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Corea del Sud, nessuna lacrima

Tra favori arbitrali e aiutini abbastanza palesi, quella del 2002, allenata da Guus Hiddink, era comunque una grande Corea, in grado di scrivere la storia nel Mondiale ospitato in casa propria. Una favola per cui nessuno, al momento della brusca interruzione, ha versato la benché minima lacrima.
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Sogni_infranti_corea_del_sud_2002

Se si pensa alla Corea Del Sud del 2002, nazionale ospitante dei Mondiali di Calcio, insieme al Giappone, il pensiero, soprattutto qui in Italia, corre subito all’odioso e inadeguato Byron Moreno, e al suo scellerato arbitraggio che costò alla nostra Nazionale l’eliminazione agli ottavi di finale, e che rese palese a tutto il pianeta Terra come ci fosse un piano, orchestrato da chissà chi, volto a favorire i padroni di casa, per mandarli il più avanti possibile.

In realtà sarebbe bene scindere questa associazione di idee e immagini.

In primis perché se è stato effettivamente scandaloso l’arbitraggio dell’ecuadoregno contro gli azzurri, non migliore sarà quello dell’egiziano Gamal Al-Ghandour ai quarti di finale, dove a recitare il ruolo di vittima sacrificale sarà la Spagna.

In secondo luogo perché non vengono mai citati i meriti di quella Corea Del Sud e del proprio condottiero Guus Hiddink. In grado di rilevare una selezione dove c’era poco di buono e di condurla, seppur con parecchi aiuti, fino a uno storico quarto posto finale.

Il c.t. olandese è e resterà la prima persona in assoluto a ottenere la cittadinanza onoraria sudcoreana.

Un futuro arancione

Tutto ha inizio nel gennaio del 2001. La Corea Del Sud si avvicina al Mondiale di Calcio ospitato nella propria nazione, dove è intenzionata a non fare la solita comparsata, come accaduto in quasi tutte le altre edizioni.

Viene stilato un programma di avvicinamento che dovrebbe aiutare una selezione con poca esperienza ad altissimi livelli a prepararsi tecnicamente, tatticamente e pure psicologicamente. Si va da amichevoli di prestigio, contro superpotenze del pallone (in una di queste gli asiatici riusciranno a battere nientemeno che il Brasile), alla partecipazione, con una specie di wild-card, alla Gold Cup, l’equivalente del nostro Europeo del Nord-Centro America.

Ma non basta, serve di più.

Si teme un’altra figura barbina, come quella che i coreani hanno collezionato all’ultimo Mondiale, quello di Francia ’98, dove escono sconfitti e umiliati (pesante in particolare la cinquina subita dall’Olanda, in quella che a Seul tutti riconoscono come “la tragedia di Marsiglia”).

Serve un bravo allenatore, anzi, un guru. Qualcuno che sappia non solo istruire la squadra e metterla in campo con un certo raziocinio, ma che possa anche tracciare una linea utile per il futuro, cambiare le abitudini, rivoluzionare un’intera cultura calcistica.

Viene scelto Guus Hiddink, olandese della Gheldria, allenatore formatosi al PSV, e poi finito pure in Turchia e Spagna, con le esperienze al Fenerbahce, al Valencia, al Real Madrid e al Betis Siviglia.

Mossa furba, oltretutto, quella di scegliere un commissario tecnico olandese. Perché con la mancata qualificazione della Nazionale Orange di Louis Van Gaal alla rassegna iridata, i coreani si assicurano in questo modo il tifo anche di tutto il popolo dei tulipani.

La rivoluzione di Hiddink

Hiddink rispetta le attese, e rivoluziona tutto.

Sconfigge lo scetticismo iniziale, con i media coreani che lo accusano di non aver preso l’impegno con la necessaria serietà, riuscendo a cambiare un universo sportivo di tipo prevalentemente universitario, molto più simile agli Stati Uniti che non al Vecchio Continente.

I principi saranno sostanzialmente tre.

Uno: condizione fisica. Dev’essere eccellente, se si vuole sopperire all’inferiore tasso tecnico nei confronti degli avversari. E qui Guus trova vita facile, dal momento che il sistema di preparazione fisica sudcoreano, unito alla dedizione al lavoro degli atleti asiatici e alla loro propensione alla fatica, consente di impostare un lavoro che potrebbe andar bene anche per entrare nei Navy Seals, figuriamoci per correre a perdifiato per 90 minuti.

Due: disciplina tattica. E qui saranno innumerevoli le lezioni che il c.t. dovrà impartire non solo ai propri giocatori, ma anche agli stessi colleghi sudcoreani, per far sì che i propri giocatori già nei rispettivi club (e quasi tutti giocano proprio nel Campionato Sudcoreano) abbiano un certo tipo di imprinting.

Tre: tecnica individuale. Va curata,migliorata, altrimenti non si va da nessuna parte. In particolare il palleggio, dal momento che Hiddink si è reso conto di quante volte la Corea abbia il pallone ma lo getti alle ortiche in malo modo. Non va bene, soprattutto al cospetto dei calciatori più forti al mondo.

Da un punto di vista del modulo, si va di 3-4-3, in puro stile olandese.

In poco tempo i risultati del lavoro del tecnico iniziano subito a farsi vedere.

Una trionfale fase a gironi

Girone H. Insieme alla Corea del Sud ci sono il Portogallo,la Polonia e gli Stati Uniti.

Il 4 giugno 2002, a Busan, con 50mila spettatori sugli spalti, l’esordio. Di fronte, la Polonia di Jerzy Engel. Squadra dotata sicuramente di struttura fisica, ma che da un punto di vista tecnico concede sogni di gloria al pubblico di casa.

Dopo 26 minuti di equilibrio la sblocca al volo Sun Hong Hwang. Da lì in poi è dominio totale dei padroni di casa, che trovano anche il raddoppio a inizio ripresa con il povero Yoo Sang Chul, che 2 anni fa un tumore al pancreas si è prematuramente portato via.

Molto più dura la seconda partita del girone, contro gli Stati Uniti, che di quel Mondiale, insieme proprio alla Corea e alla Turchia, saranno l’autentica squadra-rivelazione. Sembra girare tutto storto, con il vantaggio a stelle e striscie di Clint Mathis, l’infortunio di Park Ji Sung (azzoppato dal macellaio Hejduk) e pure il rigore che Friedel para a a Lee Young Eul. A 12 dalla fine ci pensa Ahn Jung Hwan, da poco acquistato dal Perugia di Gaucci, a livellarla.

1-1, buon risultato. Ma la sensazione è che per la qualificazione sarà dura, dal momento che l’ultima partita vedrà i ragazzi di Hiddink contro il Portogallo. Una squadra, quella lusitana, che può contare sul talento di gente come Figo, Rui Costa e Sergio Conceiçao, alla quale manca solo una prima punta di spessore (di lì a breve Cristiano Ronaldo colmerà questo vuoto).

Contro i portoghesi la Corea del Sud scrive il proprio masterpiece di quel Mondiale. Partita perfetta, studiata nei minimi dettagli. Portoghesi che si innervosiscono  e perdono la testa, rimanendo addirittura in 9 per le espulsioni (entrambe sacrosante, a scanso di equivoci) di Joao Pinto (rosso diretto) e Beto (somma di ammonizioni). Il terzino Song Chong Gug annulla letteralmente Figo, e a 12 dalla fine ci pensa il ristabilito Park Ji Sung a regalare vittoria e qualificazione alla propria nazionale, tra il visibilio del pubblico di Incheon.

L'incubo Moreno

Agli ottavi di finale il sorteggio non è però benevolo, come nella fase a gironi. La Corea del Sud, infatti, se la dovrà vedere contro l’Italia di Trapattoni. Che seppur un tantino zoppicante nella fase a gironi, rimane una delle favorite per la vittoria finale.

Alla mente dei tifosi azzurri, soprattutto di quelli un po’ più in là con gli anni, torna subito un'altra Corea, quella del Nord, che ad Inghilterra ’66 eliminò Facchetti e compagni con un gol di Pak Doo Ik, il dentista per anni più odiato d’Italia.

Ma diciamo che a qualcuno, al momento del sorteggio, è scappato ben più di un sospiro di sollievo.

Il Daejeon World Cup Stadium è un vero e proprio inferno rosso. Azzurri con diverse assenze, in particolare quelle di Nesta e Cannavaro. In mezzo giocano Iuliano e Maldini, accentrato con il conseguente inserimento di Coco a sinistra. Davanti però c’è un Bobo Vieri in forma smagliante, supportato dalla classe di Alessandro Del Piero e Francesco Totti, quest’ultimo reduce non solo dallo scudetto vinto con la Roma, ma anche da un Europeo del 2000 giocato ad altissimo livello.

Moreno parte subito male,perdendo il controllo di una sfida con parecchi colpi proibiti. L’Italia passa comunque in vantaggio grazie al solito Vieri, ma viene raggiunta a 2 minuti dalla fine da Ki Hyeon Seol, perso da Panucci. Vieri poi fallisce da 2 passi la clamorosa palla della qualificazione, e la partita scivola ai supplementari.

Nel frattempo è cominciato anche il Byron Moreno Show. Il fischietto ecuadoregno fischia subito un dubbio rigore ai padroni di casa, poi parato da Buffon, poi nega un clamoroso rigore su Totti, a 10 dal termine, e chiude entrambi gli occhi sulla gomitata che Kim Tae Young (già ammonito) rifila a Del Piero e sull’intervento stronca-carriera di Hwang Sung Hong ai danni del povero Zambrotta.

Ai supplementari fa di meglio. Rosso a Totti per simulazione, con Di Livio che a momenti mette le mani in faccia all’arbitro, e gol regolare annullato a Tommasi (con la preziosa collaborazione dell’assistente argentino Rattalino). Se non si fosse in Asia, sembrerebbe una corrida.

Trapattoni è una furia in panchina, prende a calci ogni cosa che transiti nel suo raggio d’azione. Gli azzurri però, a onor del vero, dopo aver rischiato di nuovo il golden gol con Gattuso, ci mettono del loro. Il gol di Ahn al minuto 117 è una svista della nostra difesa.

Italia furibonda, ma eliminata. Corea avanti, a sorpresa. Chi l’avrebbe mai detto.

La seconda vittima: la Spagna

In molti irridono gli azzurri, per quella cocente eliminazione. Ma si accorgeranno presto di quanto fossero giustificate le rimostranze di Maldini e compagni.

Ai quarti di finale i ragazzi di Hiddink trovano la Spagna di Camacho. Squadra che non è nemmeno l’embrione dell’equipo che, nel giro di qualche anno, vincerà praticamente tutto.

La Corea Del Sud uscirà vincente dalla lotteria dei calci di rigore, ma durante i 120 minuti, al netto della comunque ottima prestazione dei padroni di casa, si assisterà a un ulteriore scandalo.

L’arbitro egiziano Ghandour annulla un autorete di Kim Tae Young per un misterioso fallo che vede solo lui. Quindi, all’over time, spezza la gioia anche di Morientes, perché secondo lui il pallone, al momento del cross di Joaquin, era uscito. Balle.

Ce n’è da ambo le parti, perché Hierro, tutt’un tratto, cammina sul petto di Ahn, senza venire neppure ammonito. Tutto buono.

Ai rigori l’impietosa legge del calcio vuole che l’errore decisivo sia quello del migliore in campo, Joaquin, che si fa parare la conclusione da Lee Won Jae. Fuori anche le Furie Rosse.

La Corea del Sud va in semifinale e scrive la storia.

Fine della corsa

Il principio per cui quello del calcio sia “un gioco semplice, in cui 22 giocatori si contendono la palla, e alla fine vince la Germania” non sfugge nemmeno nel lontano Oriente.

In semifinale la Germania di Rudi Voller riesce a eliminare la Corea Del Sud e l’intero sistema che l’ha sin lì favorita. Non senza patemi tuttavia, dal momento che il gol decisivo di Ballack arriva solamente al minuto 75.

I coreani perderanno anche la tanto pirotecnica quanto inutile finalina per il terzo/quarto posto contro la sorprendete Turchia.

I tifosi, tuttavia, tributeranno tutti gli onori del caso a Guus Hiddink e ai suoi ragazzi. Molti di loro, grazie a quella vetrina, riusciranno pure a strappare qualche contratto nel calcio europeo.

È un finale davvero strano, quello di questa favola. Nonostante un sogno inevitabilmente spezzato, non piange proprio nessuno.

Non piangono i coreani, già paghi di essere arrivati fino a dove sono riusciti. Non piangono le altre, che non vedevano l’ora che arrivasse l’eliminazione di una squadra che, al netto dei propri meriti, ha goduto sicuramente di un qualche tipo di appoggio.

L’impresa però resta. E non c’è Byron Moreno o arbitro egiziano che tengano.

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