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Rey Volpato, O'Rey della provincia

Per la stampa era "il nuovo Bobo Vieri": un giovane numero 9, freddo sotto porta e letale negli ultimi 20 metri.

Dagli esordi col Padova fino al Trofeo Di Viareggio, vinto, da capocannoniere, con la Juventus. Poi, complici soprattutto gli infortuni, Rey Volpato si è spostato in provincia. Dove ha incrociato la sua strada con grandi allenatori, come Pioli, Sarri e Conte.

E dove, per tutti, è diventato "O'Rey".
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Invervista a Rey Volpato - Illustrazione Tacchetti di Provincia

Cosa ci fa Rey Volpato nel campionato veneto di Eccellenza?

Dagli esordi tra i professionisti con la maglia del Padova fino al Camisano, la sua attuale squadra. Passando per la Juventus di Capello, allenandosi al fianco di campioni come Buffon, Cannavaro, Del Piero, Ibrahimovic e molti altri. Ma dovendo pure fare in conti con tanta, troppa sfortuna.

Quello che la stampa definiva come “il nuovo Christian Vieri” oggi è un comune attaccante di provincia, che 36 anni non ha perso la voglia di giocare a pallone.

Siamo andati a incontrarlo, a farci una chiacchierata al Tennis Padel Camisano Xenia, di fianco a quello che oggi è il suo stadio, il “Giovanni Dal Maso” di Camisano Vicentino.

Ed è stato proprio lui a rispondere alla domanda che tutti si fannno: cosa ci fa Rey Volpato in Eccellenza?

“Amo il calcio. È stata la mia passione e per tanto tempo il mio lavoro. Ho ancora la voglia di giocare, e i vari step della mia carriera mi hanno portato fino a qui. Ho sempre vissuto non molto distante da qui, a Sant’Angelo di Piove di Sacco, in provincia di Padova. E ora il Camisano è la mia realtà. Finchè avrò voglia e mi divertirò, andrò avanti”.

Il nuovo Vieri

Segni particolare: attaccante. Con quali caratteristiche? Ti chiamavano “il nuovo Bobo Vieri”

“All’inizio facevo l’ala, quando ero molto giovane. Poi sono diventato un attaccante d’area puro. Forte di desta, dotato di buona tecnica. Ho sempre dato il mio meglio negli ultimi 20-25 metri”

Rey tra i dilettanti

Un attaccante come te, con il tuo trascorso, come viene trattato dagli avversari in Eccellenza? C’è del timore reverenziale, oppure proprio perché sei Rey Volpato battono ancora più duro?

"C’è rispetto, e questa è la cosa più importante. Poi molti ragazzi giovani non mi conoscono, alcuni nemmeno sanno chi sono. Con i giocatori più navigati c’è sempre stato rispetto. Poi quando inizia la partita c’è agonismo, sano agonismo. Nessuno si tira indietro, ognuno cerca di fare il suo. Ed è giusto che sia così”

Rey, mentore e guida

I tuoi compagni invece? Ti chiedono consigli? O qualche aneddotto sul tuo passato?

“Qualche domanda me la fanno. C’è curiosità, è normale. Ho giocato in una delle Juventus più forti della storia. E ciò che ho imparato cerco ora di trasmetterlo agli altri. Io stesso voglio essere d’aiuto ai ragazzi, soprattutto i più giovani, che giocano con me. E cerco sempre di far crescere le società per le quali gioco”

Gli inizi

Ripercorriamo la tua carriera andando in ordine cronologico: dalla Santangiolese passi al settore giovanile del Padova.

“Con la Santangiolese ho giocato davvero poco, un anno soltanto. Poi sono passato al Padova, con cui ho fatto tutta la trafila delle giovanili fino all’esordio e al primo anno da professionista in serie C”

Rey, ti vuole la Juventus

Ricordi il momento in cui qualcuno ti ha detto: “Rey, ti vuole la Juventus!”?

“Tutto è successo in ritiro. C’erano parecchi club interessati a me, in Italia e all’estero. Io a Padova stavo bene, e ho sempre messo il Padova davanti a tutto. Poi quando ho saputo della Juventus, è chiaro che qualcosa è cambiato. Si trattava di una grande occasione, in un grande club. Oltretutto, da piccolo ero pure tifoso bianconero. Quando le due società hanno trovato l’accordo, sono andato pieno di motivazioni”

Dal Padova alla Juventus. Ricorda proprio l’inizio di carriera di un certo numero 10….

“Certo, Alessandro Del Piero. Ma anche Daniele Gastaldello è partito da Padova per andare alla Juve, e costruire una signora carriera”

Capitolo Juventus

Arrivi in una delle Juventus, lo dicevi tu prima, forse più forti della storia

“Assolutamente, e pensare che arrivo l’anno successivo alla cessione di due fenomeni come Zidane e Davids… Ma era una Juve comunque stratosferica, non ricordo nella storia bianconera una squadra così. Buffon, Trezeguet, Ibrahimovic, Del Piero, Nedved, Camoranesi… Molti di loro l’anno dopo, nel 2006, sono andati a vincere il Mondiale. Ma erano fortissimi anche coloro che facevano le riserve, come Zalayeta ad esempio. Era davvero una squadra fantastica”

È vero che la Juventus ti insegna ad avere la cosiddetta “mentalità vincente”?

“La realtà che ho trovato lì non l’ho trovata da nessun altra parte. È vero, non ho girato altri top club di livello europeo nella mia carriera. Ma la Juve è qualcosa di particolare. Nessuno te li impone, ma ti porta ad avere un certo tipo di mentalità. La stessa mentalità che mi ha accompagnato per tutta la carriera, ed è proprio quello che oggi cerco di trasmettere ai miei compagni”

Che allenatore era Fabio Capello? E com’era con i giocatori giovani come te?

“Cercava di trattare tutti nella stessa maniera, vecchi e giovani. A me in particolare continuava a ripetere: ‘ricordati che se sei qui, in Prima Squadra, te lo sei meritato e ci puoi stare’. Ti dimostrava di tenerci, veniva anche a vedere le partite della Primavera, proprio per far sentire i giovani parte del progetto. Per un giovane è uno stimolo incredibile. Aveva i suoi modi di gestire il gruppo, riusciva a capire le esigenze e anche i limiti di ciascun giocatore. Lo stesso Del Piero a volte finiva in panchina, ma il rispetto per lui come giocatore e per lui in quanto capitano non è mai mancato. E non è un caso che Del Piero abbia sempre e comunque segnato in quegli anni”

Con la Juventus vinci uno splendido Torneo di Viareggio, oltretutto da capocannoniere

“Non ho giocato tantissimo con la Primavera, ero quasi sempre in Prima Squadra. Ma anche quella era una squadra molto forte, con giocatori come Marchisio, Criscito, De Ceglie, Masiello. Claudio è quello che poi, probabilmente, ha fatto la carriera migliore. È stato uno dei top centrocampisti d’Europa, in anni in cui gli avversari si chiamavano Xavi e Iniesta. Una squadra come quella, a mio avviso, se la sarebbe giocata tranquillamente nella serie B attuale”

Se all’epoca fosse esistita la Juventus Next Gen, per gli avversari non ci sarebbe stata storia

“Oggi i giovani sono fortunati. È vero che il Campionato Primavera è un campionato importante, una bella vetrina. Ma giocare un campionato vero, con promozioni e retrocessioni, con avversari che ogni domenica al mille per mille, ti dà una grossa opportunità di crescita”

E a livello societario che Juventus era?

“Ho un ricordo bellissimo di quella struttura societaria. C’era tantissimo rispetto, non solo per Moggi, ma per tutto l’organigramma. Una cosa che non ho più trovato da altre parti. Quando Moggi entrava in spogliatoio per parlare, si bloccava tutto. Si percepiva l’importanza della sua figura”

Rey a Siena

Vieni mandato a Siena, in prestito, a farti le ossa. Arrivano anche i primi gol in Serie A. Raccontaci quell’Udinese-Siena

“Una partita memorabile. Vincemmo grazie anche a una mia doppietta. Rischiai pure l’hattrick, ma De Sanctis fece una grande parata. Furono 3 punti importanti, contro una grande Udinese. Per me fu una giornata unica. C’era pressione per un ragazzo giovane come me, ma fortunatamente è andato tutto bene. E ho coronato il sogno di ogni bambino: segnare in un campionato importante come la serie A”

A Siena devi fare anche i conti, tuttavia, con le prime sfortune

“Non molte settimane dopo la partita di Udine, sono passato dalle stelle alle stalle. Mi sono rotto il crociato, e ciò che avevo fatto prima di fatto si azzerò. Un vero peccato, perché mi sentivo davvero sulla cresta dell’onda

Arezzo

A lanciarti un salvagente ci pensa Antonio Conte, che a Siena era il vice di De Canio. E che quando viene chiamato all’Arezzo, in serie B, ti vuole a tutti i costi

“Conoscevo Conte dai tempi della Juventus. Lui si era già ritirato, ma si allenava ancora con la squadra. Il mister spinse tanto per portarmi ad Arezzo, e io, ingenuamente, forzai i tempi del rientro. Col risultato che mi trascinai per parecchio i postumi dell’infortunio. Ma non ho rimpianti: in quel momento volevo dire la mia, dare il mio contributo. Avevo troppa voglia di tornare a giocare”

Conte a un certo punto della stagione viene esonerato. Gli subentra Maurizio Sarri. Che allenatori erano all’epoca? Avevi la sensazione che avrebbero poi fatto la strada che hanno fatto?

“La forza di Antonio è la mentalità vincente. È un martello. Ma ad Arezzo era un Conte diverso. Ci faceva lavorare tanto, ma anche divertire. Per un giovane era il mister ideale. Facevamo bene, il gioco c’era. Ma i risultati non arrivavano. Perciò venne esonerato. Quando tornò, a marzo, era cambiato. Arrivavi quasi ad odiarlo da quanto ci martellava, ma ha portato una mentalità diversa, e da ultimi arrivammo quasi fino alla salvezza. È un allenatore incredibile, non è un caso se poi ha vinto ovunque è andato. Ti porta via tanto, da un punto di vista mentale e fisico, ma ti fa crescere e ti porta i risultati.

Sarri è un allenatore diverso. Quello che mi è rimasto impresso di lui è la quantità di soluzioni diverse sulle palle inattive, una cosa che all’inizio ci creò qualche difficoltà. E poi conosce perfettamente i giocatori. Sapeva dirci se questo o quel giocatore si gira 3 volte a sinistra e alla quarta magari va a destra. È un enciclopedia, ti faceva scendere in campo preparato. Anche per lui, poi, hanno parlato i risultati. Ho avuto la fortuna di essere allenato da due dei 3 allenatori, insieme ad Ancelotti, più bravi d’Europa”

Con l’Arezzo segni un gol molto particolare. Un gol del pareggio al 90esimo minuto al San Paolo di Napoli. Che effetto fa segnare in uno stadio così?

“Lo stadio del Napoli è qualcosa di diverso, inutile negarlo. Lo ha detto anche Cristiano Ronaldo. I tifosi del Napoli sentono la partita in modo molto particolare. E segnare quel gol è stata una delle più belle soddisfazioni della mia carriera, sapendo che non capita a tutti”

E il Napoli di oggi, lo vince lo Scudetto?

“Diciamo che può perderlo solo lui. Sta andando troppo forte. Secondo me può togliersi delle grosse soddisfazioni anche in Champions League”

Empoli, Piacenza, Gallipoli e Livorno

A proposito di Champions e di calcio europeo, con l’Empoli poi giochi anche un doppio turno di Coppa Uefa contro lo Zurigo. Com’è rapportarsi con il calcio al di fuori dei confini italiani?

“ In Europa il calcio è diverso. Ad Empoli poi non eravamo pronti per misurarci con squadre di una certa caratura. Io ho giocato anche in Under 21, con Gentile e Berrettini allenatori. Dovevo pure andare al Mondiale Under 20, prima di rompermi il crociato. Sono state esperienze molto formative, che mi hanno dato la chance di conoscere un tipo di calcio e di preparazione diversi da quello italiano

Cosa è successo a Piacenza? Quando sei fermato per un mese perché non potevi giocare con 3 club diversi?

“Semplice. La Juventus mi girò al Bari, senza mai farmi giocare. Dal Bari poi andai al Piacenza. Ma di fatto avevo indossato solo la maglia dell’Empoli. Il Piacenza fece reclamo, che infatti venne accolto. Mi sembrava una cosa assurda, ma fortunatamente tutto andò per il meglio”

E così arrivi a Piacenza, dove trovi un altro allenatore oggi sulla cresta dell’onda: Stefano Pioli

“Mister Pioli ha fatto un grandissimo lavoro col Milan, facendolo crescere e portandolo alla vittoria. Ha tenuto il passo di una grande come l’Inter, e lo ha fatto giocando bene a calcio, con una squadra giovanissima. E ha fatto germogliare due campioni, come Theo Hernandez e Rafa Leao. Ha fatto un grandissimo lavoro, e gli va riconosciuto, al di là delle difficoltà che ora può incontrare”

Tra le tue varie esperienze in prestito, è vero che a Gallipoli, a causa della situazione economica del club, eravate costretti a pagare di tasca vostra le trasferte, mangiando in autogrill?

“C’è stato un periodo molto critico dal punto di vista finanziario. Abbiamo anche protestato, fermandoci per un minuto dopo il fischio d’inizio. Qualcosa abbiamo dovuto metterlo noi, magari in trasferta, ma cose di poco conto. Non è vero che dovevamo pagarci l’albergo o mangiare in autogrill, a me almeno non è mai capitato. Conservo comunque un ottimo ricordo di Gallipoli, una cittadina bellissima. Poi sono arrivato a gennaio, quindi mi sono gustato i mesi primaverili in una località davvero unica”

Finisci poi a Livorno, dove a fare crac è il menisco

“Eravamo in ritiro, con Novellino. Ci infortunammo sia io che Russotto. Ci operammo lo stesso giorno e facemmo la riabilitazione insieme. Era destino, probabilmente. Persi 2-3 mesi, e tutto il lavoro che avevamo fatto in estate. Il vero problema, in quel momento, fu mentale. La testa cominciò a riempirsi di brutti pensieri. E se manca la testa, fai fatica a reagire e a tornare quello di prima”

Il presente

Da quell’infortunio inizia, giocoforza, il tuo percorso nei campionati dilettantistici. Delle varie stagioni che hai giocato in serie D, quali sono quelle che porti più nel cuore?

“Indubbiamente quella di Campodarsego, dove mi chiamavano O’Rei. È vero, mi ruppi di nuovo il crociato. Ma a metà stagione, tra campionato e Coppa Italia, avevo già segnato qualcosa come 22 gol. Era un anno magico, la palla mi toccava e andava dentro. Ero più giovane, e venivo dal calcio professionistico. Avevo un impronta fisica di altro tipo, ero davvero in grado di fare la differenza. In serie D avere quel tipo di preparazione è ovviamente più difficile.

Ora sei a Camisano. Come sta andando la stagione?

“Ho fatto 5 gol, troppo pochi. Siamo partiti molto bene, fino alla pausa invernale eravamo al terzo/quarto posto. Poi abbiamo fatto più fatica. Siamo arrivati anche in finale di Coppa Italia, una bella soddisfazione, anche se poi abbiamo perso. Ma c’è un gruppo davvero splendido, uno spogliatoio molto unito formato da ragazzi fantastici”

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