L’aquila nel fango: il calcio in Kosovo tra guerra e identità
Prima che il Kosovo potesse giocare una partita ufficiale, aveva già giocato centinaia di partite non riconosciute. Campi senza linee, squadre senza bandiere, tornei senza federazione. Ma il calcio, quello, non ha mai aspettato il permesso di nessuno.
Il calcio arriva in Kosovo all’inizio del Novecento, quando il territorio fa parte prima dell’Impero Ottomano e poi della Jugoslavia. I primi club nascono tra Prishtina, Gjakova e Prizren, spesso su campi improvvisati.
Dopo la Seconda guerra mondiale, le squadre kosovare vengono integrate nei campionati jugoslavi, ma restano marginali, periferiche, mai veramente centrali nel sistema sportivo federale. Anche quando emergono talenti, il centro decisionale resta altrove.
Guerra, clandestinità e palloni nei rifugi
Negli anni ’90 tutto si spezza. Con lo sfaldamento della Jugoslavia e l’escalation che porta alla guerra del Kosovo (1998–1999), il calcio smette di essere un’attività organizzata e diventa un atto di resistenza.
I campionati ufficiali scompaiono, i club vengono sciolti o costretti all’inattività, molti giocatori diventano rifugiati. Eppure si continua a giocare. Nei cortili, nei campi distrutti, nei campi profughi. Come raccontano molte testimonianze, il pallone diventa un modo per restare umani, per simulare una quotidianità che non esiste più. In quegli anni nasce un’idea forte: il calcio come prova di identità nazionale, prima ancora che sportiva.
Molti di quelli che oggi sono volti noti del calcio europeo crescono in quel contesto o ne portano il segno. Lorik Cana, nato a Pristina e costretto all’esilio, diventa uno dei primi simboli di una generazione sparsa per l’Europa. Altri, come Valon Berisha, crescono tra diaspora e ritorno, con il pallone come unico filo continuo.
Dopo la fine del conflitto, la Federazione calcistica kosovara (FFK) prova a rientrare nel sistema internazionale, ma per anni resta esclusa da FIFA e UEFA: il Kosovo non è riconosciuto come Stato. Le squadre non possono competere, la nazionale non può esistere ufficialmente. Si gioca, ma senza essere visti.
Dall’isolamento al riconoscimento
Il primo vero spiraglio arriva nel 2014, quando alla nazionale kosovara viene permesso di giocare un’amichevole ufficiale contro Haiti. È un evento simbolico più che sportivo: per la prima volta il Kosovo appare su un campo internazionale con il proprio nome.
Nel 2016, dopo anni di battaglie diplomatiche, arriva il passo decisivo: il Kosovo viene ammesso a UEFA e FIFA. Da quel momento il calcio kosovaro cambia volto.
La nazionale, soprannominata Dardanët, inizia a partecipare alle qualificazioni ufficiali. I club entrano nelle competizioni europee. I giocatori della diaspora tornano, scelgono, si espongono. Ogni partita diventa inevitabilmente una dichiarazione, anche quando nessuno la vorrebbe tale.
Le tensioni, specie quelle con la vicina Serbia, non spariscono: cori, proteste, ostilità accompagnano ancora oggi il percorso internazionale del Kosovo. Ma il pallone continua a rotolare. Non come strumento di riconciliazione, bensì come affermazione.
In Kosovo il calcio non guarisce le ferite. Le mostra. E forse è proprio per questo che conta così tanto.