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Simone Farina con la maglia del Gubbio durante la stagione di Serie B
13 Febbraio 2026

Simone Farina, l'onestà prima di tutto

Simone Farina è il volto pulito del calcio italiano: disse no alle scommesse illegali, denunciò il sistema e contribuì a scoperchiare Scommessopoli.
Scritto da Simone Balocco

Simone Farina riceve una chiamata per truccare una partita: rifiuta, denuncia il suo interlocutore e il suo gesto contribuisce a scoperchiare un sistema di corruzione che coinvolge giocatori, squadre e giocatori. Dopo quella denuncia, riceve un premio dalla FIFA, Prandelli lo chiama in Nazionale, ma in Italia per lui non c’è spazio. Va all’estero e con la coscienza pulita, intraprende una nuova vita nel calco.

Mercoledì 1 giugno 2011 l’Italia sportiva si sveglia con una notizia che scuote: viene scoperto un sistema corruttivo molto ramificato (anche all’estero) che coinvolge squadre, dirigenti e diversi giocatori di Serie A e Serie B.

Inizia “Scommessopoli” e, dopo il “Totonero I”, “Totonero II” e “Calciopoli”, diventa il quarto scandalo calcistico italiano in trentuno anni. Lo sport più seguito (e amato) nel nostro Paese è ancora nella bufera. Partono le indagini, le perquisizioni e gli arresti. Tanti calciatori finiscono in manette lasciando increduli i tifosi. Le indagini riguardano, in tutto, quattro filoni d’inchiesta che toccano tre procure (Cremona, Bari e Napoli): si parla di scandalo e vergogna: giocatori e dirigenti sono accusati di non avere morale. Il calcio italiano ne esce ancora una volta sconfitto.

I processi terminano nel 2015 e le inchieste mettono in luce il misconosciuto Simone Farina, giocatore allora militante nel Gubbio. Difensore romano di origine abruzzese, Farina diventa il volto pulito del calcio italiano per aver rifiutato una proposta di combine da parte di un suo ex compagno di squadra. Farina parla con gli inquirenti e contribuisce a muovere le acque. E questa è la sua storia, una storia di alta moralità, rispetto dei valori dello sport e dei tifosi. Un esempio da seguire per tantissime persone.

Dal settore giovanile della Roma a una vita tra Serie C1 e Serie C2

Simone Farina nasce a Roma nel 10982, l’anno del Mundial spagnolo. I suoi parenti sono originari di Civita d’Antino (Abruzzo) ed è lì che, durante le vacanze estive, inizia a giocare a calcio. Si appassiona al gioco: sogna di diventare, un giorno, un calciatore professionista.

Cresce come terzino sinistro, di quelli che imparano prima a non farsi saltare che a spingere, e finisce nel vivaio della Roma. Con i giallorossi fa tutta la trafila del settore giovanile. Piano piano, senza fare rumore, arriva a orbitare attorno alla prima squadra, diventando uno di quei giovani “aggregati” che non giocano ma che respirano lo spogliatoio dei grandi. È la Roma che domenica 17 giugno 2001 batte il Parma 3-1 e si prende il terzo scudetto della sua storia.

Farina non scende mai in campo, gioca soprattutto nella Primavera di Mister Bencivegna, però Fabio Capello ogni tanto lo chiama, lo mette in panchina, gli fa respirare l’aria del calcio che conta. E allora sì, quel tricolore Farina un po’ se lo sente suo. Perché allenarsi tutti i giorni con Totti, Montella, Delvecchio, Batistuta, Emerson, Tommasi e Cristiano Zanetti non è roba da tutti. È scuola vera. È università del pallone. E Farina lo sa: guardare, imparare, stringere i denti. Da lì si può solo crescere.

Però per lui, a diciannove anni, è ora di farsi le ossa: la Roma non gli garantisce un posto in squadra. Lascia Trigoria per Torre del Grifo, centro sportivo del Catania. Gli etnei militano in Serie C1, non è la Serie A, nemmeno la Serie B, ma possono essere adatti per farlo crescere. Peccato che per lui lo spazio è poco, gioca in tutta la stagione 2001/2002 solo cinque partite tra campionato e Coppa nazionale. Ci saranno altre occasioni, pensa.

Fino al 2011, Farina gioca sempre nella terza serie nazionale vestendo le maglie di Cittadella (due stagioni in Serie C1), Gualdo (due stagioni in Serie C2), Celano (una stagione di Serie C2) e Gubbio, dove conquista una storica promozione in Serie B.

L’anno in Serie B a Gubbio e quella telefonata “sospetta”

Con gli eugubini, Farina gioca cinque stagioni consecutive e contribuisce a un’incredibile scalata della squadra rossoblù dalla Serie C2 alla Serie B. Il club umbro dopo sessantatre anni torna in cadetteria: la squadra di Vincenzo Torrente vince il girone B di Serie C1 davanti al Sorrento e alla Salernitana (dando alle due squadre campane, che non saliranno in Serie B, sette e undici punti di distanza).

Farina ha 29 anni, è nel pieno della forma e della condizione e sa che quel campionato potrebbe essere la svolta della sua carriera. Debutta il 27 agosto 2011 allo “Zecchini” di Grosseto. In tutto gioca quindici partite, senza segnare reti. Il Gubbio a fine stagione arriva ventunesimo retrocedendo subito in Lega Pro.

Il 21 agosto 2012 Farina risolve consensualmente il contratto con la società umbra e decide di ritirarsi. Quella che doveva essere la stagione della svolta è quella più deludente e l’ultima della sua carriera: iniziata con il trionfo dell’”Olimpico” e chiusa amaramente con una retrocessione.

Una vera delusione! Ma il motivo lo si deve trovare il 26 settembre 2011 quando il telefono di Simone Farina squilla: a chiamarlo è un suo ex compagno di squadra ai tempi delle giovanili della Roma. Un ragazzo che Farina non vede e non sente da tanti anni. 

Non è una telefonata di cortesia, appena si presenta al telefono, Simone sa che quella telefonata sospetta nasconde qualcos’altro di più grave.

Parte “Scommessopoli”. La menzione di Blatter e la convocazione in azzurro

Il 30 novembre 2011, il Gubbio va a giocare al “Manuzzi” per il quarto turno di Coppa Italia. Gli umbri, dopo aver eliminato Benevento e Atalanta, sfidano il Cesena, squadra di Serie A. In caso di vittoria, in palio l’accesso alla fase finale e sfida al “San Paolo” contro il Napoli. Agli ottavi ci va però il Cesena che supera gli umbri per 3-0.

E proprio Cesena-Gubbio è l’oggetto della chiamata ricevuta da Farina quel 26 settembre. L’ex compagno gli fa una proposta: ti diamo 200mila euro per truccare la partita, contribuisci a far perdere la tua squadra e ti prendi un bel po’ di soldi. Il giocatore del Gubbio non ci pensa un secondo, rifiuta seccamente la proposta ed interrompe la conversazione.

Farina rimane sconvolto, non ci crede: volevano corromperlo. La cifra non gli avrebbe cambiato forse la vita, Qualcuno aveva appena provato a comprargli la partita. I soldi non gli avrebbero cambiato la vita, forse. Ma gli avrebbero sporcato tutto il resto. Anni di campi secondari, di trasferte infinite, di borse buttate sui pullman. È arrivato in Serie B sudando, non può venderla così. Non può tradire il Gubbio. Non può tradire se stesso.

Farina si rivolge alle forze dell’ordine e denuncia il tentativo di combine. Compie un gesto importante: la sua denuncia non cade nel vuoto e contribuisce ad aprire il secondo filone delle indagini per un presunto giro di scommesse milionarie nel calcio italiano. Tutto è illecito, nascosto e nell’ombra. La denuncia di Simone Farina è la goccia che fa traboccare il vaso.

Il 1 giugno 2011 già erano avvenuti i primi arresti e con il secondo filone delle indagini, partito dalla Procura di Cremona scoperchia qualcosa di inimmaginabile: una fitta rete di scommettitori clandestini che unisce calciatori e dirigenti tra Serie A, Serie B, terza serie e calcio a 5. Il Paese è sdegnato. L’indagine viene chiamata "Last Bet". Nome perfetto. L’ultima scommessa, forse, sulla dignità di questo sport.

La testimonianza di Farina contribuisce ad allargare le indagini. E all’improvviso diventa famoso. Lo fermano, lo chiamano, lo celebrano. Lui non capisce perché: ha fatto solo il suo dovere. Niente di più. 

Il gesto di Simone Farina arriva anche alla FIFA che il 9 gennaio 2012 durante la serata di premiazione del Pallone d’oro 2011, lo invita a salire sul palco. A consegnarli un premio speciale e l’allora segretario della FIFA, Joseph Blatter. Il capo del calcio mondiale lo elogia per il coraggio. Farina, che già considera la Serie B un regalo, si ritrova accanto a Messi, Cristiano Ronaldo, Xavi. Gente che vive su un altro pianeta. È l’unico italiano su quel palco. Porta con sé un pezzo di provincia, di calcio vero.

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Simone Farina insieme al Presidente della Fifa Josep Blatter alla cerimonia del Pallone d'Oro 2011
Getty Images

Le menzioni per Simone Farina non finiscono in Svizzera: il presidente della Lega Serie B, Andrea Abodi, il 26 gennaio 2012 lo premia con il “cartellino viola”, un premio che la serie cadetta attribuisce al calciatore per lealtà sportiva. Poi il 27 febbraio 2012 il CT della Nazionale Prandelli lo convoca per un raduno della Nazionale a Coverciano per preparare l’Europeo di giugno (gli azzurri arrivano secondi). 

Non una convocazione vera e propria, ma una sorta di “premio” per l’onestà dimostrata. Farina a Coverciano incontra gente come Buffon, Bonucci, Chiellini, Pirlo, Cassano, Balotelli, Nocerino e Thiago Motta. 

Poi il calcio riprende a fare il calcio. Il Gubbio retrocede. E Farina, in realtà, sparisce. Quella storia gli ha tolto il campo. Si ritira.

E adesso? Che fare?

L’addio all’Italia senza rimpianti

Il vecchio adagio recita che l’onestà paga sempre ma, nel caso di Simone Farina, invece, dopo la vicenda “Scommessopoli”, la sua vita prende una piega negativa: personaggio scomodo e ingombrante. Troppo pulito in un mondo che preferisce le macchie. Uno che ha fatto la cosa giusta e per questo si ritrova con tutte le porte chiuse.

In un mondo normale il telefono dovrebbe squillargli in continuazione. Stavolta per davvero. Allenatori, dirigenti, presidenti pronti a dirgli: “Vieni da noi”. Invece niente. Silenzio. Brutta roba passare da esempio a reietto, da faccia pulita a problema da evitare.

Per fortuna non tutti si girano dall'altra parte. Un giorno il telefono di Farina torna a squillare. E non dall’Italia. È l’Inghilterra. Birmingham. Aston Villa. Premier League. Lo vogliono lì, non per segnare o difendere, ma per insegnare. Valori, prima ancora che calcio. Ai ragazzi del settore giovanile dei Villans. Farina rimane nelle West Midlans dal 2012 al 2018.

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Simone Farina durante un allenamento nell'Academy dell'Aston Villa
Getty Images

Poi torna in Italia e inizia una carriera dirigenziale aprendo un’agenzia di scouting. Scrivania, taccuini, telefonate diverse. Lavora tra Trieste e Siena, entra anche nel comitato della Lega B. A volerlo è ancora Andrea Abodi. Se in tanti si sono dimenticati di lui, il presidente della Serie B no.  

Tra il 2019 ed il 2020 arriva una seconda chiamata ancora dall'Inghilterra. Questa volta è il Leeds United, club appena promosso in Premier League. Lo vogliono come responsabile del settore giovanile. Farina poi apre una Academy tutta sua, dove, tra uno stop e passaggio, insegna soprattutto il rispetto, la lealtà e il fair play. 

Simone Farina non si sente un eroe ma una persona che ha denunciato perché non poteva fare altrimenti. Per convinzione. Per dignità. Prima si è uomini, poi si è tutto il resto. In un Mondo (non solo sportivo) dove l’eccezione spesso è la regola. 

Farina rappresenta l’emblema della sportività, dell’onestà e del rispetto dei principi della lealtà sportiva: stupisce il fatto che sia diventato un eroe quando dovrebbe essere la normalità denunciare come normale dovrebbe essere di non chiedere a qualcuno di perdere apposta una partita per guadagnare soldi sporchi.

Una cosa però è certa: l’onestà paga. Magari non subito, magari non come ti aspetti. Ma la coscienza resta pulita. Meglio vivere con poco, ma guadagnato onestamente, che vivere nel lusso sapendo di aver barato. Simone Farina lo sa bene. Gli dispiace non aver continuato la carriera da calciatore, certo. Ma può camminare a testa alta.

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