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Peter Crouch, Da strano a mito

La storia di Peter Crouch racconta di un ragazzo che, a detta di tutti, non poteva e invece è riuscito. “Troppo alto, scoordinato e fragile” dicevano. Umile e spiritoso, ha regalato delle perle, in campo e fuori, entrate di diritto nella leggenda del nostro calcio.
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Peter Crouch - Illustrazione di Tacchetti di Provincia

All’età di 11-12 anni l’altezza di Peter James Crouch, ragazzo inglese originario di Macclesfield, nel Cheshire, misura già ben più di 190 cm.

È cresciuto in fretta, e a scuola è impossibile non notarlo, dal momento che stacca tutti i compagni di almeno due-tre spanne.

Nessuno pensa che quello spilungone possa giocare a calcio. Quantomeno nessuno pensa che potrà farlo per mestiere, perché per diletto, bene o male, lo possono fare quasi tutti.

Quando il 12 agosto del 2000 Peter esordisce, da titolare, a Loftus Road, tana del Queen’s Park Rangers, alla prima giornata di serie B inglese contro il Birmingham, nessuno pensa che quel centravanti diventerà, nell’ordine: attaccante di punta del Liverpool, giocatore da 42 presenze e 22 gol con la Nazionale dell’Inghilterra e una delle più grandi icone che il calcio britannico abbia mai conosciuto, da quando è stata inventata la Premier League.

Tutti lo chiamano “Il Fenicottero”. È alto, troppo, 201 cm; è dinoccolato nei movimenti; ha uno stile di corsa piuttosto inguardabile; ha due grissini al posto delle gambe, che sembra sempre si stiano per spezzare da un momento all’altro. 

Ma è anche: inarrivabile nei colpi di testa, fenomenale nelle acrobazie e tecnicissimo con la palla tra i piedi.

Allacciate le cinture, gente. Vi portiamo nel meraviglioso mondo di Peter Crouch!

Il piccolo, enorme, Peter James

Già l’infanzia di Peter James ci fa capire che la sua esistenza sarà qualcosa di particolare. 

Come detto, nasce a Macclesfield, nel Cheshire, il 30 gennaio del 1981. Ma se anche solo un paio d’anni dopo cercaste informazioni su dove siano finiti i Crouch, intesi come famiglia, le notizie vi porterebbero a Singapore.

A Singapore? E a fare cosa? Boh, non è dato saperlo.

Il papà Bruce ha provato per tutta la giovinezza a convincere il figlio, che cresceva a dismisura fin dalla tenera età, a prendere in considerazione qualcos’altro, oltre al calcio. È convinto che il suo fisico non gli consentirà non solo di arrivare a grandi livelli, ma nemmeno ai medio-bassi.

“E se provassi la pallavolo, Peter?”. No, niente da fare.

“Che ne dici del basket?”. No, ok. Qui stiamo esagerando, perché il rapporto tra i sudditi di sua Maestà la Regina e la pallacanestro è simile a quello tra il salto con gli sci e la Burkina Faso. Due rette parallele che non si incontrano mai.

Peter si diverte a colpirlo con i piedi, il pallone. E ha ragione lui! Dal momento che a 10 anni, dopo il ritorno in patria della famiglia, entra nel vivaio del Brentford, nell’ovest di Londra.

Dopo un passaggio al Q.P.R. segue il suo “padre putativo” Des Bulpin e finisce addirittura nell’Academy del prestigioso Tottenham Hotspurs. Che però non crede fino in fondo in lui, tanto da spedirlo in un doppio improbabile prestito, anticamera della bocciatura finale: al Dulwich Hamlet prima e all’Hassleholm poi (in Svezia!).

Il visionario Francis e il genio Prosinecki

Nel 2000 Peter fa ritorno al Q.P.R., sulla cui panchina è arrivato Gerry Francis. Francis è un allenatore britannico vecchio stile, di quelli del “palla lunga e pedalare” e della macelleria organizzata ad hoc intorno al cerchio di metà campo, dove si smerciano malleoli e caviglie.

È anche il primo, però, ad avere il merito di non soffermarsi troppo sull’aspetto fisico di Peter. La frase che, vedendolo giocare, risulta più ricorrente è: “ha dei piedi buoni, per essere così alto”. A Gerry basta la prima parte: ha i piedi buoni, l’essere alto gli tornerà utile, perché con una torre del genere può buttare in avanti tutti i palloni che vuole.

Alla prima stagione Peter lo conferma: ha i piedi buoni. 10 reti, subito in doppia cifra.

L’anno successivo gli Hoops entrano in una profonda crisi economica, e sono costretti a venderlo. Lui si trasferisce a Portsmouth, nella costa sud.

Qui diventa fin troppo facile segnare, per uno come lui. A centrocampo infatti, con ampia libertà di svariare (anzi, a dire la verità di giocare dove cazzo gli pare) i Pompey schierano un 32enne Robert Prosinecki.

L’età del croato non sarebbe nemmeno così avanzata, se durante la propria carriera non avesse fumato regolarmente 3 pacchetti di sigarette al giorno e si fosse bevuto bottiglie su bottiglie di whisky.

Ma con la palla al piede Prosinecki è un genio. E la sua visione di gioco, oltre che i suoi assist, aiutano Peter a raggiungere, a soli 20 anni, la già esorbitante cifra di 18 gol segnati in stagione. 

Rendendo chiaro a tutti che: sarà anche alto, strano, brutto. Ma è un giocatore da Premier League!

Un fenicottero in Premier League

Lo porta su l’Aston Villa.

Diciamo che un po’ tutti si aspettavano qualcosina in più dall’impatto di Peter con il massimo campionato inglese. 6 gol in 37 partite in un anno e 6 mesi con i Claret & blue (in mezzo c’è pure un prestito al Norwich) sono un po’ pochini, per lui che ha abituato ad altri standard.

Molto meglio l’anno dopo con la maglia nel Southampton, dove torna in doppia cifra timbrando 12 volte (segno evidente che la costa sud fa bene al ragazzo). Ma con i Saints paga un’annata decisamente sfortunata, che vede i ragazzi di Redknapp retrocedere in Championship.

Nell’estate del 2005 a Peter viene offerta una clamorosa occasione: non solo per restare in Premier League, ma per andare a giocare le partite più belle del mondo, contro i giocatori più forti del mondo.

È una sera d’estate, quando nella sede del Southampton arriva un fax con un’offerta per il ragazzo: 7 milioni di sterline, un’offerta che il club reputa congrua. In allegato pure un quadriennale, già girato all’agente del giocatore.

Poi gli occhi si spostano sul nome del mittente di quel fax: England, L4 OTH Anfield Road, Liverpool Football Club. Fuck!

Un sogno chiamato Liverpool

Peter approda così nel club campione d’Europa in carica (è passato poco più di un mese infatti da quando i Reds hanno mentalmente stuprato il Milan nella finale di Istanbul), con il quale giocherà anche la Coppa dei Campioni dell’anno successivo, grazie alla regola Bernabeu che consente alla squadra vincitrice di difendere il titolo (il Liverpool in classifica, l’anno prima, si è classificato al quinto posto).

Benitez ha appena ceduto all’Aston Villa Milan Baros, con il quale alla fine si è sempre un po’ sopportato. Vuole cambiare il suo attacco, e l’idea dello spagnolo è piuttosto semplice:

“ Prendiamo la migliore stagione nella carriera di Crouch, al Portsmouth. Bene: se io lo metto al centro dell’attacco, e metto Steven Gerrard a fare il Prosinecki, considerando che il capitano ha molti anni in meno e tanta corsa in più del croato, e tenendo presente che nella mia faretra ho anche frecce del calibro di Kewell, Luis Garcia, Cissè e Zenden, se tengo El Moro Morientes per fargli da chioccia dovrei ottenere dei buoni risultati”.

Per la verità, meglio nelle coppe che in campionato (d’altronde, è pur sempre il Liverpool), dove al dominio assoluto del Manchester United si è ora aggiunto pure un visionario tecnico portoghese, approdato nel Regno Unito per guidare il Chelsea: Josè Mourinho.

L’idea comunque si rivela azzeccata. Gerrard viene votato dai colleghi come miglior giocatore del campionato, Crouch invece gioca 49  volte in tutte le competizioni e timbra il cartellino in 13 occasioni, inclusa una memorabile doppietta al Saprissa nella semifinale del Mondiale per Club (poi perso dai Reds contro il San Paolo du Brasil).

Il 1 marzo del 2006 arriva anche il primo gol di Crouch con la maglia della Nazionale inglese, segnato all’Uruguay durante un amichevole di avvicinamento ai Mondiali tedeschi, dove verrà convocato e dove riuscirà anche a segnare, nella gara contro Trinidad e Tobago.

Crouch e la robot-dance

Il momento in cui il Fenicottero Peter Crouch diventa virale però, in un mondo sempre più massmedizzato e in cui Youtube la fa sempre più da padrone, avviene alla fine di quell’anno, sempre con la maglia della Nazionale dei Tre Leoni, durante l’ennesima amichevole contro l’Ungheria ad Old Trafford.

Qualche giorno prima, il capitano della selezione, David Beckham, ha notato che la squadra sta accumulando parecchia tensione in vista dell’appuntamento mondiale. Sarà che si gioca in casa dei nemici storici tedeschi, saranno i fantasmi dell’ormai lontanissimo ’66, sarà che i ragazzi si rendono conto di essere una delle favorite (e come potrebbe non essere così, con una rosa dove c’è gente come Owen, Lampard, Joe Cole, Ferdinand, Terry, Hargreaves, oltre ai già citati Gerrard e Beckham?). Il rischio è quello di arrivare un po’ scarichi all’appuntamento.

Il capitano allora, con il tacito assenso del c.t. Steve McLaren, decide di organizzare un party nella sua casa di Manchester, per distendere un po’ gli animi.

Si mangia, si beve. Tanto, ma d’altronde siamo in Inghilterra. A un certo punto della serata Peter deve andare al bagno, ma reputa necessario fare qualcosa di stupido nel tragitto che lo porta dal divano alla toilette. Così, per divertire i ragazzi.

Si lancia allora in un movimento robotico, talmente goffo da risultare sinuoso. Vedere questo lungagnone di 2 metri muoversi come guidato da fili invisibili fa scoppiare l’ilarità generale. Subito parte la scommessa (ripeto, siamo in Inghilterra): “Quanto mi date se lo faccio in campo dopo un gol con la Nazionale?”.

Detto, fatto. Inghilterra-Ungheria. Minuto 84. Assist di Joe Cole, destro di Peter Crouch. Rete del 3-1. E via con la robot-dance, tuttora una delle esultanze più imitate nella storia del calcio contemporaneo.

Il mito Crouch

Sarà uno dei tanti motivi per il quale Peter Crouch è stato, e resta tutt’ora, una vera e propria icona del calcio.

Un po’ perché col suo aspetto fisico, così strano e particolare, ci è sempre andato d’accordo, tanto da ironizzarci lui stesso. Quando gli viene chiesto come mai ha resistito alla moda dei tatuaggi, la sua candida risposta è: “Non ho muscoli così in evidenza da potermeli permettere”.

Indimenticabili, poi, le sue gag. Molte delle quali raccontate nei podcast a lui dedicati, in cui ripercorre le fasi salienti della carriera.

Quelle con la splendida moglie Abbey ad esempio. Molti si meravigliarono di questa coppia, così stranamente assortita. Ma d’altronde, per citare sempre Peter: “Cosa sarei se non avessi fatto il calciatore? Vergine, presumo”.

La realtà è che, del mestiere che faceva suo marito, a Abbey non importava un granchè. Un sabato pomeriggio lo subissa di telefonate, convinta che Peter sia al pub con gli amici a bere. Quando Crouch la richiama, le spiega semplicemente: “Perdonami amore, ma dovresti saperlo che il sabato pomeriggio in Inghilterra si gioca il campionato”.

Gli inizi a Liverpool non sono semplicissimi. Il benvenuto in quella parte di Inghilterra glielo dà Roy Keane, capitano e uomo simbolo degli acerrimi rivali del Manchester United. Peter lo incontra a un semaforo mentre guida una Aston Martin nuova di zecca e mentre indossa abiti quantomeno stravaganti. Lo sguardo con cui Keane lo penetrò dal finestrino, senza dire nemmeno una parola, lo convincono che forse è il caso di tenere i piedi per terra. La settimana dopo l’Aston Martin ha già cambiato proprietario.

Pochi si ricordano, inoltre, che nelle prime 22 gare in maglia Reds Crouch non buca la rete nemmeno una volta. Un tabloid inglese decide allora di mettere in palio una cassa di vino per il primo portiere che verrà castigato dal Fenicottero. Il vincitore dell’ambito premio è Mike Pollit, estremo difensore del Wigan, che incassa da Peter addirittura una doppietta. L’attaccante a fine partita ci scherzerà su (“Lo chiamerò per accertarmi che il vino sia arrivato”) e quando gli chiederanno come avesse trascorso questo periodo di digiuno dirà: “Bevendo diverse pinte con mio padre dopo ogni partita”.

Lui è così, d’altronde. Umile, generoso e simpaticissimo. Chiedetelo a Kuyt, centrato da Peter Crouch durante un giro sui go-kart, dopo che Peter ha rotto i freni del proprio mezzo. L’olandese evita l’impatto grazie a un volo acrobatico, ma Xabi Alonso non capisce: “Ero di fianco a Kuyt, perché sei andato addosso solo a lui?”. “Ho pensato alla squadra, di Dirk possiamo fare a meno se si fa male, di te no”.

Geniale.

Strano, forse. Forte, di sicuro. Icona, per sempre.

Crouch resterà al Liverpool fino al 2008. Giusto il tempo di segnare un gol pazzesco al Galatasaray in Champions League sotto la Kop e di vivere forse il rammarico più grande della carriera, dal momento che Benitez gli preferisce Kuyt nella finale di Atene, che il Liverpool perde ai danni del vendicativo Milan.

Poi due anni buoni al Tottenham, per togliersi lo sfizio di giocare con la maglia di chi lo aveva scartato. Quindi un po’ di stabilità, con 8 anni trascorsi al vento di Stoke-on-Trent per vestire la maglia dei Potters.

Le ultime apparizioni risalgono al 2019 con la maglia del Burnley. 

Prima di dire addio, per entrare per sempre nel mondo della nostalgia calcistica. Per quella sua stranezza e per quella sua unicità. In cui l’una deriva, necessariamente e indiscutibilmente, dall’altra.

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