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Marocco, It's time for Africa

Ha appassionato tutti, quest’inverno, la cavalcata del Marocco di Regragui, prima squadra africana a qualificarsi tra le prime 4 in un Mondiale. Che sia davvero arrivato il momento dell’Africa?
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Marocco ai mondiali 2022 - Illustrazione Tacchetti di Provincia

“It’s time for Africa”. È il momento dell’Africa.

Questo il ritornello cantato da Shakira in “Waka Waka”, la canzone scelta per accompagnare il Mondiale di calcio del 2010, il primo organizzato nel continente africano. Una terra che vuole sfruttare questa rassegna sportiva per togliersi una volta per tutte l’etichetta di “Terzo Mondo”, che troppo a lungo le è stata affibbiata.

E se da un punto di vista organizzativo e di infrastrutture il Mondiale di Sudafrica 2010 ha effettivamente dimostrato all’intero pianeta come certi eventi possano essere organizzati anche in questi stati (solo alcuni purtroppo, e tanto, nel caso specifico sudafricano, lo si deve a Nelson Mandela), da un punto di vista prettamente calcistico è stata la consueta, quasi annunciata, debacle.

Delle 6 squadre qualificate per la fase finale (oltre al Sudafrica, paese organizzatore, ci sono Nigeria, Algeria, Ghana, Camerun e Costa d’Avorio) solo una, il Ghana, riesce a passare il proprio girone, arrivando fino ai quarti di finale, prima di suicidarsi, sportivamente parlando, calciando alle ortiche un rigore contro l’Uruguay. Le altre vengono tutte spazzate via già nella fase ai gironi.

Eppure qualche mese fa pareva essere davvero arrivato il “momento dell’Africa”. Nei pluri-discussi Mondali di Qatar 2022 ha appassionato tutti, infatti, la favola del Marocco. Con i “Leoni dell’Atlante” prima squadra del “continente nero” ad arrivare fino alle semifinali.

A un passo da un sogno difficilissimo da immaginare alla vigilia.

I leoni dell'Atlante

La nazionale marocchina ha una storia relativamente giovane. L’esordio, infatti, avviene soltanto il 19 ottobre 1957 (un pirotecnico 3-3 contro l’Iraq). Per intenderci, a quell’epoca in Europa, già da 2 anni, si disputa la Coppa dei Campioni.

Ben presto però il Marocco diventa una delle regine del Maghreb, la fascia Nordafricana che si affaccia sul vecchio continente. Nell’aprile del 1998 è al decimo posto del ranking Fifa, classifica (opinabilissima per alcuni) che misura i risultati ottenuti, in campo internazionale, da ciascuna selezione.

Ma nonostante un parco giocatori da cui spesso le squadre europee hanno attinto (quelle francesi in particolar modo), di trofei in bacheca ce n’è solo uno, ed è ovviamente la Coppa d’Africa, vinta nell’oramai lontano 1976).

L’esordio del Marocco ai Mondiali di Calcio avviene nel 1970. Poi un ulteriore apparizione, nell’86, dopo ben sedici anni di silenzio. Quindi due apparizioni definitive, tra Usa ’94 e Francia ’98, prima di una nuova caduta nel dimenticatoio.

Rieccoli nel 2018: un solo punto in quello che, però, è un vero gruppo di ferro, con Spagna, Portogallo e Iran (il Brasile asiatico). E di nuovo nel 2022, con gli stessi identici obiettivi di sempre: uno, non fare brutte figure; due, provare quantomeno a passare il girone.

Ma il sorteggio, anche stavolta, non dice troppo bene ai Leoni dell’Atlante, che si ritrovano, nel gruppo F della rassegna qatariota, a fare i conti con Belgio, Croazia e Canada. Abbordabilissimi gli ultimi, per quanto in netta ascesa come movimento calcistico. A dir poco proibitive le altre due compagini, che anzi si propongono come possibili outsider per la vittoria finale (la Croazia, poi, arriva al Mondiale da vice-campione del Mondo, dopo la sconfitta, a Russia 2018, per mano dell Francia).

Anche stavolta, insomma, non sembrano esserci speranze.

Il rimpiazzo Regragui

Per analizzare la squadra marocchina del 2022 non si può non partire dall’allenatore.

Walid Regragui è un ex calciatore, di ruolo centrocampista, intravisto in Europa con le maglie di Ajaccio e Racing Santander soprattutto, passato poi, una volta appesi gli scarpini al chiodo, subito ad incarichi federali, diventando vice dell’allora commissario tecnico Rachid Touassi.

Poi qualche esperienza, tra il campionato patrio e il Qatar, e qualche trofeo messo in bacheca. Nell’agosto del 2022 la federazione lo chiama come primo allenatore della Nazionale, per sostituire il santone Vahid Halilodzic.

Ma come? Esonerato il bosniaco? Lui che ha condotto la squadra alla qualificazione per la Coppa del Mondo, dopo aver sconfitto la Repubblica Democratica del Congo (il vecchio Zaire)? Le fonti ufficiali dicono “dissidi con il presidente federale”. In realtà pare che ad alcune delle stelle della squadra il gioco proposto da Halilodzic, al netto dei successi, non andasse troppo a genio.

Sotto allora con Regragui. Che a molti, inzialmente, pare essere una scelta di ripiego. Ma quei molti non sanno che il pelatissimo allenatore diventerà, di lì a breve, una specie di Leonida spartano.

La squadra: pescando su e giù per l’Europa

La squadra, o quantomeno l’11 titolare, è il classico esempio di nazionale africana, composta per la quasi totalità da giocatori militanti nei campionati esteri.

In porta c’è Bounou, da 3 anni divenuto portiere titolare del Siviglia, squadra che ha nell’Europa League il proprio giardino di casa.

Le due stelle della squadra giocano entrambe in difesa. E, per un malaugurato scherzo del destino, nello stesso ruolo: terzino destro. Uno è Achraf Hakimi, da poco strapagato dal PSG dopo essere stato lanciato dal Real Madrid e valorizzato dall’Inter; l’altro è Nouassir Mazraoui, l’ultimo dei tanti, innumerevoli talenti lanciati dalla meravigliosa scuola calcio dell’Ajax.

A uno dei due tocca sacrificarsi: Regragui sceglie Mazraoui, che finisce perciò esterno basso a sinistra.

Al centro della retroguardia ci sono Aguerd, che ha appena scelto di misurarsi con la Premier League, vestendo la maglia del West Ham, e Saiss, il capitano, che la Premier l’ha appena lasciata, dopo proficui anni al Wolverhampton, per accasarsi al Besiktas. Se si gioca a 5, spazio allora per El Yamiq, roccioso centrale del Valladolid (Liga Spagnola).

Centrocampo. Il cervello è senza dubbio Sofyan Amrabat, pelato come il proprio allenatore, cresciuto in Olanda tra Utrecht e Feyenoord e portato poi in Italia dall’Hellas Verona, che lo cede infine alla Fiorentina, dove prima di quell’anno non è nemmeno considerato un titolare inamovibile.

Di fianco a lui c’è Ounahi, talento dell’Angers su cui Barcellona e Napoli paiono già aver messo gli occhi. Sugli esterni ci sono: da una parte Boufal, compagno di Ounahi in Ligue 1, dall’altra Ziyech, mago dell’Ajax ai tempi di Ten Hag, e ora ridotto a scampoli di gara, dopo il trasferimento al Chelsea.

Manca solo il bomber. Ce l’abbiamo! Youssef En-Nesyri, che al Siviglia segna frotte di gol.

Un 11 ben strutturato, magari non supportato da una profondissima panchina (l’attaccante di riserva è Cheddira, impegnato col Bari nel nostro campionato di Serie B). Ma per fare una discreta figura può bastare.

Lo schema è chiaro: strenua difesa, poi in fase di ripartenza palla a Ziyech. E ci abbracciamo.

La sorpresa del girone

I ragazzi di Regragui reggono bene al battesimo del fuoco, portando a casa un prezioso 0-0 contro i vice-campioni in carica della Croazia (che avranno poi modo di rifarsi).

L’impresa vera avviene 4 giorni dopo, quando i Leoni dell’Atlante fanno secco il plurifavorito Belgio, con le reti nel finale di capitan Saiss e del subentrato Aboukhlal. Per chiudere il girone e ottenere la qualificazione manca solo la partita contro il Canada, pratica archiviata nei primi 23 minuti con i centri di Ziyech e En-Nesyri.

La qualificazione viene già festeggiata come una mezza impresa tra le strade di Rabat. Ma ora c’è tanta voglia di sognare.

Il Marocco chiude al primo posto il proprio girone. Il che però significa andare ad affrontare la seconda dell’infuocato gruppo E, dove sono presenti sia la Germania che la Spagna. Tocca agli iberici (la Germania viene addirittura eliminata, il raggruppamento lo vince l’underdog Giappone), e sembra essere arrivato il capolinea, anche per la coraggiosa formazione marocchina.

I nordafricani però sfoderano una grandissima prestazione. Rischiano di prenderlo (gol mangiato da Gavi e palo di Sarabia), ma rischiano anche di farlo (è Cheddira a sfiorare il colpaccio). Si va ai rigori, dove Bounou mette il mantello da supereoe parandone 3. Hakimi, che Conte ai tempi dell’Inter sosteneva fosse un pippone nel battere i rigori, la mette in sicurezza, regalando al Marocco i quarti di finale.

In patria è già festa grande. Ma si grida quasi al miracolo quando, nel turno successivo, il solito En-Nesyri fa secco anche il Portogallo di Cristiano Ronaldo, portando per la prima volta nella storia, una squadra africana tra le prime 4 nazionali del Mondo.

Ma ora che tutta la Nazione ha imparato a sognare, non vuole smettere. Anche perché il destino vuole che a sbarrare la strada dei ragazzi di Regragui verso una clamorosa finale ci sia LA FRANCIA.

La partita nella partita

La storia del rapporto tra Francia e Marocco è una delle più controverse dell’epoca recente. Le relazioni istituzionali e le belle parole del giorno d’oggi non posso coprire il bombardamento di Tangeri dell’agosto 1844 e anni e anni di protettorato transalpino in nord Africa, prima dell’indipendenza.

La semifinale diventa insomma la classica “partita nella partita”.

Il Marocco prova a giocarsela con il solito coraggio, ma dopo 5 minuti è già sotto di 1, complice un gol di Theo Hernandez. Dopo un palo di Giroud e il pari sfiorato da El Yamiq, nella ripresa i rossoverdi mettono realmente alle corde i Blues, che vacillano paurosamente. Fino a quando Deschamps non si gioca la carta Kolo Muani, che entra e dopo appena 44 secondi chiude il match con la rete del 2-0.

C’è delusione nei volti dei marocchini, ma non disperazione. Prevale un senso di fierezza per quanto fatto.  E poi, c’è ancora una partita da giocare.

La finalina, che assegna il terzo/quarto posto, da tutti bistrattata, ma occasione per il Marocco di mettere il punto esclamativo sulla propria storia.

Ziyech e soci ritrovano la Croazia, che sfrutta la loro stanchezza per batterli 2-1, con il gol di Orsic che vanifica il momentaneo pari di Dari.

Al ritorno a Rabat la squadra viene accolta da una festa nazionale che non siamo poi così soliti vedere a quelle latitudini. Festeggiamenti che poi si susseguono nelle più disparate città europee, a conferma che quella marocchina è una comunità in diaspora.

Alcuni giocatori finiscono nel mirino delle big, altri (si pensi per esempio ad Amrabat) vengono completamente rivalutati nelle squadre d’appartenenza.

Non ha ancora vinto l’Africa, e non possiamo perciò prendere in prestito la canzone di Shakira.

Ma attenzione ai prossimi mondiali, perché pare sia davvero arrivato il “momento dell’Africa”

 

 

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