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Vincenzo Italiano, niente limiti, solo orizzonti

Uno dei mister più bravi e preparati della recente Serie A, Italiano deve parte del suo successo a un direttore sportivo di appena 25 anni. Che gli dà fiducia ad Arzignano, scoprendo una specie di Italian Guardiola. E non solo per la qualità del gioco delle sue squadre.
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Vincenzo Italiano - Illustrazione Tacchetti di Provincia

A volte il colpo di genio si riduce semplicemente a un sano e innocente attimo di follia.

Siamo nel maggio del 2017. Mattia Serafini ha 25 anni, ma nonostante la giovane età è già il direttore sportivo dell’Arzignano Valchiampo, formazione della provincia di Vicenza che milita in serie D.

Il presidente del club Lino Chillese sogna di portare il Grifone nel calcio professionistico, e ha incaricato il suo giovane ds di trovare un allenatore che possa trainare la squadra verso questo obiettivo.

Ma il nome che gli viene proposto non lo convince appieno. Da giocatore, in Veneto, lo conoscono tutti, perché è stato per anni capitano e bandiera del Verona, prima e soprattutto, e del Padova poi. Ma da allenatore, diciamo che non ha iniziato splendidamente il proprio percorso.

È appena retrocesso in Eccellenza con la Vigontina San Paolo. In precedenza ha fatto il vice di Dal Canto a Venezia e ha guidato gli Allievi della Luparense.

Eppure a Serafini è bastata una chiacchierata e una stretta di mano per capire che è quello giusto.

Chillese si convince, e Vincenzo Italiano diventa il nuovo allenatore della squadra.

Proprio così. L’allenatore che oggi con la Fiorentina sta incantando tutti, in Italia e non solo, e che Zdenek Zeman ha indicato come suo possibile erede, deve parte della propria fortuna a un ragazzo di 25 anni.

Che magari un giorno potrà dire di aver scoperto il nuovo Pep Guardiola.

Il nuovo Pirlo, con il mito di Albertini

Le similitudini con il catalano allenatore del City non nascono solo dal bel gioco proposto dalle sue squadre. Proprio come Pep, infatti, Italiano, rasato e affezionato più alla felpa che al completo di rappresentanza, è stato un regista di centrocampo, ordinatissimo con i piedi, e a cui forse è mancata solo un po' di velocità.

Nato quasi per caso in Germania, a Karlsruhe, ma siciliano di origine, Italiano ha avuto una rapidissima ascesa.

A 15 anni l’esordio in D, con il Partinico Audace. A 16 anni quello in C1, vestendo la maglia del Trapani. A 19 Luigi Cagni lo fa debuttare in Serie A, in un Bologna-Verona finito malissimo per gli ospiti, 6-1.

A Verona rimane quasi ininterrottamente fino al 2007. Anzi dovremmo dire fino al 2009, perché 2 stagioni le gioca sempre nella città scaligera, ma con la maglia del Chievo. È quella dell’Hellas, tuttavia, a rappresentare per lui una specie di seconda pelle.

Il suo primo gol in serie A è destinato a passare addirittura alla storia.

Arriva il 5 novembre del 2000, con una sassata dalla distanza che non dà scampo a Sebastian Frey. Vincenzo non ci crede, e se ne corre a perdifiato sotto la curva. Ma un minuto prima ha preso un giallo, e all’epoca vige una regola che prevedeva il cartellino per il giocatore che, durante l’esultanza, abbandona il terreno di gioco. Quella rete darà il la a una serie di discussioni in seno alla Fifa, che deciderà poi di abolire quella odiosa regola, che a Italiano costa l’espulsione.

Dopo gli anni a Verona, ne trascorre 4 a Padova. Per capire l’importanza rivestita nei meccanismi di gioco biancoscudati, basta ascoltare le parole del suo ex allenatore Carlo Sabatini: “per gli altri dargli la palla non era un consiglio, ma un ordine”.

A Lumezzane l’ultima tappa della carriera di un play che ha sempre avuto in Albertini il proprio modello, ma che molti poi hanno paragonato ad Andrea Pirlo.

L'inizio della scalata

Con quasi sempre una dozzina di fogli in mano, in cui riversa schemi, idee e pensieri, e che spesso perde per strada, Italiano disegna la sua prima opera: l’Arzignano.

A Raphael Odogwu il compito che spetterà poi a Dusan Vlahovic, e che oggi tocca ai vari Jovic e Cabral: prima punta nel 4-3-3, e dunque regista offensivo, in grado di venire incontro a calamitare palloni per poi gettarsi nello spazio. Gli elementi cardine sono gli esterni, difensivi e offensivi; sono loro a dover far saltare il banco. In mezzo al campo piazza un suo simile, un regista in grado di dettare i tempi (e c’è molto di suo nel Mondiale 2022 che Amrabat gioca con il Marocco). Sulle rive del Chiampo tocca invece a Luis Maldonado, a cui riesce persino a far segnare 14 gol.

Quell’Arzignano non centrerà la promozione, sotto la sua guida. Ma i suoi insegnamenti, e il cambio di filosofia che impone, getteranno le basi per il lavoro che l’anno seguente proseguirà Daniele Di Donato, che il salto di categoria, invece, lo otterrà eccome.

E gli faranno guadagnare la chiamata del Trapani, con cui arriva secondo dietro la Juve Stabia, salvo poi vincere i play-off, battendo il Piacenza nella finale decisiva.

Proprio a Trapani, nei muri dello spogliatoio, fa scrivere il suo motto, che non abbandonerà mai e che tanto ci dice sul suo spirito, sulla sua determinazione: “Niente limiti, solo orrizonti”.

The Italian Guardiola

Mentre ancora partecipa al corso di Coverciano, per ottenere il patentino Uefa Pro, sale ancora di categoria, finendo ad allenare lo Spezia in Serie B. E anche in Liguria Italiano impatta subito bene.

Promozione al primo anno, salvezza in A il secondo. Il tutto con una squadra non dotata di mezzi economici troppo importanti.

Gli manca un centravanti, così convince il direttore a prendergli Mbala Nzola, attaccante francese svincolato che ha già allenato in Sicilia. In porta, dopo l’infortunio di Zoet, lancia Ivan Provedel, venuto in Liguria per fare il secondo, forse anche il terzo, e che faticava ad avere mercato in serie B.

Il suo Spezia gioca a calcio. Molto bene. Difende compatto e riparte. Sono lui e De Zerbi i nomi più in voga nei salotti buoni del nostro football, quando si parla di “bravi allenatori italiani”.

L’estate successiva a parole pare che molti debbano fare a gara per accaparrarselo. Si parla di Sassuolo, Genoa, addirittura di Napolo. Invece, proprio come la signora dalle belle ciglia, tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Tanto che, quasi a ridosso dall’inizio della stagione ufficiale, la permanenza in riva al Mar Ligure pare l’ipotesi più accreditata. Non che sia indigesta al buon Vincenzo, ma quando senti il profumo di certe pietanze, è normale che ti venga voglia di assaggiarle.

Ma a Firenze accade qualcosa di inaspettato, improvviso. La Fiorentina straccia il contratto, praticamente già firmato, con Gennaro Gattuso per delle divergenze, chiamiamole così, sul mercato in entrata.

Al momento della chiamata, in parecchi avrebbero onestamente rifiutato, per non sentirsi seconda ruota del carro. Vincenzo invece accetta, perché è troppa la voglia di portare anche in Europa il suo credo.

Ora che la sua Viola viaggia eccome, molti cominciano ad accorgersi davvero di quanto il buon Mattia Serafini aveva notato qualche anno prima. Quando gli allenamenti finivano con Italiano e Chillese a sfidarsi nei calci di punizione: il presidente con le scarpe, il mister a piedi scalzi.

Perché dove gli altri vedono limiti, Vincenzo Italiano nota solo orizzonti.

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