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Il portiere sovietico Lev Yashin in completa divisa nera mentre entra in campo durante una partita negli anni '60
24 Luglio 2026

Come Lev Yashin ha rivoluzionato il ruolo del portiere

La storia di Lev Yashin: dalle difficoltà iniziali alla vittoria del Pallone d'Oro 1963. Come il "Ragno Nero" ha cambiato per sempre il ruolo del portiere.

Tra vecchi filmati d’epoca in bianco e nero e il passaparola nostalgico di appassionati non più così giovani, l’apprezzamento per Lev Yashin rimane scolpito nel tempo. Le sue doti atletiche fuori dal comune e una personalità d'acciaio lo hanno condotto nell'Olimpo più esclusivo del pallone. Ma come in ogni grande storia di successo, prima di toccare la gloria c'è stato il buio. 

Dalle "papere" sul prato al ghiaccio dell'hockey

I primi passi del giovane Lev con la maglia della Dinamo Mosca non assomigliano per nulla a quelli di un futuro mito. Le sue primissime apparizioni tra i pali sono costellate da episodi sfortunati, uscite a vuoto, scontri fortuiti con i propri difensori e la sensazione di un ragazzo smarrito.

“Contro terra cela la faccia, a non veder l’amara luce”, scriveva Umberto Saba nel suo celebre componimento Goal, raccontando la solitudine devastante e la responsabilità tremenda dell’essere portiere. E Yashin quella responsabilità la sente tutta. Viene messo da parte, ma la luce nasce dall'ombra. Cambia campo, ma non attitudine: si aggrega alla squadra di hockey sul ghiaccio della Dinamo Mosca, arrivando persino a vincere la Prima Coppa Sovietica nella storia del club.

La svolta calcistica arriva quando il titolare della prima squadra, il mitico Aleksej Chomič, subisce un infortunio grave. La sezione calcistica richiama quel ragazzo altissimo e reattivo. Da quel momento in poi, la storia cambia marcia: nel 1956 vince l’oro olimpico a Melbourne con l'URSS e nel 1960 si laurea campione d'Europa in Francia, incassando appena due gol nell'intero torneo.

Il fortino dell'area e il Pallone d'Oro 1963

Ciò che consacra Yashin per sempre nella leggenda arriva nel 1963, quando la rivista francese France Football gli assegna il Pallone d’Oro. Ancora oggi, rimane l’unico portiere nella storia ad aver sollevato quel trofeo.

Ma dove sta la vera rivoluzione di Yashin? Non si tratta dell'antenato dello "sweeper keeper" moderno (il portiere-libero reso celebre da Manuel Neuer in tempi recenti), ma di una concezione coraggiosa e dinamica del ruolo. Rispetto ai colleghi dell'epoca, bloccati e ancorati sulla linea di porta, Yashin esce. Padroneggia l'area di rigore in uscita alta e bassa, fa di quei sedici metri il suo personale fortino.

A questo unisce una fama leggendaria da para-rigori. Alle domande su quale fosse il suo segreto nel duello dagli undici metri, rispondeva con la disarmante semplicità dei più grandi: "Mi gonfio il petto e mi faccio più alto, così il rigorista vede un portiere sempre più grande e una porta sempre più piccola, il che mi diverte".

L'ultimo baluardo dell'immaginario sovietico

Come spiega Jonathan Wilson nel suo saggio La Piramide Rovesciata, Yashin diventa un’icona al punto che un'intera generazione di bambini russi inizia a sognare di indossare i guantoni. Un paradosso, se si pensa che in quasi tutto il mondo il ruolo del portiere era riservato al meno dotato coi piedi.

In Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda, l'estremo difensore non è una scelta di ripiego: è l’ultimo baluardo della patria, l'eroe romantico che si frappone tra il pericolo e la difesa dei propri colori.

Quando nel 1971 appende i guantoni al chiodo a 41 anni, allo stadio di Mosca si radunano 103.000 spettatori, mentre le richieste di biglietti superano di sette volte la capienza dell'impianto. La maglia interamente nera, i riflessi felini e i gesti atletici lo consegnano alla storia con il soprannome di "Black Spider" (il Ragno Nero).

Perché quando un uomo viene associato a un animale, nell'immaginario collettivo diventa qualcosa di superiore a un semplice atleta. Sarà stato pure un ragno, ma nessuno, nella storia del calcio, si è dimostrato così grande tra i pali.

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