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Francesco Calzona, mi manda Marek

Da secondo di Sarri e Spalletti a nuovo allenatore del Napoli. Francesco Calzona e la propria vita, cambiata all’improvviso da una chiamata di Hamsik.
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Francesco Calzona - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Arezzo. Distributore di benzina. Un uomo è intento a fare rifornimento alla propria automobile, quando all’improvviso il telefono squilla:

“Pronto? Ciccio? Sono Marechiaro. Come stai? Senti, che ne pensi di venire a fare l’allenatore della Slovacchia?”

Una proposta così, su due piedi, fatta da uno che per anni della Nazionale slovacca è stato capitano e leader tecnico: Marek Hamsik (che a Napoli poi ha ricevuto il secondo battesimo in “Marechiaro”, appunto).

Un sasso lanciato nel tranquillo stagno del povero Ciccio, all’anagrafe Fabrizio Calzona, nato a Vibo Valentia, che con Marechiaro, da secondo di Maurizio Sarri, ha condiviso anni indimenticabili proprio a Napoli. Una domanda da far tremare le gambe anche al più solido e diritto degli scienti del football.

Da un lato la possibilità di coronare quel sogno non avveratosi con la palla ancora tra i piedi: quello di entrare nell’Olimpo del calcio, giocando contro i giocatori migliori negli stadi più belli.

Dall’altro anche la responsabilità di vedere scritto il proprio nome al termine della formazione. Di dover scegliere in prima persona, decidere e determinare.

Fine di un percorso e inizio di un ulteriore sentiero. Che sempre Napoli, oggi, ha come minimo comune denominatore.

La ricetta segreta

“Il Napoli annuncia ufficialmente che Fabrizio Calzona sarà il nuovo allenatore della prima squadra”

La notizia è di ieri: l’ennesimo ribaltone voluto dal presidentissimo Aurelio De Laurentiis, costretto dai risultati ad esonerare il vecchio amico Walter (Mazzarri) per provare a dare un ulteriore scossone a una stagione che, così negativa, proprio nessuno se l’aspettava.

La scelta ricade su Ciccio Calzona probabilmente per un motivo abbastanza semplice: conosce Napoli e il Napoli, avendoci lavorato non solo come collaboratore di Sarri ma pure con Luciano Spalletti. E chissà che non sia riuscito a leggere sbirciando la ricetta, ora segretata manco fosse quella della Coca Cola, che ha portato l’anno scorso gli azzurri a conquistare un memorabile Scudetto, finendo per sfiorare anche l’impresa europea.

Si dice sia di Calzona l’intuizione di Mertens “falso nueve”, nata nel momento in cui il Napoli, vedovo di Higuain, passato al nemico bianconero, rimane pure orfano di Milik, vedendo frantumarsi il ginocchio del polacco, sostituto designato del Pipita, senza oltretutto avere in casa uno straccio di alternativa nel ruolo di centravanti.

Si dice sia stato lui a inventarsi il “cervello Lobotka”, motorino di quella perfetta sinfonia da molti volgarmente definita “centrocampo del Napoli”.

Si dice fosse lui a studiare gli avversari, preparando le adeguate contromosse tese a sferrare i colpi decisivi.

Per cui non aspettatevi che, una volta varcati i cancelli di Castelvolturno, il buon Ciccio si limiti semplicemente ad alzare il telefono e a chiedere, al Sarri o allo Spalletti di turno:

“Mi spieghi mister, come si fa?”

Tra Maurizio e il caffè

Francesco Calzona ha una propria storia. Iniziata, a dispetto delle radici calabresi, in Toscana, proprio come in due titolari di dicastero con cui ha lavorato.

Una carriera da calciatore professionista terminata molto presto, giusto il tempo di un paio di presenze con la maglia dell’Arezzo. Una carriera da dilettante ben più lunga, fino all’ultima fermata: Tegoleto, Civitella in Val di Chiana, uscita lato sinistro.

Lì Calzona, giocatore al crepuscolo, conosce Maurizio Sarri, allenatore in rampa di lancio. Il primo si sta adoperando come venditore ambulante di caffè, il secondo a quello in campo alterna un ulteriore proficuo lavoro in banca. Gente pratica, venuta dal mare. Gente che si capisce al primo sguardo, e a volte non serve nemmeno quello.

Calzona inizia da solo, con Castiglionese e Torrita. Poi accetta di condividere il proprio percorso con il buon Maurizio, in tutte le tappe antecedenti al successo (Avellino, Perugia, Verona, Grosseto, Alessandria e Sorrento). Anni di grandi idee senza il tempo di metterle in pratica. Anni di amarezze e delusioni, da mettere via come esperienza per il futuro. Anni di esoneri e cambi di panchina, utili a capire il limite oltre il quale è bene non spingersi.

Anni che gli danno però il diritto di trovar posto sul carro dei vincitori quando il gioco di Sarri finisce su tutti i giornali, e quando quella filosofia diventa “Sarrismo”, persino per la Treccani.

Da quel carro scende solamente al momento in cui gira i propri cavalli in direzione-Londra (Chelsea per la precisione). E dopo una scappatella cagliaritana con Eusebio Di Francesco, ecco un altro toscano entrare nel suo destino: Luciano Spalletti, fiorentino di Certaldo. Con cui trova ago e filo per cucire il terzo tricolore sulle maglie del Napoli.

Una gioia mai vissuta. Perché ad agosto Marechiaro ha chiamato. Dettando nuovi orizzonti nella mappa calcistica di Ciccio.

Slovacchia mia!

È una Nazionale molto giovane, la Slovacchia. Un libro tutto da scrivere.

Tolte le prime amichevoli, giocate come stato fantoccio della Germania Nazista, la prima vera partita, a seguito della disgregazione della Cecoslovacchia, e alla conseguente scissione dalla Repubblica Ceca, è datata 14 ottobre 1992: amichevole vinta 1-0 contro la Lituania.

Nel secondo decennio del 2000 arrivano i primi risultati importanti: prima con Weiss, che qualifica la squadra per la prima Coppa del mondo della propria giovane storia, nel 2010, e poi con Kozak e Tarkovic, abili a renderla non più speranza ma solida realtà nel contesto europeo.

Poi un brusco calo, coinciso anche con il deterioramento dato da usura dei documenti di identità dei vari Skrtel, Kucka e Vittek. Oltre che, ovviamente, dello stesso Marek Hamsik.

Quando le terga di Calzona si poggiano per la prima volta sulla panchina della Nazionale dei Falchi, i dubbi e le perplessità che il mister trascina con sé vengono ben presto spazzati via.

Il mantra è il 4-3-3. Lo sviluppo del gioco sarà però più verticale (quasi alla Klopp). Senza nessuna ossessione di dominio del gioco a qualunque costo: “se l’avversario si dimostra più forte non ci resta che limitarlo”.

Hamsik tiene duro ancora un pò, poi la squadra ha perso la sua principale fonte di talento. Ma questo permette un gioco più corale, meno eliocentrico. Con Skriniar a guidare la difesa e Lobotka a dettare i tempi, proprio come Calzona aveva intuito potesse fare anche in maglia azzurra (e il risultato è ancora cucito nelle maglie dei suoi ex compagni Zielinski, Anguissa, Politano e compagnia non più cantante). Davanti Bozenik riferimento centrale, al resto pensano gli esterni estrosi: da Suslov a Mak, da Haraslin a Schranz.

Con Calzona alla guida, nelle qualificazioni per gli Europei, la Slovacchia, inserita in un girone a dirla tutta, Portogallo a parte, non impossibile, parte male, perdendo contro l’Azerbaigian e pareggiando con la Bielorussia. Ma è Nations League, per cui pazienza.

Cambia marcia quando il girone inizia sul serio. Fa soffrire maledettamente il Portogallo, sia a Bratislava (gol di Bruno Fernandes) che ad Oporto (risicato 3-2 lusitano). Poi, tolto un pareggio iniziale in casa contro il Lussemburgo, mette in fila tutte le altre. Cadono nell’ordine, come barattoli in un tiro a segno: Bosnia, Islanda, Liechtenstein (2 volte di fila), lo stesso Lussemburgo, ancora Islanda e ancora Bosnia.

22 punti. 17 gol fatti, solo 8 subiti. I Falchi chiudono secondi dietro il Cristiano Ronaldo e soci, e conquistano il pass per il Campionato Europeo

Rieccomi, Napoli!

Ecco. La Slovacchia è il biglietto da visita gigante che Calzona porterà con sé. Quando tornerà a Napoli, per scrollarsi di dosso, anche solo per un po', o per pochi, il seppur vero appellativo di “secondo di…”.

La ricetta segreta per far luccicare questo Napoli, a volte addirittura overperformare, l’ha sicuramente letta. Anzi, alcuni ingredienti ce li ha messi di tasca sua.

Ora deve innanzitutto scacciare un po' di demoni, di spettri e di fobie. Di una squadra che, dopo aver vinto, anzi stravinto, si è resa di nuovo conto della propria umana, e perciò assolutamente mortale, natura.

Porterà le sue idee, senza necessità di stuprare tatticamente quelle del povero e volenteroso Walter Mazzarri. Porterà la sua mentalità e il suo credo, di chi ha saputo far riconquistare il cielo anche ai falchi slovacchi. Porterà forse anche la rabbia di chi si è perso, seppur per motivi più che validi, uno dei momenti sportivi più belli mai vissuti all’ombra del Vesuvio.

Porterà soprattutto il sorriso, la voglia e la determinazione. Di un 55enne che pensava che a Napoli ci sarebbe potuto andare al massimo a vendere caffè. E che ora vede il suo cognome scritto al termine di una delle grandi del nostro calcio

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