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David Platt, gli alieni esistono

Il Mondiale di Italia ’90 fa scoprire il talento di David Platt all’universo calcistico, e a lui il Paese dove avrebbe voluto diventare protagonista. Dall’astronave di Bari alla Lanterna di Genova. La storia di un inglese diventato alieno.
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David Platt - Illustrazione di Tacchetti di Provincia

“Oh ma… hai visto che stadio? Che roba è?”

“Pazzesco David. Sembra un astronave nel deserto”

“Veramente! Mai visto nulla di simile in vita mia! Pensa che bello dev’essere giocarci ogni domenica!”

Siamo in Italia, in un tardo pomeriggio di luglio del 1990. Il dialogo in questione vede protagonisti: Gary Lineker, uno dei più prolifici bomber nella storia d’Inghilterra, che a 30 anni si avvicina al crepuscolo della carriera, dopo valanghe di gol con le maglie di Leicester, Tottenham, Everton e Barcellona; David Platt, scarto del Manchester United, che ha saputo reinventarsi una carriera in provincia, e che ha appena sfiorato un clamoroso titolo con l’Aston Villa, segnando 19 gol.

Lo scenario che i due stanno ammirando è quello dello Stadio San Nicola di Bari. Un gioiellino che Renzo Piano ha regalato al Mondiale italiano del 1990 e, più in particolare, al capoluogo pugliese. Destinato a passare da astronave (perché la struttura è davvero futuristica) a cattedrale nel deserto. Come tanti, troppi stadi concepiti per quella rassegna intercontinentale.

Quello che, pur senza saperlo, possono immaginare, è che di lì a poco l’Italia di Azeglio Vicini, di gran lunga la più bella nazionale di quella Coppa del Mondo, si imporrà su di loro per 2 a 1 nella più inutile partita mai concepita, la finalina terzo/quarto.

Quello che invece proprio non sanno è che uno di loro a breve in quell’astronave ci andrà a giocare per davvero. 

Perché nell’estate successiva, per la non modica cifra di 12 miliardi di lire, David Platt sbarca in Italia e va a giocare nel Bari!

Un Bari grandi firme

Difficile capire cos’abbia spinto un asso della Premier League a scegliere proprio Bari per la sua campagna italiana. Forse lo stadio, forse il calore del pubblico pugliese. Ma diciamocelo: i galletti, all’epoca, non erano una delle mete più appetibili d’Europa.

Squadra sì in grado di vincere, l’anno prima, la Mitropa Cup. Ma distantissima dai vertici della classifica.

Ancora più difficile comprendere come abbia fatto la compagine biancorossa, affidata alla guida di Zibi Boniek (dopo il repentino esonero di Salvemini) a retrocedere quell’anno, pur potendo contare sul talento del ragazzo di Chadderton e di un giovanissimo Zvonimir Boban, appena arrivato dalla Dinamo Zagabria.

Platt aveva incantato a Italia ’90, trascinando i Tre Leoni fino a un passo dalla finale grazie a gol e giocate d’alta scuola: lui e Gascoigne creavano, Lineker finalizzava.

Ora il tentativo di misurarsi con una realtà completamente diversa. Lì dove pure uno come Ian Rush aveva fallito: da macchina gol del Liverpool a comparsa nella Juventus.

Delusione in bianco e nero

La retrocessione del Bari non scoraggia la Juve dall’andarsi a prendere questo sontuoso trequartista, capace comunque, in Puglia, di mettere a referto 11 gol in 29 partite.

In bianconero però delude quasi tutte le aspettative. Sì, e vero, se la Vecchia Signora alza al cielo la Coppa Uefa nella doppia finale contro il Borussia Dortmund, lo deve anche a lui e ai suoi gol decisivi al Panathinaikos nei sedicesimi di finale. 

Ma il bottino finale di 4 gol è davvero troppo misero per poter considerare anche solo “costruttiva” la sua parentesi juventina.

Gli amici in patria lo bombardano di telefonate: “Torna qui, dai. Che c’è la fila per prenderti”.

Ma a David il sogno di diventare l’alieno di quell’astronave vista qualche anno fa ancora non è passato dalla mente.

Accetta così la corte della Sampdoria del presidentissimo Mantovani. Che dopo i successi di inizio decennio ora vuole tornare grande. Non più con Vialli e Mancini, ma con lui e Gullit.

Make Sampdoria great again

A Genova il riscatto di Platt si consuma fino in fondo. I blucerchiati conducono un campionato da assoluti protagonisti, chiuso al terzo posto dietro a Milan e Juventus. 

Ma soprattutto tornano ad alzare al cielo una coppa. La Coppa Italia, vinta in finale contro una coraggiosa Ancona, in un cammino tuttavia netto, in cui i gol di David hanno permesso l’eliminazione di squadroni come Roma e Parma.

La stagione successiva, l’unica in cui Platt non cambia maglia da quando milita nel Bel Paese, sarebbe ancora più trionfale, se non ci si mettesse di mezzo l’Arsenal a levare alla Sampdoria un’altra finale europea (in questo caso di Coppa delle Coppe).

Maledetti calci di rigore! Maledetti Gunners.

Che l’anno dopo si riporteranno in patria proprio Platt. Che se non sarà stato l’alieno del San Nicola, lo è stato sicuramente all’ombra della Lanterna.

Platt, da vittima ad eroe: la parentesi Arsenal

Ad Highbury Platt si rimette in gioco nel campionato che più lo ha valorizzato. Guadagnandosi pure la tanto agognata maglia per gli Europei del 96 da giocare in casa.

L’Inghilterra gioca un gran bel torneo. Ma finisce malissimo: perdendo contro l’avversario più odiato, la Germania, nella maniera peggiore, ai calci di rigore.

Nella lotteria dei rigori di Wembley David non sbaglia, quando tocca a lui. Ma poco dopo Southgate la spara in bocca a Kopke, lanciando i teutonici verso la conquista del titolo.

La maledizione di chi ha sempre l’impressione di fermarsi sul più bello termina poi con la favolosa annata 97-98, con il clamoroso double vinto da Platt e compagni, guidati in panchina da un certo Arsene Wenger.

Sarà il suo canto del cigno, il segnale di uscita.

Un cameo al Nottingham, alterne fortune come allenatore e assistente (al City pure di Roberto Mancini), infine un ruolo da commentatore televisivo in cui risulta essere molto apprezzato.

Lui che guarda il calcio ancora con gli occhi di un bambino. Estasiati, meravigliati.

Come quando vide il San Nicola e scelse che, di quell’astronave, avrebbe voluto esserne l’alieno.

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