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Alvaro Recoba esulta dopo uno dei gol segnati in Venezia Fiorentina del 14 marzo 1999 allo stadio Penzo

La tripletta del Recoba contro la Fiorentina

Marzo 1999
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Il 14 marzo 1999 c'è un Penzo tutto esaurito per Venezia-Fiorentina. Arriva la prima della classe in corsa per lo Scudetto. E' la Fiorentina di Trapattoni, Batistuta, Rui Costa e Toldo.

Il Venezia è stato promosso dalla Serie B l’anno precedente e il Penzo rivede la Serie A dopo continue salite e discese. Zamparini presidente, Marotta DG e Gianni Di Marzio come DS. Basterebbe così. Ma in campo ci vanno i giocatori. E nemmeno l'allenatore Novellino.

In attacco c’è l'idolo Stefan Schwoch. Dal Milan arrivano Taibi e Maniero, Bilica dal Vitoria Bahia. A centrocampo Volpi e Valtolina, mentre la scommessa è l’attaccante brasiliano Tuta. Manca la stella ed infatti il campionato per il Venezia inizia malissimo tanto che è già data per retrocessa.

E qui entrano in gioco Marotta, Di Marzio e Zamparini. I tre decidono per un colpo che ad inizio anno avrebbe fatto sognare i tifosi ma a metà stagione lascia alquanto dubbiosi. E' Alvaro Recoba il prescelto e per far spazio al Chino viene sacrificato l’eroe della promozione Schwoch che va al Napoli.

A Venezia, però, c'è un pre e un post Recoba. Dall'arrivo dell'uruguaiano i lagunari iniziano a fare punti. Recoba dispensa gol ed assist. Il Venezia risale la classifica e in Laguna tornano a credere nella salvezza. I lagunari macinano punti battendo Bari, Roma, Perugia e Udinese, prima del match contro la Fiorentina.

In un Penzo stracolmo va in scena un match memorabile. I viola sono forti ma in campo non c’è partita. Di fronte a Batistuta, si rivela il fenomeno Recoba. Sono tre i gol di Recoba. Due dei quali su calcio di punizione.

È la partita che consacra definitivamente al nostro calcio Alvaro Recoba consegnandolo alla leggenda del Venezia. Leggenda che cresce ancor di più quando, di lì a pochi giorni, il Chino regala un’altra gioia al popolo veneziano: la certezza aritmetica della salvezza battendo per 3-1 l’Inter. Ma questa è un’altra storia.

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