La fine della Grande Inter nella notte di Lisbona
C'è una scena memorabile di Tre uomini e una gamba in cui Giovanni, dopo aver segnato in rovesciata durante l'infuocata sfida Italia-Marocco giocata sulla spiaggia, corre verso la telecamera e urla: «Jair! È il ritorno della Grande Inter!»
Da bambino ridevo per la scena senza capire davvero cosa significasse. La Grande Inter era una di quelle espressioni che sentivo pronunciare dai nonni, dagli zii o dai telecronisti più anziani, ma che appartenevano a un calcio troppo lontano per essere compreso fino in fondo.
Crescendo ho capito che non si trattava semplicemente di una squadra che aveva vinto molto. La Grande Inter era diventata un'idea. Un modo di indicare un gruppo di giocatori che tra il 1963 e il 1967 aveva dominato il calcio europeo come poche squadre prima e dopo di lei. Per molti interisti era quasi un'età dell'oro.
E come tutte le età dell'oro, anche questa ha una data di scadenza. Per molti, quella data è il 25 maggio 1967, la sera in cui il Celtic batté l'Inter nella finale di Coppa dei Campioni a Lisbona. Quella sera l'Inter scende in campo per giocare la sua terza finale di Coppa dei Campioni in quattro anni.
Per gli uomini di Helenio Herrera non è una partita come le altre, ma nemmeno un salto nel buio. Negli anni precedenti hanno vinto due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e tre campionati italiani. Non per niente è la Grande Inter: sono la squadra da battere, probabilmente la più temuta del continente.
Dall'altra parte c'è il Celtic FC, campione di Scozia, allenato da Jock Stein. Fuori dalla Scozia non è ancora considerato una potenza europea. Per molti osservatori la finale sembra quasi scritta. E infatti, dopo appena sette minuti, sembra andare esattamente come previsto.
L'Inter che aveva cambiato il calcio
Ma cos’è davvero l’Inter negli anni Sessanta?
La squadra costruita da Herrera non è soltanto “vincente”. È una delle prime ad aver trasformato l'organizzazione tattica in una vera arma competitiva. Il cosiddetto "catenaccio" interista viene spesso semplificato o caricaturizzato, ma in realtà è un sistema sofisticato, fondato sulla disciplina, sulle marcature e sulla capacità di colpire negli spazi.
Con giocatori come Sandro Mazzola, Giacinto Facchetti, Armando Picchi e Luis Suárez Miramontes, l'Inter è diventata un modello.
In Italia vince quasi tutto. In Europa incute timore. Quando arriva in finale a Lisbona, molti pensano che sia semplicemente un altro capitolo della stessa storia.
Il rigore e l'assedio
Dopo pochi minuti, l'arbitro assegna un rigore all'Inter. Sul dischetto va Sandro Mazzola, che non sbaglia. Uno a zero. Per una squadra famosa per difendere il vantaggio, è la situazione ideale… ma da quel momento la partita prende una piega inattesa.
Il Celtic inizia ad attaccare senza sosta. Gli scozzesi pressano, corrono, recuperano palloni e continuano a portare uomini nella metà campo dell’Inter. Un'Inter che si abbassa sempre di più.
Alla fine della partita le statistiche parleranno di oltre quaranta conclusioni tentate dagli scozzesi contro appena pochi tiri interisti. Numeri che oggi sembrano quasi impossibili per una finale di Coppa dei Campioni. Eppure il risultato resta inchiodato sull'1-0 per oltre un'ora.
I Lisbon Lions
Anche quel Celtic non è una squadra qualunque: tutti gli undici titolari sono nati entro una trentina di chilometri da Glasgow. Una circostanza praticamente irripetibile nel calcio moderno. Negli anni successivi verranno ricordati come i "Lisbon Lions", i Leoni di Lisbona.
A guidarli c'è Jock Stein, primo allenatore britannico a vincere la Coppa dei Campioni. Ma soprattutto c'è un'idea di calcio completamente diversa da quella dell'Inter: mentre i nerazzurri cercano il controllo attraverso l'organizzazione, il Celtic cerca il dominio attraverso il movimento e l'attacco continuo. A un certo punto sembra quasi una sfida tra due epoche.
Gli ultimi venti minuti
Al 63° minuto arriva il pareggio di Tommy Gemmell. È un gol meritato, quasi inevitabile. Da oltre un'ora il Celtic attacca senza sosta, mentre l'Inter difende sempre più vicino alla propria area. I nerazzurri provano a rallentare il ritmo, a ritrovare quell'ordine che per anni è stato il loro marchio di fabbrica. Ma la sensazione è che la partita stia ormai scivolando nella direzione voluta dagli scozzesi. Per la prima volta dopo anni, il meccanismo costruito da Herrera sembra in difficoltà.
A sei minuti dalla fine arriva l'episodio decisivo. Un pallone viene rimesso in mezzo all'area interista, nasce una mischia e Stevie Chalmers riesce a deviare quel tanto che basta per battere Giuliano Sarti. Non è un gol spettacolare. È uno di quei gol sporchi che spesso decidono le finali. Sporco come il gol segnato da Aldo dopo essersi nascosto sotto la sabbia.
Mancano pochi minuti e l'Inter si trova per la prima volta costretta a inseguire. È una situazione insolita per una squadra abituata a gestire i vantaggi più che a rimontare gli svantaggi. Negli ultimi assalti salgono anche i difensori. Facchetti prova a spingere sulla fascia come ha fatto per tutta la carriera, Mazzola cerca qualche spazio tra le maglie bianche e verdi del Celtic. Ma le energie sono poche e gli scozzesi continuano a correre come se la partita fosse appena iniziata.
Quando l'arbitro fischia la fine, molti giocatori del Celtic crollano a terra per la stanchezza. Quelli dell'Inter restano immobili per qualche istante. Hanno appena perso una finale di Coppa dei Campioni. Ma forse, senza ancora saperlo, hanno anche assistito alla conclusione del capitolo più glorioso della storia nerazzurra.
Perché quella partita conta ancora
Sarebbe sbagliato dire che la Grande Inter finisce esattamente quella sera. Molti protagonisti continueranno a giocare ad altissimo livello e il club resterà competitivo ancora per anni.
Eppure, riguardando quella finale, è difficile non vedere qualcosa di simbolico. Perché quella sera il Celtic non batte soltanto una squadra fortissima, ma mostra che un altro calcio è possibile. Un calcio più aggressivo, più offensivo, più disposto a correre rischi.
Certo, il calcio non cambia in una notte. Ma negli anni successivi, dall'Ajax di Cruijff al Milan di Sacchi fino alle squadre moderne, sempre più allenatori cercheranno di imporre il proprio gioco invece di limitarsi a controllare quello degli avversari.
La Grande Inter resta una delle squadre più importanti della storia del calcio. Ma a Lisbona, per la prima volta, qualcuno riesce a farle inseguire la partita invece di subirla. In fondo è questo il destino delle grandi squadre: smettono di esistere sul campo ma continuano a vivere nei racconti. La Grande Inter del 1967 non è mai tornata, ma non ha mai smesso di essere evocata.
Certo, quella sconfitta pesa ancora. Ma pesa comunque meno del 10-3 di Aldo, Giovanni e Giacomo.