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Gigi Meroni sorridente con i capelli lunghi e la maglia numero 7 del Torino
03 Settembre 2026

Gigi Meroni, la farfalla granata controcorrente

Luigi "Gigi" Meroni è stato uno dei talenti più fulgidi, creativi ed iconici del calcio italiano degli anni Sessanta. Soprannominato la "Farfalla Granata" per la leggerezza impareggiabile con cui danzava sulla fascia destra, Meroni ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale e stilistica sia in campo che fuori. Cresciuto tra Como e Genoa, consacrato nel Torino dal presidente Orfeo Pianelli e amato alla follia dai tifosi — che scesero in piazza per bloccarne la cessione alla Juventus — il numero 7 si distinse per il suo spirito beat, la passione per la pittura, per la moda e una celebre storia d'amore controcorrente con Cristiana Uderstadt. La sua parabola si è spezzata tragicamente la sera del 15 ottobre 1967 in corso Re Umberto a soli 24 anni.
Scritto da Simone Balocco

Torino è la prima capitale italiana: lo è dal 17 marzo 1861 al 2 febbraio 1865, per poi passare il testimone a Firenze, la quale il 3 febbraio 1871 lo cede definitivamente a Roma. Torino è anche, in coabitazione con Genova, la prima capitale del calcio in Italia (ops, football): bisogna tornare a domenica 8 maggio 1898, quando quattro squadre (di cui tre sabaude) si giocano il primo titolo italiano. A vincere è il Genoa. A Torino nasce la FIGC e ancora oggi la città della Mole si conferma uno dei centri calcistici più importanti del Paese.

Si dice che Torino sia granata, perché sotto la Mole ci sono più tifosi del Toro che della Vecchia Signora, sostenuta invece in tutta Italia. Pensi al Torino e il pensiero va subito al Grande Torino e alla sua eterna aura. Il Toro è una squadra con una storia immensa, tanta garra e tifosi abituati a vivere momenti drammatici. Uno su tutti: ciò che avviene alle 17:03 del 4 maggio 1949, la data funesta per antonomasia del calcio nostrano. È la strage di Superga, dove muore il Grande Torino.

Un altro momento luttuoso della storia del club granata ha un’altra data: domenica 15 ottobre 1967. Per capirlo bisogna spostarsi di settecento metri dalla stazione di Porta Nuova verso sinistra: in corso Re Umberto, al civico 46, c’è un cippo che ricorda Luigi Meroni, detto “Gigi”, che quella domenica muore a soli 24 anni. In quel momento è il giocatore più amato dalla tifoseria ed è stimatissimo a livello nazionale. Un calciatore diventato mito, icona e non plus ultra della storia del Toro.

Ma chi è davvero Luigi Meroni, detto “Gigi”? Ve lo raccontiamo.

L’infanzia a Como, la voglia di riscatto e gli anni tra Lario e Genoa

Luigi Meroni nasce a Como il 24 febbraio 1943, mentre la guerra sembra non finire mai. La famiglia Meroni non se la passa bene: il padre muore quando Luigi ha solo due anni e mamma Rosa, tessitrice, si trova a mandare avanti la baracca con quattro figli sulle spalle. Arrivare a fine mese è una scalata. Il giovane Luigi aiuta in casa e, grazie al lavoro della madre, sviluppa una forte passione per la moda. Ma ha soprattutto un sogno: diventare un calciatore.

Gioca con il fratello in strada, su campi improvvisati dove se cadi ti sbucci le ginocchia, ma se segni tocchi il cielo con un dito. Il ragazzino ci sa fare e cresce nell’oratorio di casa. La sua prima vera squadra è la Libertas San Bartolomeo, ma il Como lo adocchia e lo porta nel proprio settore giovanile. Nella stagione 1960/1961 i lariani militano in Serie B. In precedenza, a quindici anni, Gigi sostiene un provino con l’Inter, ma mamma Rosa si oppone al trasferimento del figlio in un’altra città in età così tenera.

Meroni debutta in prima squadra con la maglia del Como il 4 febbraio 1962, imponendosi nel ruolo di ala destra. In due stagioni colleziona 26 presenze e attira l’attenzione dei club di categoria superiore. Si fa avanti il Genoa: il Grifone è neopromosso in Serie A dopo due anni di cadetteria e stacca un assegno sostanzioso per portarlo in Liguria. Gigi lascia così le acque quiete del lago per approdare nella città di mare più famosa d’Italia.

Sotto la Lanterna, Meroni rimane due stagioni: la prima annata della squadra è complicata, ma la seconda va decisamente meglio e l’ala si fa amare dai tifosi a suon di giocate e sei gol. Gran parte del merito della sua crescita va a mister Benjamín Santos. Meroni si trova in una piazza calda e appassionata; la società capisce che quel ragazzo può essere l’uomo della provvidenza per riportare il club ai vertici dopo anni di magra.

L’arrivo a Torino: un beat e anticonformista sotto la Mole

Al termine di quella stagione Meroni non passa inosservato e su di lui si scatena l’asta. La spunta il Torino del presidente Orfeo Pianelli, imprenditore meccano-tessile alla guida del club dal 1963. Pianelli vuole Gigi a tutti i costi e sborsa ben 300 milioni di lire. La notizia della cessione fa andare su tutte le furie mister Santos, che rientra prima dalle vacanze per protestare e rassegnare le dimissioni (morirà tragicamente poco dopo in un incidente stradale in Spagna).

Luigi Meroni diventa così un giocatore granata. La squadra è pronta a tornare competitiva e a lottare per quel tricolore che sulla sponda granata del Po manca dai tempi della leggendaria formazione guidata da Valentino Mazzola.

Nella sua prima stagione al Toro, Meroni trova in panchina Nereo Rocco, mentre Pianelli affianca al suo estro giocatori come Fossati, Brighenti, Simoni e il giovane Carelli. Del ragazzo colpisce una duplice natura: la semplicità in campo e l’estrosità fuori. Siamo a metà anni Sessanta, un periodo in cui si respira aria di rivoluzione nelle strade. Meroni è un beat: si veste in modo anticonformista, porta la barba e i capelli lunghi, sembra un bohème. Tutto appare, tranne che il classico calciatore dell’epoca.

Anche la sua vita privata fa discutere. Dal 1962 è legato a Kristiane “Cristiana” Uderstadt, giovane ragazza polacca figlia di giostrai italo-tedeschi. La coppia è bellissima e glamour, ma Cristiana ha una particolarità agli occhi della società del tempo: è sposata, sebbene separata di fatto dal marito. Nel 1964, in un’Italia senza divorzio, convivere in attesa dell’annullamento della Sacra Rota provoca inevitabilmente un gran scalpore.

La sfortunata parentesi ad Inghilterra '66

Dopo la tragedia di Superga, soltanto due giocatori granata vengono convocati per i Mondiali fino a Cile '62: Carapellese e Moro per il Brasile nel 1950 e Ferrini per la spedizione cilena. Per i Mondiali inglesi del 1966, il CT Edmondo Fabbri decide di portare oltremanica Rosato e proprio Meroni.

Fino a quel momento Gigi ha collezionato cinque presenze in Nazionale (tutte in amichevoli ravvicinate tra marzo e giugno), mettendo a segno due reti. Non parte tra i titolari in terra d'Albione, ma rappresenta una risorsa preziosa per il gioco di Fabbri. Purtroppo il Mondiale si rivela disastroso per gli Azzurri, eliminati dalla Corea del Nord a Middlesbrough il 19 luglio 1966. Un’eliminazione umiliante che spingerà la Federcalcio a bloccare l’ingaggio di calciatori stranieri dall’estero. Meroni gioca soltanto il match contro l’URSS, perso per 2-1. A dire il vero, il rapporto tra “Topolino” Fabbri e Gigi non è idilliaco, proprio a causa della troppa stravaganza del giocatore fuori dal campo e della sua folta capigliatura.

Torino ai piedi della “Farfalla Granata”

In tre stagioni al Torino, Meroni entra definitivamente nel cuore dei tifosi: è forte, ha classe pura, salta l'uomo con facilità e fa sognare il pubblico. Lo battezzano la “Farfalla Granata”, perché sul terreno di gioco sembra volare da quanto è leggero ed elusivo. L’ala destra mette a segno ben 25 reti in campionato: un bottino enorme per un esterno dell'epoca.

Molti tifosi — torinesi e non — iniziano ad amarlo anche come icona culturale: è il tempo dei capelloni, della moda alternativa e i giovani vedono nel talento comasco un simbolo di libertà. Le ragazze impazziscono per lui. Meroni alimenta il suo mito dipingendo quadri e passeggiando per il centro di Torino con una gallina al guinzaglio. Qualcuno nota una straordinaria somiglianza, fisica e tecnica, con George Best, stella nascente del calcio europeo e idolo del Manchester United. Diversi nella vita privata, in campo sembrano gemelli, persino nel numero impresso sulla schiena: il 7.

L’incidente del 15 ottobre 1967: la tragedia

Il calcio italiano ha trovato in Gigi Meroni il suo nuovo fuoriclasse. Dopo la disfatta inglese, ci si chiede se non debba essere lui il perno su cui ricostruire la Nazionale. La Juventus posa gli occhi su di lui da tempo e nell’estate del 1967 tenta il colpo del secolo: 750 milioni di lire sul piatto. Pianelli, spinto dalla piazza in rivolta, dice "no". Peraltro Gigi a Torino, sponda granata, sta benissimo e non manifesta alcuna intenzione di cambiare maglia.

Il campionato 1967/1968 vede il Toro ai nastri di partenza con l'obiettivo di migliorare il settimo posto della stagione precedente. Nelle prime quattro giornate, i ragazzi del nuovo mister Edmondo Fabbri (subentrato a Rocco) perdono con il Vicenza, battono il Brescia, pareggiano 1-1 con la Fiorentina e superano in casa la Sampdoria per 4-2. Meroni firma il gol del temporaneo 1-0 contro le Rondinelle.

Che squadra, quel Toro: Lido Vieri tra i pali, difesa con Fossati e Poletti, centrocampo guidato da capitan Ferrini e Moschino e in avanti il duo Meroni-Combin, autore fino a quel momento di quattro reti.

Gigi è carico e l’ambiente ribolle d'entusiasmo: domenica 22 ottobre è in programma il derby contro la Juventus. È la prima sfida contro i bianconeri dopo il gran rifiuto estivo. I granata non vincono la stracittadina da tre anni. Quel derby si concluderà con uno storico 0-4 per il Torino, con una tripletta di Nestor Combin e un gol del numero 7. Dunque segna Meroni? No, a segno va Alberto Carelli.

Perché Gigi Meroni quella partita non la gioca. Per capirlo bisogna tornare alla sera di Torino-Sampdoria e precisamente in corso Re Umberto, al civico 46.

Di consueto mister Fabbri tiene la squadra in ritiro fino al lunedì, ma la vittoria contro i blucerchiati spinge i giocatori a chiedere un "rompete le righe" anticipato, che l'allenatore concede. Meroni si incammina verso casa con il compagno e amico Fabrizio Poletti. Gigi non ha avvisato Cristiana del suo rientro: la ragazza si trova a casa di un'amica. Si sentono per telefono da un bar di corso Re Umberto e Cristiana gli spiega dove trovare le chiavi dell'appartamento.

Meroni e Poletti attraversano il corso, che a quell'ora è molto trafficato. Si fermano a metà carreggiata in attesa del momento buono per passare. Istintivamente fanno un passo indietro per schivare un'auto, ma non si accorgono che dalla direzione opposta sta arrivando una Fiat 124 Coupé. Poletti viene urtato di striscio, mentre Meroni viene preso in pieno: viene sbalzato in aria, cade sulla corsia opposta e viene travolto da una seconda vettura. Il giocatore viene trasportato d’urgenza all’ospedale Mauriziano con un grave trauma cranico e lesioni multiple: muore intorno alle 22:30. Ha soli 24 anni e a dicembre si sarebbe dovuto sposare con Cristiana.

La notizia cala sulla città come un fulmine a ciel sereno: è morto il calciatore più amato del momento, è volato via un ragazzo nel fiore degli anni. Alla guida della Fiat 124 c'è un diciannovenne tifosissimo del Torino, strappato per Meroni: si chiama Attilio Romero.

Per i sostenitori granata è un atroce tuffo nel passato, un lutto che riapre la ferita mai rimarginata di Superga, avvenuta diciotto anni prima. Le esequie si tengono il 17 ottobre nella chiesa dei Santi Angeli Custodi. A celebrare il funerale è don Francesco Ferraudo, cappellano della società. Inizialmente la Curia esita a concedere la funzione religiosa a causa della situazione sentimentale "irregolare" del calciatore, ma alla fine la città può riabbracciare per l'ultima volta la sua "Farfalla Granata": oltre ventimila persone scendono in strada per salutarlo.

Il destino vuole che la domenica successiva il Toro travolga la Juve 4-0. A segnare l'ultimo gol è proprio Carelli, l'amico che ha ereditato la "sua" maglia numero 7.

Il nome di Attilio Romero torna drammaticamente d'attualità nel 2000: il 13 giugno "Tilli" viene nominato presidente del Torino. I tifosi insorgono, incapaci di accettare che l'uomo che travolse (seppur involontariamente) il loro idolo guidi la società. Romero, rimasto segnato a vita da quel drammatico incidente, racconterà di aver sempre conservato nel portafoglio una foto di Gigi come un santino e di essere persino sceso in piazza, nell'estate del '67, per protestare contro la vendita di Meroni alla Juve.

Cosa rimane oggi di Gigi Meroni

Nel 2007 la giunta comunale di Torino decide di omaggiare la memoria del campione posizionando un cippo nei pressi del luogo dell'incidente: un blocco di granito scuro con in cima un campo da calcio stilizzato, un pallone e la foto in bianco e nero di un ragazzo con la barba e i capelli lunghi, un fermo immagine eterno degli anni Sessanta. Ancora oggi quel cippo è meta di un pellegrinaggio laico in ricordo del numero 7.

Chissà cosa avrebbe regalato al calcio se non avesse attraversato quel corso in una maledetta sera d'autunno. Ancora oggi i tifosi del Toro ricordano quel ragazzo poco più che ventenne, arrivato con le stimmate del predestinato ed entrato dritto nel cuore della gente. Piaceva tutto di lui: la classe cristallina sul campo, ma soprattutto il suo modo libero di vivere la vita. I capelli lunghi, i baffi, l'amore per una donna separata, lo stile beat, le passeggiate con la gallina al guinzaglio, la pittura e la moda. Era così creativo da disegnarsi gli abiti da solo e da dipingere quadri fantastici, tra cui un autoritratto consegnato da Cristiana al Museo del Grande Torino.

Questo è stato Gigi Meroni: una farfalla granata volata via troppo presto in una fredda sera di ottobre, ma rimasta posata per sempre nel cuore di chiunque ami il calcio.

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