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Luciano Re Cecconi, un tragico destino

Campione d’Italia con la Lazio, simbolo degli anni Settanta. Luciano Re Cecconi muore a 28 anni in uno scherzo finito male. Una storia che ancora oggi fa riflettere.
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Luciano Re Cecconi è il faro del centrocampo della Lazio campione d’Italia 1973/1974. Un calciatore di equilibrio e sostanza, “di lotta e di governo”, come si direbbe oggi. La sua vita si interrompe tragicamente a Roma, in una gioielleria, ucciso dal proprietario dell’esercizio che, convinto di trovarsi di fronte a una rapina, spara a bruciapelo. Re Cecconi stava simulando di avere una pistola in tasca. Uno scherzo finito nel peggiore dei modi. Aveva 28 anni. La sua morte, purtroppo, ha fatto giurisprudenza.

L’articolo 59 del Codice Penale introduce il concetto di “legittima difesa putativa”, definita come un insieme di circostanze non conosciute o erroneamente supposte dall’agente, anche in assenza di un pericolo reale.
Cosa c’entra il diritto penale con una storia di calcio? C’entra eccome. Perché Luciano Re Cecconi, senza volerlo, ha inciso una pagina importante della giurisprudenza italiana. La sua morte colpisce profondamente l’opinione pubblica e il suo caso diventa materia di studio nelle università italiane, durante le lezioni di diritto penale.

Ma chi era davvero Luciano Re Cecconi? E perché in campo lo chiamavano “CeccoNetzer”?

Dalla Nerviano del boom allo “Speroni” di Busto Arsizio

Il cosiddetto “miracolo economico italiano”, tra la metà degli anni Cinquanta e quella dei Sessanta, ridisegna il Paese: ricostruzione, crescita industriale, nuove prospettive. Luciano Re Cecconi è figlio di quell’Italia che riparte. Nasce a Nerviano, nell’hinterland milanese, in una famiglia semplice: papà Alfredo è operaio, mamma Cecilia casalinga. I figli sono quattro.

Come tanti ragazzi dell’epoca, Luciano gioca a calcio per strada. Il sogno è chiaro: diventare un calciatore professionista. Sa che non sarà facile, forse nemmeno possibile, ma ci prova. Inizia all’oratorio del paese, poi passa all’Aurora Cantalupo. Non è una grande squadra, ma è un campo su cui crescere e continuare a sognare.

Nel frattempo lavora. Cambia mestiere, fatica, suda. Nell’hinterland milanese degli anni Sessanta nulla è regalato. Il calcio non è ancora una certezza, ma una possibilità lontana. Luciano non si illude, ma ci crede.

La svolta arriva con la Pro Patria. Siamo a metà anni Sessanta: il club di Busto Arsizio individua nel biondo centrocampista di Nerviano il profilo ideale per il proprio centrocampo. Alla squadra allenata da Carlo Regalia serve un giocatore di corsa, polmoni e intelligenza tattica. Re Cecconi è la risposta.

Nel 1968, mentre il mondo vive profonde trasformazioni culturali, Luciano debutta tra i professionisti allo stadio “Speroni”: Pro Patria-Messina di Serie C è la sua prima volta. Parte come rincalzo, ma in breve diventa titolare fisso dei “tigrotti”. Le sue prestazioni non passano inosservate. Qualcuno prende appunti. Qualcuno inizia a chiedere informazioni su quel centrocampista biondo.

Foggia, Maestrelli e il primo salto

Nel 1969 arriva un’offerta impossibile da rifiutare. Il Foggia del presidente Fesce vuole Re Cecconi. Tommaso Maestrelli, tecnico dei rossoneri, lo ha notato e lo vuole con sé. Per Luciano è una scelta difficile: la Serie B è una grande occasione, ma Foggia dista quasi 800 chilometri da casa. Accettare significa cambiare vita. Dopo averci riflettuto, decide di partire. Direzione Capitanata.

Il Foggia sogna la Serie A e, con Maestrelli in panchina, il sogno diventa realtà: secondo posto e promozione. Re Cecconi gioca 14 partite e segna un gol. Anche lui, partito dall’oratorio, ora è un calciatore di Serie A.

La stagione successiva però è complicata. Il Foggia arriva quattordicesimo e retrocede. Maestrelli lascia la Puglia per approdare alla Lazio, chiamato dal presidente Umberto Lenzini. A Foggia arriva Ettore Puricelli e Re Cecconi diventa il perno del centrocampo: i rossoneri chiudono ottavi e il suo campionato è di alto livello. A Roma, Maestrelli prende nota. Vuole riportarlo con sé.

“CeccoNetzer”, la Lazio e il capolavoro del 1974

La Lazio torna in Serie A nella stagione 1972/1973 e Lenzini rifonda la squadra. Arrivano giocatori di qualità, si consolidano i leader storici e dalla Primavera entra stabilmente Vincenzo D’Amico. In mezzo al campo c’è Luciano Re Cecconi, soprannominato “CeccoNetzer” per la capigliatura bionda e il modo di stare in campo, ispirato a Günter Netzer.

La Lazio disputa un grande campionato e chiude terza, miglior risultato dal 1957. È solo l’inizio.
Nel 1973/1974 succede l’impensabile: la Lazio vince il suo primo scudetto. È una squadra complessa, divisa fuori dal campo ma compatta quando conta davvero. Re Cecconi è un punto fermo, il numero 8 che tiene insieme equilibrio e intensità.

Arrivano anche le convocazioni in Nazionale: prima l’Under 23, poi quella maggiore. Valcareggi lo porta al Mondiale del 1974 in Germania Ovest. Non scenderà in campo, ma è parte del gruppo azzurro.

Il declino, l’infortunio, la tragedia

Dopo lo scudetto, la Lazio non riesce a ripetersi. Arriva quarta, poi tredicesima. Maestrelli si ammala gravemente e lascia la panchina. Chinaglia vola negli Stati Uniti. Il sogno si sgretola lentamente. Re Cecconi, però, resta tra i migliori.

Il 3 ottobre 1976 segna contro la Juventus alla prima giornata. Due settimane dopo, contro il Bologna, subisce un grave infortunio al ginocchio sinistro. Sarà l’ultima partita della sua carriera. Nessuno lo sa.

Martedì 18 gennaio 1977, Luciano Re Cecconi entra in una gioielleria in via Nitti, zona Fleming. Simula una rapina. Il proprietario, Bruno Tabocchini, spaventato, spara. “Era uno scherzo”, riesce a dire Luciano prima di morire poco dopo all’ospedale San Giacomo.

Il processo si conclude con l’assoluzione di Tabocchini per legittima difesa putativa. L’Italia si divide. Restano i dubbi, il dolore, il silenzio.

Il 30 gennaio 1977, a Cesena, la Lazio osserva un minuto di raccoglimento. Re Cecconi aveva compiuto 28 anni da poco. Quarantasette giorni prima era morto anche Tommaso Maestrelli.

Due destini legati per sempre. Dentro e fuori dal campo.

Racconto a cura di Simone Balocco

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