conti con Lord Voldemort, il signore oscuro, che utilizza la magia per incutere terrore nelle persone.

Harry Kewell è un ragazzo australiano, non è nato mago ma lo è diventato nel corso della sua carriera (in Inghilterra lo chiamavano, appunto The Wizard). Anche lui aveva delle qualità particolari che lo rendevano diverso dai suoi compagni, ma durante il suo percorso ha dovuto scontrarsi con… sé stesso. Con il suo fisico cagionevole, che spesso lo costringeva a passare più tempo in infermeria che non in campo.

Mai come nel caso di Harry Kewell si può parlare di “talento cristallino”. Perché oltre a risplendere di lucente bellezza, era anche terribilmente fragile.

Harry inventa, Viduka fa gol: il Leeds di O’Leary

La vita di Harry (Kewell) cambia per sempre quando ha appena 15 anni, e riesce a superare un provino con il Leeds United. Si trasferisce subito in Gran Bretagna, anche e soprattutto grazie alle origini inglesi del padre, che gli permettono di ottenere un permesso di lavoro immediato (cosa che non avviene al connazionale Brett Emerton, che superò anch’esso il provino, ma che dovrà aspettare quasi 10 anni per approdare in Premier).

Kewell è un talento precoce, che a 17 anni ha già esordito con la Nazionale Maggiore dell’Australia. A colpire gli osservatori degli whites è il suo meraviglioso piede sinistro, con il quale pare onestamente di poter fare ciò che vuole, e che va a compensare un fisico non ancora sviluppatissimo.

Da Leeds non si muoverà per parecchio tempo, facendo parte della più bella squadra al mondo in grado di vincere niente, ossia il Leeds United di David O’Leary, di cui è un perno fisso insieme all’altro “canguro” Mark Viduka. Lo schema è molto semplice: Harry inventa, Mark fa gol. Punto.

Ma, come abbiamo già visto nella storia di Mark Viduka, quella del Leeds di inizio anni 2000 sarà una favola tanto bella quanto effimera. Basterà un alito di vento, una irreversibile crisi economica, a far scomparire una delle compagini calcistiche più divertenti e ricche di talento nella storia della Premier League.

Un addio con polemica

Ma se gli altri della banda di O’Leary se ne andranno a malincuore dal club, lasciando comunque nei tifosi uno splendido ricordo, Harry Kewell lo fa nel modo peggiore: sbattendo la porta.

Litiga con tutti: allenatore, compagni e società. Fà di tutto per farsi cacciare, per lasciare lo Yorkshire.

Non contento, una volta ottenuto ciò che voleva, decide di trasferirsi al Liverpool. Squadra che ad Elland Road non gode di molte simpatie. E nelle sue prime parole in maglia Reds non risparmia coltellate all’ex club.

Ma un qualsiasi sceneggiatore gli avrebbe suggerito di trasferirsi nel Merseyside, soprattutto se avesse già letto il finale. Questro transfer gli permette infatti di vivere da protagonista un’altra “squadra dei sogni”: il Liverpool di Rafa Benitez. Che se in patria non riusciva a cavarci un ragno dal buco, in Europa la fa da padrone, sollevando al cielo la Coppa dei Campioni più pazza del mondo sotto il cielo di Istanbul.

La prima conferenza stampa di Harry Kewell da giocatore del Liverpool

Kewell The Jewell

Già. Istanbul.

Diciamocela chiaramente. Se il Milan non si fosse inaspettatamente dissolto nel secondo tempo e fosse riuscito a mantenere il vantaggio di 3 reti fino alla fine, Kewell sarebbe stato cacciato a calci nel sedere da buona parte della Kop.

Gioca mezzora in quello sciagurato primo tempo. Malissimo. Sembra il decimo del calcetto che nessuno vuole. Lento, spaesato, costantemente anticipato. Ed esce infortunato. L’ennesimo guaio fisico che non fa che acuire l’ironia sul suo conto.

Lo chiamano Kewell The Jewell. Il gioiello. Tanto bello quanto fragile.

Graziato dalla vittoria dei suoi compagni di squadra, viene confermato da Benitez, fermamente convinto delle sue qualità. Ma i problemi fisici lo perseguitano costantemente.

I momenti memorabili in maglia Liverpool si contano sulle dita di una mano, come la partita contro il Charlton in cui risulta decisivo con un gol e un assist.

Nel 2008 i Reds decidono di disfarsi dell’australiano, mettendolo sul mercato.

Harry Kewell assist e gol decisivo nella partita del Liverpool contro il Charlton

Il mago in Turchia

Kewell è stato realmente a un passo dall’Italia. Juventus, Roma, Milan, Fiorentina. Tante le squadre che vorrebbero contrattualizzare il ragazzo di Sydney. Ma, un po’ le richieste di ingaggio, un po’ l’incognita sulle sue condizioni fisiche. Sta di fatto che, alla fine, non se ne fa nulla.

Harry finisce in Turchia, al Galatasaray. Osannato dai tifosi, scrive due ottime pagine della propria carriera. Gioca con maggiore continuità (ma non troppa, perché ha comunque caviglie di gesso), segna tanto e segna bene.

Sfiora anche un clamoroso titolo con una delle Australia più forti di sempre, invitata nel 2011 a partecipare alla Coppa d’Asia (perché la ridicola Coppa d’Oceania è, da sempre, un close contest a favore dei canguri).

Kewell, Cahill, Neill, Schwarzer trascinano la squadra di Holger Osieck fino alla finale, dove a imporsi è il Giappone di Zaccheroni.

Il punto più alto nella sua storia in nazionale, grazie soprattutto a Fabio Grosso e a Francesco Totti, che li eliminarono ai Mondiali del 2006.

Il re dei What If

Dopo qualche annata qua e là tra Australia e Qatar Harry Kewell chiude la sua carriera presto. Troppo presto.

Maledetto fisico che non gli ha permesso di esprimersi quasi mai al meglio. Maledetto fisico che ci ha privato di gran parte del suo talento.

Era un esterno col numero 10. Uno di quelli che parte largo per poi tagliarti dentro il campo, tra le linee. In uno di quei movimenti che mandano in crisi le fasi difensive avversarie.

Gli inglesi hanno un termine per appellare gli atleti che non rispettano le aspettative create: sono dei what if.

Ecco. Se un giorno tutti i What If del mondo dovessero partecipare alle Olimpiadi, avrebbero probabilmente già trovato il proprio portabandiera.

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