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Roberto Mancini discute con l'arbitro sul prato di Wembley durante la finale persa dalla Sampdoria nel 1992

Il sogno spezzato della Sampdoria a Wembley

Maggio 1992
20

Il 20 maggio 1992 non è soltanto una data sul calendario. È il confine sottile dove una favola meravigliosa ha visto sfumare il suo lieto fine.

Wembley, il vecchio tempio del calcio. L’ultima notte della vecchia Coppa dei Campioni, prima di diventare Champions League. Sugli spalti, trentamila cuori blucerchiati arrivati da Genova con gli occhi pieni di speranza.

La Sampdoria di Paolo Mantovani e Vujadin Boškov non è lì per caso. È al culmine di un decennio irripetibile, condito dal trionfo dello Scudetto, di una Coppa Italia e di una Coppa delle Coppe. Di fronte, il Barcellona di Johan Cruijff, vestito d'arancione, pronto a imporre il suo calcio totale con Koeman, Laudrup, Stoichkov e un giovane Guardiola.

In campo è un duello di nervi, sospiri e rimpianti. Anche se i catalani dominano nel gioco e colpiscono un palo con Stoichkov, le occasioni più nitide sono blucerchiate ma Gianluca Vialli, di solito spietato, stavolta vede la porta stregarsi.

Poi, il destino decide di presentare il conto al minuto 111.

Un fischio dell'arbitro Schmidhuber per un contatto contestatissimo tra Invernizzi ed Eusebio gela il sangue del popolo doriano. Ronald Koeman prende la rincorsa e scaglia un destro a 112 chilometri orari che squarcia la barriera e trafigge Pagliuca.

In quel preciso istante non si sblocca solo una finale. Si chiude un’epoca.

Le lacrime disperate di Roberto Mancini e dei suoi compagni, seduti sul prato inglese, restano l'immagine più pura di quel sogno spezzato. Il preludio alla fine di un ciclo che vedrà la partenza di Vialli e, poco dopo, la scomparsa del grande Presidente Mantovani.

A noi resta la malinconia di un trionfo sfiorato, ma soprattutto l'orgoglio e la bellezza di una squadra che, in quella notte di Wembley, diventa meravigliosamente incompiuta e, proprio per questo, eterna.

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